
Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate.
Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, il senso di rivalsa, la nostalgia. La storia che lega Ruud Gullit al Milan ne è l’esempio perfetto. È un romanzo d’amore intenso, vincente, ma anche tormentato, che vive di addii improvvisi, clamorosi ritorni e di una rotta aerea, quella tra Milano e Genova, percorsa ben due volte nell’arco di pochissimo tempo.
Per i tifosi rossoneri, parlare del Tulipano Nero significa toccare le corde del mito. Arrivato nell’estate del 1987, Gullit porta a Milanello un’energia, una positività e una freschezza sconosciute al calcio italiano dell’epoca. Con le sue treccine al vento e una potenza fisica straripante, Ruud diventa il simbolo del Milan di Arrigo Sacchi, una macchina perfetta capace di dominare l’Europa e il mondo. In sei anni di questa prima epopea, il palmarès è da capogiro: tre scudetti, tre Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali, senza dimenticare il Pallone d’Oro sollevato al cielo nel 1987. Un legame che sembra indissolubile, ma che il tempo e i cambiamenti tecnici iniziano a logorare.
La svolta arriva quando Arrigo Sacchi saluta la compagnia per sedersi sulla panchina della Nazionale italiana. Al suo posto la società sceglie Fabio Capello. Tra il tecnico friulano e il fuoriclasse olandese, però, il feeling non è lo stesso. I contrasti tattici e caratteriali si moltiplicano mese dopo mese. La goccia che fa traboccare il vaso si consuma nella notte più importante: la finale di Champions League a Monaco di Baviera, nel 1993, contro il Marsiglia. Capello decide di mandare Gullit in tribuna. È la frattura definitiva.
Dietro le quinte, intanto, c’è chi si muove con sapienza da tempo. È il 23 dicembre 1992 quando, al termine di un Sampdoria-Milan finito 1-2 per i rossoneri, il carismatico presidente blucerchiato Paolo Mantovani si avvicina a Gullit. Poche parole, un’idea che germoglia nella mente del campione. Nonostante la forte concorrenza del Torino, l’accordo si concretizza l’estate successiva. Il 14 luglio 1993, Ruud Gullit firma un contratto annuale con la Sampdoria per una cifra complessiva di un miliardo di lire. Per il Tulipano Nero, ormai trentunenne, è il momento di rimettersi in gioco lontano dai vincoli milanesi.
A Genova l’aria è diversa, più leggera ma ugualmente ambiziosa. Circondato da campioni del calibro di Roberto Mancini, Attilio Lombardo e David Platt, Gullit rinasce totalmente. Il campo dimostra che l’olandese ha ancora tantissimo da dare, e il destino, come spesso accade nel calcio, si diverte a presentare il conto alla sua vecchia squadra in una domenica d’autunno.
È il 31 ottobre 1993, a Marassi va in scena Sampdoria-Milan. I rossoneri di Capello partono forte e si portano sul doppio vantaggio grazie alle reti di Albertini e Laudrup, nate da due invenzioni di Donadoni. La partita sembra chiusa, ma è qui che sale in cattedra l’orgoglio del grande ex. Gullit trascina i suoi: prima serve l’assist per il gol di Katanec che riapre i giochi, poi Mancini pareggia su rigore. Il capolavoro si compie nel finale, quando è proprio Ruud a firmare la rete del definitivo 3-2 che regala i due punti alla Doria. La sua esultanza è rabbiosa, plateale, liberatoria. In quei gesti c’è tutta la delusione accumulata verso la dirigenza rossonera, un urlo in faccia a chi lo aveva considerato un calciatore sul viale del tramonto.
Il calcio, però, sa essere ciclico. Quel Gullit così devastante in maglia blucerchiata fa scattare qualcosa nella mente del presidente Silvio Berlusconi. Il rimpianto è troppo forte. Il numero uno del Milan decide di scendere in campo in prima persona e pronuncia una frase destinata a rimanere negli annali: “Ruud torna, dimentichiamo quello che è successo”.
La nostalgia e il richiamo della sua vecchia casa hanno la meglio. Nell’estate del 1994, Gullit compie il percorso inverso e torna a vestire la maglia del Milan. L’inizio sembra promettente: i rossoneri vincono la Supercoppa Italiana ai calci di rigore proprio contro la “sua” Sampdoria. Ma è un fuoco di paglia. Meccanismi spezzati difficilmente tornano a funzionare come un tempo. Ruud si rende conto che lo spazio non è più quello di una volta e non si sente più al centro del progetto, non avverte più quell’importanza vitale che aveva caratterizzato gli anni d’oro del Grande Milan.
La magia è svanita. Bastano pochi mesi per capire che il secondo capitolo non regge il confronto con il primo. Così, a stagione in corso, Gullit riprende per l’ultima volta l’autostrada per Genova, tornando alla Sampdoria prima di volare in Inghilterra a chiudere la carriera con il Chelsea. Una storia d’andata e ritorno, densa di emozioni, che dimostra come nel calcio l’orgoglio e l’amore viaggino spesso sullo stesso identico binario.
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