
Ci sono partite che non hanno alcun valore per la classifica, ma che finiscono per ridefinire la storia di un club. Milan-Cagliari del primo giugno 1997 è esattamente questo. Da una parte c’è il campo, che restituisce l’immagine di un Milan a pezzi, sconfitto uno a zero da un Cagliari qualunque in un pomeriggio di pioggia milanese. Dall’altra c’è la storia, che si ferma per registrare l’ultima presenza ufficiale di Franco Baresi con la maglia rossonera. Diciannove stagioni riassunte in novanta minuti di pura dignità calcistica, mentre tutto intorno crolla.
Guardare quel Milan significa fare i conti con le macerie di un’annata disastrosa. I tifosi arrivano allo stadio portandosi dietro il peso di umiliazioni pesantissime, come l’uno a sei subito contro la Juventus o il pesante tre a uno nel derby con l’Inter, senza contare la clamorosa eliminazione dalla Champions League per mano dei norvegesi del Rosenborg. Eppure, quella domenica la rabbia lascia spazio a qualcosa di diverso. San Siro si trasforma in un teatro della memoria, un luogo dove espiare le colpe di una stagione fallimentare per concentrarsi solo sul tributo all’uomo simbolo di un’era.
L’atmosfera sulle tribune è quasi distopica. Nella Curva Sud sventolano le bandiere gialle del Borussia Dortmund, un modo ironico per festeggiare la sconfitta della Juventus nella finale di coppa di pochi giorni prima. Buona parte dello stadio è distratta da quel ricordo fresco, ma è la coreografia centrale a rubare l’occhio: migliaia di cartoncini bianchi e rossi formano la scritta “BARESI”, accompagnata da uno striscione di ottanta metri che recita “RESTA CON NOI”. Non c’è ancora un annuncio ufficiale del suo addio al calcio, ma il popolo rossonero si muove d’istinto. È una richiesta d’amore disperata, una presa di posizione che scavalca l’età, i problemi fisici e i calcoli di mercato. Perché se c’è un giocatore che ha incarnato il milanismo, quello è il numero sei.
In mezzo al grigiore generale di una squadra spenta, la prestazione di Baresi è l’ennesimo manifesto della sua grandezza. Mentre i compagni faticano, il Capitano offre una prestazione superba, l’ennesima della sua infinita carriera. Restano negli occhi una chiusura fantascientifica in scivolata su Dario Silva e un salvataggio sulla linea di porta che evita un passivo peggiore. Baresi gioca a testa alta, con il braccio alzato a chiamare un fuorigioco che è ormai un marchio di fabbrica, mentre lo stadio canta il suo nome dal primo all’ultimo minuto.
Quella partita segna anche la fine del secondo ciclo di Arrigo Sacchi sulla panchina rossonera. Il suo ritorno non produce gli effetti sperati, ma il pubblico decide comunque di salutarlo con rispetto. Gli striscioni esposti in transenna riflettono la doppia anima della tifoseria: da un lato un diplomatico “ARRIGO GRAZIE LO STESSO”, dall’altro un liberatorio “FINALMENTE È FINITA” che chiude l’anno del calvario e proietta tutti verso il futuro. Un futuro che, inevitabilmente, dovrà fare a meno del suo leader massimo.
La transizione verso il dopo-Baresi comincia ufficialmente qualche mese più tardi, alla fine dell’estate. Per ridare ossigeno a un ambiente depresso, la società organizza una grande serata al Forum di Assago condotta da Claudio Lippi e Natalia Estrada. Tra la presentazione di un nuovo acquisto e l’altro, Silvio Berlusconi sale sul palco e annuncia una decisione storica per il calcio italiano: il ritiro della maglia numero sei. È un rito preso in prestito dagli sport americani, il massimo onore per un atleta. Una gigantesca casacca rossonera cala dal soffitto del palazzetto, sancendo che nessun altro giocatore del Milan potrà mai più indossare quel numero.
È una serata ad altissimo impatto emotivo, segnata dal passaggio di consegne della fascia a Paolo Maldini e dal pianto liberatorio di Mauro Tassotti, che si ritira a sua volta e riceve l’abbraccio del pubblico dopo la recente scomparsa della moglie. Il lungo addio si conclude poi a ottobre con la classica amichevole di gala a San Siro, davanti a una sfilata di campioni mondiali. Il Milan di Fabio Capello sta già affondando in un’altra stagione complessa, ma quella sera il contesto non conta.
Quando i riflettori si spengono e Baresi imbocca il tunnel degli spogliatoi, la sensazione di vuoto è tangibile. Per un’intera generazione di tifosi, quella troppo giovane per haver vissuto i tempi di Gianni Rivera, Franco Baresi rappresenta l’inizio e la fine del concetto stesso di capitano. Diciannove stagioni vissute pericolosamente, tra l’inferno della Serie B e il tetto del mondo in Coppa dei Campioni, si chiudono definitivamente in quel pomeriggio contro il Cagliari. Resta la storia, resta il ricordo e, soprattutto, resta quel numero sei che da quel momento appartiene soltanto all’eternità.
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Harlock
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