Milan-Torino presentazione

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Ci abbiamo creduto? A un certo punto sì. Per due ragioni: la prima, banale, per i due gol di scarto a nostro favore. Non un bottino che ci avrebbe sicuramente messo al riparo da una rimonta interista (ahinoi effettivamente realizzatasi), ma che comunque ci ha dato un minimo di fiducia. La seconda, più concreta, la prestazione: molto buona, attenta, spavalda e all’altezza della situazione. Sotto sotto, tuttavia, sapevamo sarebbe potuto accadere quanto poi si è verificato. Almeno, per me è stato così. Andati al riposo sullo 0-2 mi si è parata davanti gli occhi la scena di 16 anni fa, quando ero a casa di Marco, guardando coi miei amici il Derby di ritorno della stagione 2003/2004. Al 45’, con l’Inter avanti di due reti, Marco mi disse: “Ora scrivo sul cellulare il risultato finale”. Al 90’ mi mostrò lo schermo del suo telefonino: “Vinciamo 3-2”. Così effettivamente era stato. Quando parliamo di sensazioni tanto estemporanee entriamo nel campo dell’irrazionale (fino a un certo punto, per carità), perché in entrambi i casi, quello di domenica e quello di 16 anni fa, il risultato a metà gara non mentiva. A farlo erano invece le prestazioni delle squadre, con i favoriti e più forti in difficoltà e le vittime sacrificali insospettabilmente baldanzose. Prima o poi, però, bisogna fare i conti con sé stessi, non dimentichiamolo mai.

Prima di ogni Derby le interviste ai grandi ex hanno spesso lo stesso copione: “Le stracittadine sono partite a sé, non si può mai sapere come finiscono”. Come se lo stesso non possa valere per qualsiasi altro match, come se mai nessuna piccola abbia strappato un risultato inaspettato su campi e contro avversari tosti. I Derby, così come qualsiasi altro confronto, sono imprevedibili solo fino al punto in cui qualcuno va oltre i propri limiti e contemporaneamente qualcun altro gioca sotto le proprie potenzialità. I valori atletici, tattici e psicologici ci sono sempre, e sono più le volte in cui vengono rispettati che quelle in cui vanno a farsi benedire. Il Milan è stato bravo a gettare il cuore oltre l’ostacolo nel primo tempo e oltremodo sciatto nel difendere il doppio vantaggio nella ripresa, regalando nient’altro che una sceneggiatura più inattesa del solito. Così facendo abbiamo sofferto di più per la sconfitta, loro hanno goduto maggiormente per la vittoria e i neutrali si sono potuti divertire come non avrebbero immaginato. Lo abbiamo fatto per lo spettacolo e le emozioni, mettiamola così, perché in fin dei conti, della partita di una settimana fa, non ce ne facciamo nulla. Nessun “ripartiamo da qui”, dal momento che il concetto di partenza non esiste senza meta, che sia un punto da raggiungere o qualcosa da scoprire; nessun “facciamo tesoro della sconfitta”; nessun “abbiamo dimostrato chi siamo”. Quello che siamo lo sapevamo già prima del Derby, con buona pace di chi stilava le tabelline dei punti da rosicchiare a Roma e Atalanta per la corsa Champions.

Con la voglia di essere smentito e l’arrendevole sensazione che non sarà così, la verità (non mi piace usare quest’espressione, ma in questo caso non posso fare altrimenti) è che siamo una squadra che si è data un po’ di ordine e di verve con l’arrivo di un 38enne (che va per i 39). Fuoriclasse, senza dubbio, e fortuna che è con noi, ma pur sempre un “vecchietto”. E oltre ciò, ipotizziamo il futuro mantenendo quel 38enne (che va per i 39) come punto fermo anche per la prossima stagione, quando le primavere andranno per le 40. Siamo quelli che hanno demolito e ricostruito, demolendo e ricostruendo, con all’orizzonte un’altra necessaria demolizione e l’ennesima ricostruzione con la desolante prospettiva che ci vorranno altri anni per anche solo pensare di tornare competitivi, nonché la certezza di aver buttato al vento tempo e denaro. Non possiamo pretendere che tutto non si tenga insieme tanto a livello sportivo quanto sul piano strategico. L’esempio lampante è la gestione della rosa pre e post Ibra: punti fermi ceduti e oggetti misteriosi valorizzati a seguito dell’arrivo dello svedese. Noi tutti abbiamo giustamente gioito del cambio di mentalità adottato, ma è semplicemente folle che sia arrivato “solo” grazie a lui. A questo punto facciamo di Zlatan anche il prossimo allenatore e direttore tecnico, visto che per il Milan quest’anno ha fatto più lui di Pioli, Boban e Maldini.

È un paradosso, certo, ma anche un pretesto per dire che a questo punto dovremmo far pace con ciò che siamo: una squadra che dipende da Ibra. Facciamone tesoro. Chi lo segue, bene, chi non lo segue, quella è la porta. Aggiungiamo per il prossimo anno qualche altro giocatore d’esperienza, corredando la rosa con giovani di prospettiva. Qualche esempio: in scadenza 2020 ci sono Thiago Silva, Mertens e Callejon, oltre Meunier e Kurzawa. Modric in scadenza 2021. Pobega sta facendo molto bene a Pordenone, Bakayoko è ancora molto legato a noi. Ho fatto questi nomi tra ciò che potrebbe essere concreto e le fantasie che ho in testa da domenica sera, senza la presunzione che possano essere effettivamente realizzabili. Siamo Ibracentrici? Vogliamo rifondare su un 39enne? E allora facciamolo, chi se ne frega. Siamo questi? Amen, almeno cerchiamo di essere la migliore versione possibile di ciò che siamo, di certo migliore di quella odierna.

I paragrafi più su sono stati scritti prima del match di giovedì sera contro la Juventus: un’altra ottima prestazione (anche migliore di quella di domenica sera per continuità), un risultato migliore, per quanto ancora deludente per come si erano messe le cose. Confermo ulteriormente le sensazioni di una settimana fa, nonché l’indirizzo che darei alla gestione della squadra il prossimo anno. A meno di miracoli, lo ripeto, questo è andato: facciamo almeno in modo di fare tesoro una volta per tutte dei tanti errori commessi.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.