
Faccio veramente fatica a scrivere qualcosa sul Milan oggi senza cadere nei soliti discorsi. Allora voglio buttare l’occhio al futuro, perché è esattamente dal presente che arrivano le scelte che tra dodici mesi ci faranno tirare ulteriori somme.
Il destino del Milan è nelle mani di chi non ha futuro, ed è tragico. Il rumore che circonda l’ambiente non è mai casuale: nasconde sempre quel fondo di verità fatto di correnti societarie che si scontrano nell’ombra di una stagione tossica, l’ennesima. Lo scudetto era un sogno senza i mezzi reali per raggiungerlo. Il Milan performa per quello che è: una squadra onesta ma con limiti evidenti in diverse aree, eppure perfettamente in linea con l’obiettivo reale della proprietà, ovvero il posizionamento tra le prime quattro.
Alla fine si partiva da un ottavo posto e gli innesti di Rabiot e Modric contribuiscono ad alzare leggermente il livello. Questo Milan si poggia quasi interamente sul carisma e sulla sostanza di questi due giocatori: se mancano loro, le crepe si aprono istantaneamente.
La domanda da porsi adesso è la più semplice: cosa succederà ora? Quali decisioni vengono prese e, soprattutto, quali scelte si possono realmente fare in vista del prossimo anno?
Adesso arriva lo step difficile, quello in cui bisogna metterci un contenuto in più. Non basta più accontentarsi, non basta proporre un gioco semplice e di attesa, e non basta un mercato frenetico. Questa sensazione di continua mancanza di qualcosa si percepisce ed emerge nel tempo attraverso “investimenti” spesso fuori contesto che sanno di soldi buttati. Che “progetto” vuole essere, alla fine, questo?
Troppe teste pensanti, invadenti, si muovono nei corridoi di Casa Milan. Tagliarne qualcuna è la soluzione più scontata ed utile per fare ordine dentro un’anarchia che arriva fin dentro lo spogliatoio.
Il peccato originale di questo disastro politico nasce dall’asse speculativo che unisce la proprietà all’amministrazione delegata e all’area tecnica. Gerry Cardinale prova a gestire una gloriosa istituzione calcistica come una grigia startup finanziaria, convinto che gli algoritmi e il payroll possano sostituire la competenza di campo. Sbandiera i milioni spesi sul mercato come uno scudo totale, ma consegnare il Milan nelle mani di manager incapaci significa solo ridurre il club in poltiglia. Oggi siamo nelle mani di nessuno, vittime di una visione che vede il calcio come un mero asset per speculazioni immobiliari, svuotato della sua anima sportiva.
In questo scenario, Giorgio Furlani incarna perfettamente il volto di un Milan freddo, cinico e distante dalla sua gente. Al suo fianco, Geoffrey Moncada si scopre totale complice di questa gestione, mettendo la firma su uno scouting che si rivela imbarazzante e privo di logica calcistica. L’amministratore delegato, contestatissimo dalla tifoseria, sconta l’errore imperdonabile di aver voluto fare il Direttore Sportivo ombra, supportato da un capo scout che perde ogni barlume di cognizione tecnica, se mai ne ha avuta una. Insieme creano sovrapposizioni tossiche, riducendo il mercato rossonero a una fiera delle scommesse perse e allontanando il Milan dai palcoscenici che gli competono.
In mezzo a questo caos, Igli Tare fa semplicemente quel che può. Sicuramente il direttore sportivo commette i suoi errori, ma deve lavorare in un contesto reso impossibile dalle troppe intrusioni societarie. Gestire il mercato del Milan è diventato un gioco di prestigio dove i budget spariscono e ricompaiono magicamente a seconda degli umori della finanza, come accade nel grottesco teatrino legato alla trattativa per Mateta a gennaio. Stritolato dai veti incrociati di chi i calciatori li guarda solo sui fogli Excel, Tare è destinato a fare da capro espiatorio, pagando il prezzo di una rosa incompleta che non viene protetta né rinforzata nei momenti cruciali della stagione.
A complicare questo quadro di totale anarchia si inserisce la parabola di Zlatan Ibrahimovic nel ruolo di Senior Advisor. Voluto da Cardinale come “collante” istituzionale, lo svedese gestisce il proprio potere con una spocchia manageriale ingiustificata, trasformandosi in un fattore di enorme instabilità. La litigata con Allegri è l’apoteosi della guerra interna che divampa a Casa Milan.
