
Dopo avervi raccontato per due mesi la favola di una società vincente, guidata da visioni e da una programmazione rigorosa, mi ritrovo qui con una rabbia che stritola il mio cuore. la volta scorsa vi ho parlato del contrappasso che viviamo noi tifosi rossoneri sulla cinquantina: noi che il Milan lo abbiamo visto dominare e salire sul tetto del mondo, ma che abbiamo anche vissuto sulla nostra pelle gli anni bui e difficili della Serie B. Proprio perché abbiamo attraversato l’inferno e toccato il cielo con un dito, sappiamo benissimo cosa significa questa maglia. Sappiamo cosa vuol dire non rassegnarsi mai alla mediocrità, al grigio della mezza classifica, alla desolazione e, soprattutto, all’improvvisazione dilettantesca.
Oggi mi tocca rituffarmi nella cruda realtà rossonera di tutti i giorni. E vi giuro, vi giuro sulla mia passione, che tornerei a rifugiarmi nel nostro passato molto volentieri. Perché scrivere o anche solo raccontare questo Milan attuale è un esercizio desolante, avvilente e tremendamente frustrante per chiunque porti questi colori impressi nell’anima.
“Abbiamo preso Ramos, sta arrivando Gila. Il nostro mercato non è finito, saremo aggressivi. Vogliamo dare a Ruben la migliore squadra possibile molto prima della chiusura del mercato”.
Così parlava Gerard Joseph “Gerry” Cardinale l’8 luglio, all’alba del suo quarto mercato estivo alla guida del Milan. Quarto, non il primo. Una precisazione doverosa per smantellare una volta per tutte la storiella comoda dell’ennesimo “anno zero” buona solo per vendere fumo ai creduloni. Nell’estate della finta rivoluzione, con una dirigenza azzerata sulla carta ma nei fatti rimpiazzata dalle stesse identiche figure che negli anni scorsi non hanno combinato nulla di buono, i soliti menestrelli si sono affannati a spiegarci che la proprietà aveva finalmente “fame”. Il risultato finale, a trattative concluse, è la solita abbuffata di fumo e parole a fronte di un deserto operativo: il “Gerry affamato” ci ha rifilato l’ennesima rosa “Emmentaler”, piena zeppa di buchi, consegnata ad un allenatore a cui sono state promesse montagne per poi lasciarlo a piedi al primo ostacolo serio.
Sia chiaro un concetto fondamentale, perché qui nessuno chiede la luna, la spesa folle tanto per fare colpo sui social o la corsa a chi brucia più milioni per finire in prima pagina. A Gerry Cardinale io non chiedo di vincere la Champions League dall’oggi al domani. Gli chiedo semplicemente di fare le cose con un minimo di senso compiuto, di razionalità, di logica elementare.
Il mercato di una squadra di calcio si giudica ottimale quando riesce a mettere in sicurezza la struttura, quando va a chiudere le falle esistenti e a dare completezza al progetto. Se una rosa presenta cinque lacune evidenti, e tu con mesi di tempo e milioni a disposizione ne sistemi soltanto due lasciando gli altri tre buchi clamorosamente aperti, quel mercato è un fallimento senza appello. Punto. Non ci sono narrative di comodo che tengano, non ci sono bilanci sorridenti che possano mascherare la cruda realtà del campo.
Per tornare a fare le cose con criterio, per ritrovare quella linearità che distingue un grande club da un cantiere permanente, il vero primo grande acquisto di questo Milan doveva essere un altro: una dirigenza competente.
Servivano uomini di calcio vero, professionisti navigati capaci di muoversi nei corridoi complessi delle trattative, di leggere con anticipo le esigenze di un organico e di prevenire i problemi anziché inseguirli affannosamente all’ultimo secondo. Invece si è preferito continuare a scommettere su un gruppo di lavoro improvvisato, messo a gestire dinamiche di un livello enorme per la prima volta nella propria carriera.
Restando all’aspetto puramente campo, la regia affidata a questo management ha prodotto risultati tragicamente visibili sotto gli occhi di tutti. Resta persino difficile decifrare quanta responsabilità reale abbia Rúben Amorim e quanta la società in questo scempio, ma la struttura della squadra parla da sola.
