Il volto della tristezza

Non c’è niente da fare, ogni volta che penso a questo Milan ciò che mi viene in mente è il volto di Gerry Cardinale e la tristezza mi assale. Non credo di essere l’unico, penso che oramai molti milanisti non abbiano più sogni e vivano in un totale stato di sconforto associando i nostri colori ad un uomo che da quando è arrivato ha dimostrato di non capire nulla di calcio, anche a livello manageriale.
Gerry Cardinale è l’emblema dell’approssimazione nel calcio, è il tipico esempio di imprenditoria un tanto al chilo senza osservare il contesto, senza informarsi, senza provare ad imparare dagli altri perché forse crede di sapere già tutto. Se non fosse che si parla del Milan, di un pezzo di cuore, me ne fregherebbe il giusto il problema è che non possiamo scansarlo né evitarlo e la tristezza bussa. Credo di non aver mai vissuto un’estate con una tale rassegnazione; non nego che la morte di Franco abbia spento qualcosa in me ma se ci fosse qualcuno in società che azzeccasse due cose forse qualcosa si potrebbe riaccendere ma così il nostro club sembra proiettato a una lunga e dolorosa agonia.

Cardinal Tristezza è tutto ciò che abbiamo, ma soprattutto è tutto ciò che ci uccide nell’anima: parole a profusione, fatti nemmeno l’ombra. Si autocelebra come vincente nello sport, una roba che probabilmente sta solo nella sua testa perchè nessun vincente si comporta come lui: i vincenti sono perfezionisti e tenaci nel conseguire il risultato, lui è l’esatto contrario. Nessun vincente chiamerebbe degli head hunters e dopo qualche settimana promuoverebbe chi c’era già (considerati quindi non adatti in partenza), nessun vincente parlando di vittorie direbbe “dobbiamo vincere ma…”. Nessuno. Semplicemente non è un vincente, semplicemente non è uno sportivo, semplicemente per lui quello che chiamiamo sport è intrattenimento.
Cardinal Tristezza è il buio nel tunnel e non sai se in fondo troverai la luce, è colui che ti uccide tutti i sogni da bambino, è un po’ l’equivalente di colui che a Natale deve dire “Babbo Natale non esiste”. Uccide la speranza, anche minima, anche utopica ma comunque una speranza.
Cardinal Tristezza è riuscito nell’impresa di non far sognare nemmeno sotto l’ombrellone e ce ne voleva, perché in fondo in estate basta poco per accendere un po’ di speranza: a due settimane dall’inizio della stagione ditemi che entusiasmo vedete in giro. Parafrasando una nota pubblicità del passato lui non vende sogni ma solidi incubi. E gli incubi a volte portano rabbia, tante altre tristezza se non depressione.
Il calcio è cambiato per carità, ma Cardinal Tristezza nemmeno questo è riuscito a capire andando in una direzione tutta sua che porta ad un vicolo cieco: l’anonimato. L’anonimato è forse la forma massima della tristezza perché quando nessuno ti calcola, nessuno si ricorda più di te sei finito e a questo Milan rimane solo un passato sempre più lontano a dirci che o si cambia rotta o è tutto finito. Cardinal Tristezza questo però non lo capisce, è qualcosa di troppo lontano dal suo ego, dal suo modo di fare affari e così il nostro Milan è in balìa di chi non doveva nemmeno avvicinarsi a questi colori.
Cardinal Tristezza ha raccontato più volte che la serie A annaspa e dovrebbe cambiare, ma se possiedi un top club mondiale e lo fai affogare nell’anonimato come puoi pretendere che gli altri ti seguano: nella migliore delle ipotesi stanno fermi, probabilmente andranno in direzione opposta.
Cardinal Tristezza però è lì, gli piace far visite a Milanello perché il castello di carte sta crollando anche in quello che in sostanza lui ha descritto come anno zero (sarebbe anno cinque) e prova a mettere toppe quantomeno nella comunicazione, ma la tristezza che provoca quest’uomo ormai è difficile da scalfire. L’elicottero non basta più, così come le passeggiate a Milanello con l’allenatore perché Cardinal Tristezza è ormai un personaggio fumettistico, quello che compare ogni tanto ma che in fondo tutti considerano anonimo.

Che amarezza.
Che tristezza.

Seal

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Ricordo Baresi entrare in scivolata e poi l'ovazione del pubblico, da quel momento ho capito che fare il difensore era la cosa più bella del mondo. Ancora mi esalto quando vedo il mio idolo Alessandro Nesta incenerire Ferrara sulla linea di porta mentre credeva di essere a un passo dalla gloria. Se la parola arte fosse compresa appieno le scivolate del n.13 sarebbero ammirate in loop al MoMA di New York.