Roberto Donadoni: l’arte della fascia e la classe infinita del primo grande colpo berlusconiano

 

​Estate 1986. Una folla entusiasta e trepidante si raduna nell’iconica cornice dell’Arena Civica di Milano per riabbracciare i propri beniamini in occasione del primo, leggendario raduno estivo dell’era targata Silvio Berlusconi. All’improvviso, dagli altoparlanti posizionati attorno al campo si diffondono le note solenni della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner e dal cielo milanese scendono maestosi gli elicotteri che trasportano i giocatori rossoneri. Da uno di quei velivoli scende una faccia nuova per l’ambiente: è un ragazzo bergamasco nato a Cisano Bergamasco, dai capelli ricci e scuri, destinato ad entrare a pieno titolo e dalla porta principale nella storia di questo club. Fuori dal campo questo giovane è schivo, timido, riservato, quasi inclino a scomparire quando si spengono i riflettori. Non ama le copertine patinate, parla poco e preferisce far parlare i fatti all’interno del rettangolo di gioco. Proviene dall’Atalanta e il suo nome è Roberto Donadoni.

​L’operazione che lo porta a Milano rappresenta una vera e propria spaccatura nella geografia del calcio italiano dell’epoca. La società di Bergamo ha da sempre un canale privilegiato ed un rapporto solidissimo con la Juventus, perchè praticamente tutti i suoi pezzi pregiati, da Gaetano Scirea ad Antonio Cabrini, finiscono per vestire la maglia bianconera.

In quella primavera del 1986, però, il filo si spezza. Dopo aver rilevato il club da Farina, Silvio Berlusconi irrompe con decisione sul gioiello dell’Atalanta, che la Juventus con eccessiva superficialità sentiva già suo, mentre anche la Roma prova ad inserirsi nella corsa. L’Atalanta si trova in evidente difficoltà di fronte allo strappo, ma il nuovo presidente rossonero sbroglia la matassa invitando ad Arcore il patron bergamasco Achille Bortolotti per una cena decisiva. Mentre Giampiero Boniperti va su tutte le furie a Torino per l’improvviso stop alle comunicazioni, Donadoni ci mette del suo, facendo pressione sul proprio direttore sportivo per coronare il sogno rossonero. Un desiderio nato da bambino, come lui stesso ricorda: “Al di là del mio tifo per il Milan, mi specchiavo in Rivera: quasi ogni sua giocata ti lasciava a bocca aperta… quando misi le mie prime Adidas Rivera, nere con strisce rosse, mi sembrava di volare”.

Il 30 aprile 1986, per quattro miliardi di lire più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati, il trasferimento diventa ufficiale. Il primo grande affondo alla Vecchia Signora è servito, provocando persino l’amarezza di Gianni Agnelli, che commenta sbalordito l’impatto del nuovo patron milanista sul sistema calcio.

​Al suo primo anno a Milano, Roberto si inserisce con naturalezza e classe negli schemi di Nils Liedholm. Nonostante i ritmi compassati del gioco del Barone, riesce a dare un’immediata accelerazione alla manovra e ad alimentare con continuità un ispiratissimo Pietro Paolo Virdis. L’annata vedrà poi il subentro di Fabio Capello per le ultime battute e la vittoria nello spareggio di Torino contro la Sampdoria per conquistare un posto in Coppa UEFA, ma la vera svolta epocale deve ancora compiersi.

​Con l’arrivo di Arrigo Sacchi sulla panchina rossonera, Donadoni compie il salto di qualità definitivo, trasformando la posizione di centrocampista, che giochi come ala pura sulla fascia destra oppure come mezzala al centro del campo, in una vera e propria forma d’arte. Sacchi rivoluziona il calcio mentalmente oltre che tatticamente, imponendo alla squadra di dominare sempre e comunque il gioco su ogni campo. Donadoni diventa il collante magico, il motore fluido e l’elemento tattico indispensabile che fa girare a meraviglia quella macchina perfetta. È l’anno dell’undicesimo scudetto, che si apre con una sua perla all’incrocio dei pali al debutto a Pisa e si conclude con il sorpasso esaltante sul Napoli di Diego Armando Maradona.

