Oltre la Champions, il vuoto

Il pareggio a reti bianche contro la Juventus lascia in dote un punto che, calcoli alla mano, può essere considerato fondamentale per la corsa verso l’Europa che conta. Eppure, la sensazione prevalente che accompagna l’ambiente rossonero ormai da settimane non è di sollievo, ma di rassegnazione. Il Milan si trova davanti a un finale di stagione che promette di essere un vero e proprio calvario, sia sul piano fisico che su quello realizzativo. Parlare di calvario non è un’esagerazione: la squadra dà l’idea di aver esaurito ogni risorsa residua. Le gambe non girano più con la brillantezza necessaria per scardinare le difese chiuse, e la testa sembra prigioniera di una tensione che toglie lucidità nell’ultimo passaggio e sotto porta.

​Quello che preoccupa maggiormente non è solo la mancanza cronica di gol, ma la percezione che ogni azione offensiva sia diventata una fatica immane. È un esercizio di pura volontà, privo di quella fluidità e di quella naturalezza che dovrebbero appartenere a un club di vertice. Siamo di fronte a un esaurimento nervoso collettivo: quando si smette di segnare, la porta avversaria diventa improvvisamente piccola e pesante. Ogni minuto che passa senza sbloccare il risultato aumenta l’affanno di chi sa, dentro di sé, di non avere alternative valide o colpi di genio pronti a uscire dalla panchina. È un circolo vizioso in cui la stanchezza fisica alimenta l’insicurezza tecnica, trasformando queste ultime partite in una maratona psicologica logorante per i giocatori e per chi li osserva.

​Dispiace profondamente per i tifosi, per quelle migliaia di persone che hanno speso oltre 100 euro per assistere a uno spettacolo dove il Milan ha giocato essenzialmente per non perdere, rinunciando quasi del tutto alla volontà di vincere. È parso un pareggio di “comodo”, utile a far contenti tutti e a non farsi male, specialmente in vista di un calendario che vede la Juventus affrontare impegni sulla carta agevoli. Il Milan chiude così un mese di aprile da dimenticare: due sconfitte senza segnare, una vittoria sofferta e un pareggio scialbo. Un solo gol fatto a fronte di quattro subiti in trenta giorni. Scegliere quale sia stata la partita più brutta del mese è un esercizio difficile, una gara al ribasso che riflette perfettamente lo stato di salute della squadra.

​Ma prima di analizzare le questioni di campo, è impossibile ignorare quanto sta accadendo nei palazzi del potere calcistico. Il cosiddetto “caso Rocchi” e un sistema arbitrale che appare ogni giorno più condizionato sono temi che pesano come macigni sull’andamento del campionato. Sbilanciarsi in opinioni nette in questo momento è azzardato, perché le informazioni sono ancora parziali, ma la sensazione che qualcosa di profondo non vada è ormai comune a tutti gli addetti ai lavori. Su questo argomento l’attenzione resterà altissima, pur con il sospetto, quasi una certezza per chi conosce la storia del calcio italiano, che tutto possa finire a “tarallucci e vino”. Quando ci sono di mezzo determinati poteri e certi colori, la giustizia sportiva sembra sempre perdere la vista o, peggio, la voglia di approfondire.

​Tornando alle vicende strettamente rossonere, il problema principale resta il deserto offensivo. Il Milan non segna più perché i suoi attaccanti, semplicemente, non incidono. Se le occasioni migliori della partita capitano regolarmente sui piedi dei mediani, significa che il sistema di gioco è saltato o che la qualità degli interpreti avanzati è ai minimi termini. Rafael Leão e Christian Pulisic sono oggi ombre sbiadite dei campioni che dovrebbero trascinare la squadra; vagano per il campo senza trovare lo spunto, senza quella cattiveria necessaria per spaccare le partite. Di Füllkrug e Nkunku, poi, non vi è traccia: sono oggetti misteriosi, colpi di mercato che sulla carta dovevano aiutare la squadra e che invece risultano non pervenuti.

