
Siccome iniziamo quel periodo dell’anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l’attualità dei giorni nostri, anche perché c’è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni giorno e che, molte volte, non sono mai veri. Preferisco aprire il libro della storia e sfogliare le pagine delle grandi trattative rossonere del passato. Quelle vere, fatte di intuizioni, colpi di teatro e storici sgarri.
La prima pagina di questo libro ci riporta alla primavera del 1986. C’è una frase, pronunciata dall’Avvocato Gianni Agnelli, che fotografa perfettamente quel momento e che suona quasi come una profezia:
”Berlusconi si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport a spettacolo televisivo. Donadoni è stato il primo pezzo che ci ha strappato, per di più da una nostra assidua fornitrice. Nulla sarà come prima”.
In queste parole si legge tutta la delusione dell’Avvocato per il mancato approdo di Roberto Donadoni in bianconero. Quell’affare non rappresenta solo un clamoroso colpo di mercato, ma segna l’inizio di una vera e propria rivoluzione geopolitica nel calcio italiano. Il Milan di Silvio Berlusconi è appena nato, ma fa già capire a tutti che le vecchie regole del gioco sono saltate.
Per capire la portata di questo trasferimento, bisogna fare un passo indietro e guardare alla mappa del potere del calcio dell’epoca. La Juventus di Giampiero Boniperti si muove sul mercato con la sicurezza di chi detta legge da decenni. La squadra di Bergamo, in quegli anni, ha un rapporto solido e privilegiato con i bianconeri. L’Atalanta è, a tutti gli effetti, una preziosa e assidua “bottega di fiducia” per la Vecchia Signora.
I piemontesi sanno che i migliori talenti cresciuti a Zingonia, prima o poi, prendono l’autostrada in direzione Torino. È già successo con leggende del calibro di Gaetano Scirea e Antonio Cabrini, pilastri della Juventus e della Nazionale. Per questo motivo, quando esplode il talento cristallino di quel ragazzo di Cisano Bergamasco, a Torino si sentono al sicuro. Roberto Donadoni è il gioiello più brillante dell’Atalanta, un’ala destra dotata di un dribbling fulmineo, visione di gioco e una classe purissima. La Juventus lo segue, lo blocca virtualmente e, con una punta di superficialità, lo considera già suo.
Ma la primavera del 1986 porta con sé un vento di cambiamento che nessuno, a Torino, ha messo in conto. Silvio Berlusconi ha appena rilevato il Milan da Giuni Farina, salvando il club dal baratro, e ha fretta di costruire una squadra stellare. Sul giovane Donadoni non c’è solo la Juve; si avventa con decisione anche la Roma di Dino Viola. La situazione si fa intricata.
L’Atalanta si trova in evidente difficoltà. Il presidente bergamasco, Achille Bortolotti, sente il peso del legame storico con la dirigenza juventina, ma le cifre e le pressioni che arrivano da Milano sono impossibili da ignorare. È a questo punto che Berlusconi decide di scendere in campo personalmente, inaugurando quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: la diplomazia della cena.
Berlusconi invita Bortolotti direttamente ad Arcore, nella lussuosa Villa San Martino. Tra una portata e l’altra, il neo-presidente rossonero illustra la sua visione grandiosa del Milan del futuro e, soprattutto, mette sul tavolo un’offerta economica irrinunciabile. La situazione si sbroglia in poche ore. Quando la Juventus prova a ricucire i contatti, è troppo tardi. Le comunicazioni tra Torino e Bergamo si interrompono bruscamente. Giampiero Boniperti va su tutte le furie, l’Avvocato Agnelli mastica amaro, ma il capolavoro diplomatico del Milan è ormai compiuto.
In questa fitta trama di miliardi e cene di gala, c’è però un elemento umano fondamentale: la volontà del giocatore. Donadoni non subisce passivamente il mercato, ma ci mette del suo. Il fascino del nuovo progetto rossonero lo cattura fin da subito. Il ragazzo non si nasconde e fa pressione sul direttore sportivo orobico, spingendo con decisione per la soluzione milanista. Vuole il Milan, vede nel club rossonero la sponda ideale per la sua definitiva consacrazione.
Il 30 aprile 1986 arriva l’ufficialità che scuote il calcio italiano. Per la cifra record di 4 miliardi di lire, più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati che fanno il percorso inverso verso Bergamo, Roberto Donadoni diventa ufficialmente un nuovo giocatore del Milan. Il primo smacco di Silvio alla Vecchia Signora è servito su un piatto d’argento.
Il tempo darà ampiamente ragione a quella scelta coraggiosa. Donadoni diventa il fulcro tattico del Milan di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi. Con la sua maglia numero 7, vince tutto quello che c’è da vincere: scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali, trasformando quel Milan nella squadra “degli Immortali” e degli “Invincibili”.
Ecco perché mi piace il calciomercato raccontato così. Quel colpo di mano della primavera del 1986 rompe per sempre un monopolio e traccia la strada per i successi futuri. Berlusconi non si limita a comprare un grande giocatore, ma lancia un messaggio chiaro a tutto il calcio italiano: il Milan è tornato e non ha più paura di nessuno.
W Milan
Harlock
Seguiteci anche su