​Donadoni è il tipo di giocatore che accende istantaneamente la luce a San Siro. Quando riceve palla sulla linea di fallo laterale, nell’aria si respira un’attesa elettrica. I suoi dribbling sembrano giocate che nessun altro è in grado di replicare con pari disinvoltura. Il suo non è un semplice andare via in velocità sfruttando la potenza fisica: è stile puro, è eleganza applicata al pallone. Possiede una capacità di saltare l’uomo che oggi definiamo senza esitazioni “illegale”. La dinamica è un rito ipnotico: parte palla al piede, punta con decisione il diretto marcatore, esegue una doppia finta fulminea e scodella al centro un cross millimetrico.

​La sua immensa classe, tuttavia, cammina sempre di pari passo con un coraggio da leone. Il 10 novembre 1988 è una data che rimarrà per sempre scolpita nella sua vita e nella memoria di ogni tifoso. Nel recupero della famosa partita annullata il giorno prima per nebbia allo stadio Marakana di Belgrado contro la Stella Rossa, sul finire del primo tempo il numero sette rossonero ha uno scontro drammatico con il difensore slavo Vasilijević. Donadoni crolla a terra privo di conoscenza, battendo la testa sul terreno gelato. La scena è impressionante: Paolo Maldini e Alessandro Costacurta piangono abbracciati, Marco Van Basten si mette le mani nei capelli. Come racconta lo stesso Maldini, Roberto è immobile, con gli occhi rovesciati e i denti serrati a tal punto che risulta impossibile aprirgli la bocca. È il tempestivo intervento del dottor Monti a salvarlo dal soffocamento, raddrizzandogli la lingua in campo — la leggenda narra con l’aiuto di una penna Bic — e praticandogli le prime manovre d’emergenza che gli provocano la frattura della mandibola pur di riaprirgli le vie aeree. Donadoni rischia la vita, ma la statura di un campione si misura dal rientro: dopo settimane di stop torna in campo più solido e determinato di prima, guidando il Milan fino alla trionfale finale di Barcellona, dove lo Steaua Bucarest viene travolto per 4-0 in un Camp Nou completamente dipinto di rossonero.

​La sua partita perfetta, la prestazione che rappresenta un autentico saggio di onnipotenza tecnica, va però in scena il 21 marzo 1990 in una fredda e gelida notte di Coppa dei Campioni a San Siro contro i belgi del Malines. Dopo lo 0-0 dell’andata, Roberto decide di scaldare la platea disputando quella che tutti indicano come la gara migliore della sua intera carriera. La Gazzetta dello Sport gli assegna un grandioso 9 in pagella: dove c’è il pallone, c’è Roberto Donadoni. L’ala rossonera mette in mostra il più vasto e spettacolare repertorio di finte e sterzate, mettendo in crisi totale il difensore Leo Clijsters, costretto al fallo sistematico pur di fermarlo. Esasperato dai continui colpi ricevuti a palla lontana, ad un certo punto Donadoni accenna una reazione e viene espulso dall’arbitro. Sullo stadio cala un gelo improvviso, poi sciolto nei supplementari dalle reti di Van Basten e Simone. Ma quel cartellino rosso ha un prezzo salatissimo: tre giornate di squalifica che gli toglieranno la gioia di scendere in campo nella finale di Vienna vinta contro il Benfica.

​Con un palmarès da capogiro composto da sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee e quattro Supercoppe Italiane in 390 partite ufficiali, Donadoni incarna il simbolo eterno dell’appartenenza ai colori rossoneri. Persino dopo l’esperienza negli Stati Uniti con i NY/NJ MetroStars, risponde presente alla chiamata di casa per dare una mano e vincere da protagonista lo scudetto del Centenario nel 1999.

Come sintetizza perfettamente Arrigo Sacchi, “la fortuna l’ho avuta io a trovare lui e non lui a trovare me, è sempre stato pronto a dare tutto quello che poteva e anche oltre”. Se oggi il Milan è riconosciuto nel mondo per lo stile e la bellezza del suo gioco, lo deve a questo straordinario signore del calcio che ha saputo rendere la fascia destra il posto più bello del mondo.

​Oggi, è il 9 settembre, nel giorno del tuo compleanno, ci tengo a prendermi un momento per dirti semplicemente grazie. Tanti auguri, Roberto: per me che sono cresciuto ammirando la tua classe e la tua dedizione, e per tutto il popolo rossonero che ha visto la poesia prendere forma sui tuoi piedi, sarai per sempre il nostro simbolo di eleganza e coraggio. Buon compleanno, Campione.

W Milan
Harlock

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.