
Mio padre ha trasmesso a me e a mio fratello l’amore viscerale per il Milan. È un’eredità pesante, fatta di domeniche passate ad aspettare un gol e di lunedì trascorsi a difendere i colori. Ma c’è una differenza profonda tra noi due: io, fin da subito, ho amato la storia del Milan fatta di valori, di rispetto, di gioie epocali ma anche di dolori profondi. E poi mio fratello, che ha nove anni meno di me, non ha potuto vivere gli anni del cosiddetto “Piccolo Diavolo”. Erano anni difficili, anni di transizione, ricchi di delusioni sportive che però mi hanno segnato l’animo rossonero in modo indelebile.
Erano tempi in cui il Milan, magari arrancando e faticando sul campo, manteneva intatta una sua identità precisa. Il pensiero sportivo era sempre al centro di qualunque discorso, di ogni scelta, di ogni critica. La società di allora non era forte, non c’erano molte risorse, ma esattamente come non è forte quella di adesso. La differenza atroce è che il Milan di oggi è stato lentamente svuotato, cancellato e deliberatamente distrutto da chi lo ha trasformato in un freddo laboratorio finanziario. Un esperimento senza anima, senza identità e, quel che è peggio, senza alcuna reale cultura sportiva.
Siamo prigionieri di una società malsana, guidata da una visione nefasta, dall’improvvisazione dilagante e da un livello di incompetenza che ormai ha raggiunto proporzioni gigantesche. Con questi presupposti, parlare di calcio giocato, di schemi, di acquisti o di cessioni diventa un esercizio quasi inutile, se non irritante. In questo momento, la cosa più importante non è il mercato, ma sistemare ciò che sta attorno alla squadra. Se non risaniamo l’ambiente che sta dietro i giocatori, non andremo da nessuna parte. Potremmo acquistare i migliori campioni del mondo e li vedremmo appassire in poche settimane. Bisogna rimettere la competenza e le persone giuste in ogni ruolo, rispettando le gerarchie del campo e della storia.
Attualmente, non mi preoccupo minimamente sapere quale coppa farà il Milan il prossimo anno. Non è la Champions League, non è l’Europa League e nemmeno l’eventuale esclusione da ogni competizione a rappresentare il vero cuore del problema. La sensazione sempre più sgradevole che mi accompagna è che il Milan vero, quello che ho amato con tutto me stesso, semplicemente non esista più. Mi è stato scippato pezzo dopo pezzo, partendo da quel maledetto 5 giugno 2023.
Paolo Maldini ha rappresentato per me una presenza costante, una garanzia di “milanismo” lunga venticinque anni di amore incondizionato. È innegabile che avesse faticosamente costruito qualcosa che ci dava appartenenza, che faceva sentire noi tifosi parte integrante di un progetto. Il suo licenziamento è stata una pugnalata al cuore. Per anni mi sono sentito dire, che sono solo una “vedova di Maldini”, che esiste solo l’A.C. Milan e non l’A.C. Maldini. Ma Paolo ci rappresentava tutti. Il suo pensiero era focalizzato esclusivamente nel migliorare la squadra, nel riportarla dove la storia esige. Ma la cosa peggiore non è stata solo cacciarlo: è stato non sostituirlo con gente di calcio, lasciando il club in mano a figure che non hanno idea di cosa significhi gestire una società di calcio.
Qui c’è da guardare ben oltre il futuro europeo o la classifica. Dopo una stagione disastrosa come quella scorsa, ne stiamo vivendo una ancora peggiore. Ogni cosa è stata progressivamente distrutta in modo vigliacco, assurdo e desolante. È in atto uno smantellamento dell’identità rossonera, della credibilità internazionale e di quel senso di appartenenza che aveva riportato entusiasmo solo pochi anni fa. Per questo oggi, per tantissimi tifosi, tifare non può più significare soltanto sostenere la squadra durante i novanta minuti.
Perché dovrei trattenermi? Chiudere gli occhi e “tifare la maglia”? Quale maglia? Quella Gialla o quella Grigia? Forse quella Fucsia? La mia maglia quella rosso e nera sta sbiadendo nei colori sotto i colpi di una gestione che tratta il Milan come un “giocattolo”.
In cosa dovrei sperare? Nella fortuna, dopo che con le nostre stesse mani abbiamo peccato? Il destino non si comanda, ma si indirizza, e questa dirigenza lo ha indirizzato verso il baratro. La storia del Milan è stata sporcata dall’incompetenza e dalla presunzione di chi pensa che un club sia solo un asset da far fruttare, ignorando che il tifoso è il bene più prezioso, quello che state continuamente calpestando. Ci avete sottratto la speranza.
Tifare oggi significa contestare. Contestare tutto. Questa società va contestata ogni giorno, in ogni istante. Non servono solo gli striscioni o l’abbandono temporaneo dello stadio. Tanto loro, i proprietari, San Siro lo riempiono comunque con una folla di turisti e spettatori occasionali che, anche sotto di tre reti, sorridono felici alle telecamere per un selfie. È inutile e riduttivo scaricare la colpa solo su Leão, su Maignan o su Allegri. Certo, hanno le loro colpe, nessuno gliele toglie, ma fermarsi a questo significa fare il gioco di chi comanda.
Limitarsi a criticare i giocatori o l’allenatore è un assist per Giorgio Furlani e Gerry Cardinale. Significa mantenere in vita chi ha distrutto il Milan. È una tattica comunicativa che usano da tempo: individuano un parafulmine per salvare se stessi. Prima è stato Maldini, poi è stato Theo Hernández, ora è il turno di Leão. Domani cambieranno l’allenatore, cambieranno altri tre o quattro giocatori cardine, venderanno l’ennesima “rivoluzione” come un progresso necessario, ma loro resteranno lì. E finché loro resteranno lì, il problema non si risolverà mai.
Sono sempre gli stessi che hanno smantellato il Milan dello scudetto, trasformando una squadra viva e vibrante in un cadavere sportivo. Il Milan ci è stato portato via da Cardinale, Furlani e Paolo Scaroni, il peggior presidente della storia del club, capace di far rimpiangere i periodi più bui. Insieme a loro, tutti quelli in giacca e cravatta che usurpano i nostri colori e la nostra passione, inclusi i vari Cocirio e Oettel.
Il dramma vero è che, se anche se ne andassero fra due anni, lascerebbero dietro di sé un deserto tecnico e umano. Ci vorranno minimo altri 2-3 anni solo per ricostruire quello che stanno radendo al suolo oggi. Chi erediterà questo disastro dovrà avere la forza e la competenza che hanno avuto Maldini, Boban e Massara, che impiegarono tre anni di duro lavoro per rimediare allo scempio lasciato da Mirabelli e Leonardo. Oggi stiamo bruciando tempo, oltre che passione.
Non si fanno più sconti. Pezzo per pezzo, dovete cadere. L’unica arma del tifoso è la protesta legittima contro chi ha sporcato la nostra gloria. Perché le società che funzionano davvero possono cambiare tecnici e calciatori, ma i risultati arrivano perché la visione è solida. Qui la visione è solo il profitto freddo, senza gloria. Finché non riavremo una dirigenza che rispetti la nostra cultura sportiva, il nostro compito sarà uno solo: non dare tregua a chi sta uccidendo il nostro sogno.
W Milan
Harlock
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