​In questa situazione frustrante, le scelte di mercato estive, basate più su scommesse che su assolute certezze, hanno presentato un conto salatissimo. Senza attaccanti di peso, il calcio insegna che non si vincono trofei. Il centrocampo resta l’unico reparto capace di tenere a galla la baracca, merito della sostanza di Adrien Rabiot e della classe infinita di Luka Modric (a cui vanno i migliori auguri per la riabilitazione dopo l’intervento allo zigomo: è stato un onore immenso vederti giocare con la nostra maglia e spero sinceramente di rivederti ancora protagonista, perché calciatori della tua caratura sono merce rara). Tuttavia, non si può pretendere che siano sempre i veterani o i centrocampisti a risolvere ogni pratica. Una squadra con ambizioni da Champions League non può permettersi un attacco così nullo e asfittico.

​Si sta raggiungendo l’obiettivo minimo del quarto posto, migliorando il piazzamento rispetto alla stagione precedente, ma dietro questa facciata di “risultato raggiunto” restano le ombre di una gestione non all’altezza. A giugno servirà un mercato di campioni fatti, non di scommesse. O si ricomincia a investire per vincere, o serviranno molti anni per tornare grandi. Il Milan deve giocare per il primo posto per diritto di nascita e di storia, non per “partecipare” e garantire la continuità di un progetto sportivo che sembra ridursi a un continuo galleggiamento. Il verbo “vincere” sembra essere stato cancellato dal vocabolario della sede di via Aldo Rossi, sostituito dalla soddisfazione per un piazzamento che serve solo a far quadrare i conti. Ma il Milan non è un’azienda di logistica; il Milan è passione, è trionfo, è gloria. Quale sarebbe il progetto di cui si parla tanto? L’unico che appare chiaro è questo navigare a vista tra il secondo e il quarto posto, senza mai dare l’impressione di poter realmente lottare per il vertice.

​Un esempio lampante di questo scollamento totale tra la realtà societaria e l’anima del club è avvenuto proprio durante la sfida contro la Juventus, in occasione della premiazione di Ruud Gullit. Il “Tulipano Nero”, un Pallone d’Oro, il simbolo del primo grande Milan di Berlusconi, è stato premiato da Daniele Massaro. Nulla contro il buon Massaro, ma la gerarchia societaria e il rispetto per la leggenda avrebbero imposto la presenza della proprietà, della presidenza o almeno dell’Amministratore Delegato. È indicativo, e fa male, notare come tennisti o ospiti di passaggio vengano onorati dai massimi vertici con foto e sorrisi dal braccio destro del proprietario, Zlatan, mentre una leggenda che ha scritto la nostra storia venga sbrigata con un cerimoniale rapido tra ex compagni.
​Torna prepotentemente in mente il monito di Paolo Maldini: “Oggi comandate voi, ma non calpestate la nostra storia”. È un monito che viene ignorato sistematicamente ogni volta che ci si accontenta del quarto posto, ogni volta che si mette il bilancio davanti all’ambizione sportiva, ogni volta che si trattano i miti del passato come semplici comparse di un evento di marketing.

Se Allegri porterà questo gruppo in Champions, gli andrà riconosciuto un merito enorme, quasi un miracolo sportivo date le premesse tecniche e i limiti evidenti della rosa che gli è stata messa a disposizione. L’allenatore ha spremuto ogni goccia di sudore da un gruppo costruito a metà, tenuto insieme con il nastro adesivo da giocatori come Bartesaghi, Estupiñán, Ricci o Jashari, che faticano a sostenere il peso di certe ambizioni.

​Mancano ora quattro battaglie e sei punti. È il momento di stringere i denti, fare i punti necessari e poi, finalmente, tirare le somme in modo onesto e brutale. La speranza è che la lezione sia stata capita, perché un altro anno passato a “galleggiare” nell’anonimato delle prime quattro posizioni, senza mai dare la sensazione di poter lottare per il vertice, non sarebbe dignitoso per noi e per quello che rappresentiamo nel mondo.

Il Milan deve tornare a essere il Milan, non una pallida imitazione che si accontenta delle briciole cadute dal tavolo dei grandi.

W Milan

Harlock

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.