Ci ritroviamo con un organico cronicamente sbilanciato. Una marea di trequartisti, mezze punte e calciatori dalle mattonelle sovrapposte, tra cui la scommessa da inquadrare Diego Moreira e la riserva del Nottingham Forest Omari Hutchinson arrivata in prestito, ma con crepe enormi nei ruoli in cui si decidono le stagioni. In attacco si rasenta il ridicolo: Gonçalo Ramos è l’unico centravanti d’esperienza. Se al portoghese viene un semplice raffreddore, l’unica alternativa reale resta il giovanissimo Camarda. Un talento puro, un patrimonio inestimabile da tutelare con il bilancino, su cui è del tutto folle scaricare il peso di un reparto da tre competizioni solo perché non si è voluta acquistare una punta d’esperienza capace di fare da cuscinetto ed evitare di bruciare le tappe al ragazzo.
In difesa la situazione è perfino peggiore: la coperta non è corta, è letteralmente strappata. Amorim aveva chiesto a gran voce un centrale dominante per difendere a campo aperto e si ritrova a pregare che Gabbia non debba finire sotto i ferri, dovendo poi arrangiarsi con Pavlovic, De Winter e il neoacquisto Gila. Senza più il blocco basso a proteggere il reparto, pensare di reggere cinquanta partite con questi interpreti, o con soluzioni di ripiego a sinistra come la coppia Bartesaghi-Estupiñán, non è un azzardo: è un suicidio tattico annunciato.
A centrocampo ci si affida alla speranza che Modrić abbia ancora gas nel serbatoio, mentre nelle prime uscite si è rivisto Musah. Parliamoci chiaro, senza girarci intorno: questo Milan non è una squadra da Champions League.
A completare il quadro di questa estate surreale c’è il capitolo uscite. A parte la cessione di Rafael Leão, la società è stata completamente incapace di vendere a titolo definitivo qualsiasi altro elemento fuori dal progetto, lasciando a bilancio ingaggi pesantissimi e dimostrando tutta l’inconsistenza di chi dovrebbe gestire le trattative nei tavoli che contano.
Ma il capolavoro dell’assurdo, la goccia che fa traboccare un vaso ormai colmo di rabbia, è la gestione di Fikayo Tomori. Dopo mesi passati a escluderlo dal progetto, a metterlo fuori rosa con una fermezza ostentata e a giurare che non ci sarebbe stato alcun reintegro, a dieci minuti dal gong finale è arrivata la clamorosa retromarcia.
Però penso anche che il reintegro di Tomori è una scelta farsesca, ma alla fine tragicamente corretta.
Incrociare le braccia e lasciarlo in tribuna da separato in casa, mentre la difesa affonda tra limiti tecnici e numerici, sarebbe stato un autogol masochista che il Milan non poteva assolutamente permettersi. Ammettere i propri errori e fare un passo indietro può anche sembrare un atto di lucidità di fronte al baratro, ma la colpa imperdonabile sta nell’aver capito come stavano le cose soltanto il primo settembre, dopo aver sprecato due mesi preziosi a fare i gradassi.
Adesso la patata bollente passa tutta nelle mani di Amorim, che si trova a dover gestire uno spogliatoio spaccato nell’orgoglio e a dover fare acrobazie dialettiche per giustificare un dietrofront imbarazzante davanti ai media. Il difensore di livello non è arrivato, la rosa è rimasta corta e il reintegrato per disperazione rientra nei ranghi nell’imbarazzo generale di tutto l’ambiente.
Mentre gli inguaribili gonzi continuano ad applaudire e a cercare una logica dove c’è solo un’improvvisazione disarmante, la realtà è che la proprietà ha servito l’ennesimo boccone amaro a chi ama davvero questi colori. Chi ha vissuto il vero Milan, chi ha conosciuto l’inferno della B e le vette dell’Europa, non può accettare questo lento decadimento.
Io chiedevo solo logica, chiedevo un minimo di competenza e rispetto per la nostra storia. Ci hanno dato l’ennesimo cantiere aperto, sgangherato e privo di equilibrio. Adesso Amorim e la dirigenza si accomodino al banco degli imputati, perché la pazienza dei tifosi veri è finita e il campo, come sempre, non farà sconti a nessuno.
W Milan
Harlock
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