
Il post di oggi non ha a che fare con la partita di domenica scorsa né con la sfida col Sassuolo o la qualificazione champions di cui non mi frega assolutamente niente, anzi quest’ultima la ritengo l’origine di tutti i mali del calcio attuale perché trasformata da occasione di rilancio sportivo per la nuova stagione a mero assegnone staccato per coprire le proprie inadeguatezze. Se prima questa qualificazione era uno sguardo verso il futuro oggi è uno sospiro di sollievo per i conti correnti.
Oggi il mio sguardo va a “a cuore aperto”, il video di dolore di qualche giorno fa di Simone Cristao, direttore di Radio Rossonera, uno dei pochi contenuti capace di smuoverti qualcosa dentro, scongelandoti il cuore e facendoti mormorare nella testa ‘fratello rossonero il tuo dolore è il mio’ perché genuino, senza secondi fini come ormai fanno troppi “tifosi” sul web alla ricerca di visualizzazioni, soldini ed appagamento del proprio ego. Io sono più vecchio di Simone, che ho conosciuto ed apprezzato nella mia esperienza a radio rossonera, e sono rimasto colpito perché quel sentimento così ben visibile nei suoi occhi, nella sua mimica, in certi tremori della voce io non lo provo più. Sarà forse l’età che mi ha reso fatalista oppure ho altre cose a cui pensare, non so dirvi, ma anni fa probabilmente mi sarei disperato allo stesso modo e quel che mi è passato per la mente è che ha ragione lui sia nel merito che nel modo di esporlo, con quel grido di dolore che echeggia nella mia testa.
In questo suo sfogo-appello (qui il link per chi non lo avesse visto) ci sono due concetti chiave che ritengo debbano essere ribaditi per ricordarci chi siamo:
– la responsabilità che abbiamo come milanisti
– cosa deve essere il Milan perché c’è stato lasciato così e deve rimanere tale
Non sono concetti da baci perugina come qualcuno potrebbe pensare, sono concetti di sostanza, concetti base che dovrebbero stare alle fondamenta di ogni tifoso perché se non ti identifichi in certi valori, nella tua storia, allora tifi senza memoria e la memoria è importante perché ci dice chi siamo.
Io a differenza di Simone non provengo da una famiglia di milanisti, anzi provengo da una famiglia che lo sport in generale mai lo ha considerato, ma quando iniziai a tifare lo feci per prima cosa per l’accostamento di colori, ma quello fu solo l’inizio. Quello che mi fece mantenere la barra dritta in una classe composto per almeno il 50% da juventini, con i milanisti in ampia minoranza, fu Baresi, una squadra che aveva in lui un baluardo, un modo di fare calcio diverso, quella sensazione di famiglia descritta da Simone che non riesco più a vedere e che per me era un pilastro inscalfibile da qualsiasi terremoto. Senza voler per forza parlare di noi, il concetto non è lontano da quanto espresso da Rummenigge ricordando l’offera monstre del Chelsea per Ribery: il Bayern non vende i propri top player se la loro assenza può danneggiare il potenziale tecnico della squadra. Pressapoco lo stile Milan, se così vogliamo chiamarlo, che ha formato il me milanista, che ha reso questo club identitario ai miei occhi e in cui mi sono riconosciuto e voglio riconoscermi è qualcosa di simile, ma ancora più spinto: una famiglia i cui pilastri (non per forza solo campionissimi) non vengono toccati.
Per questo non posso che comprendere il suo sconforto anche sulla vicenda Ruud Gullit usato come una sorta di figurina per valorizzare il “brand” Milan nascondendosi tra l’altro dietro Massaro perché impauriti dai fischi che sarebbero potuti piovere se la premiazione l’avesse fatta Gerry Cardinale o Giorgio Furlani. L’utilizzo dei grandi del passato per mero tornaconto ci racconta come questi individui non abbiano nulla da offrire al Milan perché incapaci di generare valore identitario e per questo prosciugano i vecchi valori finché possono cercando di estrarne il massimo valore che non è quello intangibile del tifo, ma qualcosa di molto più venale.
Se qualcuno si stesse domandando “Quindi? Cosa facciamo?” sinceramente non ho risposte, forse perché come scritto sopra certi sentimenti non riesco più a provarli perché mi hanno un po’ ucciso nell’anima ma il buon Simone mi ha ricordato cosa siamo e che responsabilità abbiamo come tifosi. Forse anche il mio è uno sfogo, un tappo che salta all’improvviso, non saprei giudicate voi, ma spero con tutto il cuore che sfoghi pacati e sentiti come questo si possano moltiplicare perché da cosa nasce cosa e chissà che questo simulacro di Milan possa scomparire. Lasciatemi la speranza.
Seal
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