Ibrahimovic chiama più volte direttamente alcuni big, in particolare Leao e Fofana, per imporre accorgimenti tattici personali, scavalcando e delegittimando l’allenatore. Ma il vero capolavoro politico dello svedese è l’introduzione nei quadri dirigenziali di Jovan Kirovski, l’uomo a cui affida le chiavi e la gestione del progetto “Milan Futuro”.
Si tratta di un progetto fallimentare su tutta la linea. La squadra Under 23 rappresenta una macchia indelebile che certifica l’inconsistenza della gestione dei giovani, traducendosi in un danno d’immagine ed economico devastante. Ibra baratta il suo carisma da leader con una sedia da consulente, usando il proprio ego come paravento per coprire i fallimenti strutturali di una seconda squadra nata male e finita peggio.
La partita di Genova rispecchia fedelmente questa precarietà strutturale. Eppure, in una settimana in cui il Milan viene vilipeso ancora una volta da chi dovrebbe guidarlo, ci aggrappiamo con tutta la nostra forza all’esempio di un campione meraviglioso come Luka Modric. Coi Mondiali alle porte, gli ultimi di una incredibile carriera, potrebbe starsene tranquillo a recuperare al meglio per arrivare pronto senza rischi in America. Invece, si rende disponibile per andare in panchina con una maschera protettiva. In un club svuotato di valori, l’etica del lavoro del croato è l’unica luce a cui aggrapparsi.
A Genova rispondiamo bene, facendo il nostro con i mezzi attuali che non sono granché, e poi beneficiando del graditissimo ed inatteso regalo arrivato da Torino. Ma non nascondiamoci dietro un tabellino favorevole: alla fine del primo tempo siamo virtualmente fuori dalla Champions, e tutto sommato è pure giusto così. Come spesso accade negli ultimi tempi, il Milan della prima frazione appare assente, mentalmente fuori dalla partita ed in balia di un Genoa sceso in campo con motivazione, quasi siano loro a doversi giocare l’Europa.
Se tutto va come deve, siamo in Champions League.
Se mi chiedete se la cosa mi faccia piacere, vi rispondo di sì.
Se mi chiedete cosa ci andiamo a fare, vi rispondo che semplicemente non lo so.
Un risultato positivo, dopo una settimana di contestazione, non può e non deve bastare per far dimenticare in mano a chi siamo.
Quando c’è da vivere il Milan, questa società sparisce.
Quando c’è da difendere l’identità, sparisce.
Quando c’è da ascoltare la rabbia dei tifosi, sparisce.
Dal 2023 il Milan compie il suo sacrilegio più imperdonabile: caccia Paolo Maldini, estirpando la memoria e la spina dorsale della nostra storia per consegnarsi ai ragionieri della mediocrità. Con Paolo ritroviamo dignità e ferocia, vinciamo uno Scudetto memorabile e ricacciamo i rivali nell’ombra. Senza di lui, ci riduciamo ad accettare la fuffa comunicativa di Cardinale, come la recente intervista preconfezionata sul Corriere della Sera, studiata a tavolino solo per salvare la reputazione di RedBird negli Stati Uniti ed evitare che il dissenso di San Siro intacchi i loro interessi economici oltreoceano.
Se il signor Cardinale vuole recuperare una credibilità ormai sepolta, deve convocare una conferenza stampa vera, senza timore del confronto, e azzerare l’attuale dirigenza. Deve affidare le chiavi a personalità di comprovata competenza, libere da invasioni di campo.
Tutto il resto è un’insalata di concetti vuoti. A questa gestione non serve vincere, non serve tornare grandi, non serve lavare l’infamia della seconda stella cucita sul petto dei cugini davanti ai nostri occhi. A loro basta arrivare quarti. Basta salvare i conti. Ma una tifoseria che smette di contestare per un misero quarto posto, mentre la rivale storica vince e la umilia, merita esattamente questo grigio destino.
Chi ama il Milan non si piega ai bilanci: chi ama il Milan si oppone, contesta e pretende che venga restituita l’anima a questo club.
W MILAN
Harlock
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