
Quattro anni. Tanto è bastato per trasformare il prato di Reggio Emilia da teatro del trionfo più incredibile della storia recente rossonera a cimitero delle ambizioni milaniste.
Quattro anni fa si vinceva uno scudetto meraviglioso, strappato all’Inter con una rimonta di cuore e polmoni; domenica, nello stesso stadio, abbiamo assistito a una prestazione indegna, un 2-0 incassato dal Sassuolo senza attenuanti, senza orgoglio e, quel che è peggio, senza alcuna vergogna apparente. Quello del 2022 non era l’inizio di una nuova era, ma l’ultimo sussulto di una visione sportiva che oggi è stata smantellata. La sconfitta emiliana non è un semplice campanello d’allarme: è il sintomo evidente di un dramma sportivo che si sta delineando da settimane. Il Milan sta colando a picco e il traguardo minimo, la qualificazione in Champions League, unico reale obiettivo di questa proprietà, sta scivolando via giornata dopo giornata.
Poco dopo quel tricolore del 2022, Paolo Maldini tracciò la rotta: “Oggi il Milan con una visione strategica di alto livello può andare a competere con le più grandi. Se scegliesse una visione di mantenimento, senza investimenti, rimarremo nel limbo tra le migliori sei-sette squadre in Italia”. Maldini indicava il bivio. La proprietà RedBird ha scelto la strada del “galleggiamento”, del risparmio elevato a divinità mentre la storia veniva calpestata. Maldini e Massara, rinnovati all’ultimo minuto e poi licenziati un anno dopo, avevano ragione. Oggi quel “limbo” è diventato un inferno. Dall’uscita di scena dell’anima tecnica, è entrata in vigore la gestione di Giorgio Furlani. La narrazione ci parla di un CEO “bravissimo nei conti”, ma la realtà urla l’esatto contrario. Solo in questa stagione, tra Jashari, Nkunku ed Estupiñán, sono stati bruciati oltre 90 milioni di euro. Tre flop sostanziali, con il francese che è ormai un caso umano.
Eppure, a gennaio il Milan era lì, a -1 dall’Inter. Tare, arrivato a giugno e spesso delegittimato, aveva comunque messo Massimiliano Allegri in condizione di lottare. Serviva uno sforzo, un aiuto vero. Invece, la gestione dilettantistica ha toccato il culmine: la società era pronta a spendere trenta milioni per Mateta, salvo accorgersi a trattativa avanzata che il giocatore era infortunato. Saltato lui, nessun piano B: ci si è affidati solo a Füllkrug, già in rosa ma ridotto a un’ombra. Bisognerebbe semplicemente mettere le persone giuste al proprio posto, rispettando le competenze. Chi si occupa di finanza non deve interferire con le scelte tecniche. Il fallimento di questa visione si riverbera sul campo. La partita contro il Sassuolo lo ha raccontato brutalmente: dopo appena 5 minuti, un approccio vergognoso ha spalancato le porte alla banda di Grosso. Una sequenza di errori inaccettabili da parte di Jashari, Tomori ed Estupiñán ha regalato il gol a Berardi. Tomori, pilastro dello scudetto, oggi vive blackout cognitivi inammissibili. Ma è apparso chiaro che anche in undici il Milan comunque avrebbe faticato. Se prendi gol al 5’ del primo tempo e al 2’ della ripresa, significa che sei rimasto negli spogliatoi con la testa prima che con le gambe.
Ma perché è successo? La risposta sta in un cortocircuito motivazionale. Finché c’è stato da giocare per lo scudetto, anche con poche speranze, il gruppo è rimasto coeso e concentrato. Il Milan è sempre stato una squadra che gioca soprattutto sulle motivazioni: la prima parte di stagione è stata così, un gruppo compatto e cattivo che giocava male ma portava a casa i risultati. Dopo la gara con la Lazio, quando abbiamo perso ogni speranza di titolo, tutte le motivazioni sono andate a farsi benedire. Abbiamo continuato a giocare male, ma senza più la ferocia per fare punti.
Siamo fragili, e questa fragilità viene dall’alto. In questi casi puoi mettere una pezza per un po’, ma non per sempre. Abbiamo una proprietà e una dirigenza che si nascondono dietro l’allenatore e i giocatori, e queste cose nello spogliatoio si sentono. I calciatori percepiscono le tensioni tra Allegri, Tare e la Società; sanno che il futuro è incerto e che nessuno ha blindato il progetto. Quando mancano certezze e chiarezza, la mente cede.
In questo scenario di sbandamento generale, anche Massimiliano Allegri finisce sul banco degli imputati. Ho sempre sostenuto che con una rosa tecnicamente da ottavo posto il Mister stesse compiendo un autentico miracolo sportivo, ma i segnali emersi contro i neroverdi non possono passare inosservati: sono i segnali di un allenatore che sembra aver perso il polso della situazione. Allegri appare oggi un uomo rassegnato, svuotato di quella lucidità che lo ha sempre contraddistinto e schiacciato dal peso di una società che lo ha lasciato solo, usandolo come unico parafulmine per nascondere i propri fallimenti.
In questo momento Jashari non è un giocatore su cui fare affidamento. Gli abbiamo concesso ogni attenuante, ma se hai le qualità per stare nel Milan le metti sul tavolo. Altrimenti devi giocare nel Bruges. Senza Modric, Jashari fa solo il passaggino facile, mai personalità. Una fotocopia di De Ketelaere. Senza Modric di fianco, anche Rabiot e Fofana sono naufragati in una deriva tecnica senza precedenti.
Oggi le possibilità di quarto posto sono ridotte al minimo. Mancare la Champions significherebbe ridimensionamento e cessioni. Eppure, questa gestione non sembra voler cambiare rotta; paradossalmente, la mancata qualificazione potrebbe essere vissuta quasi con sollievo dalla società: meno costi, meno pressione, meno necessità di investire. Un Milan rimpicciolito per far quadrare i fogli Excel di via Aldo Rossi.
Mancano tre partite al termine di una stagione che aveva illuso più di quanto fosse pronta a mantenere. Perdere ci sta, ma farsi “torellare” dal Sassuolo e non fare un tiro in porta fino al 94′ è inammissibile.
Chiedere scusa sarebbe il minimo. Il “limbo” predetto da Maldini è qui, lo si vede, lo si percepisce, lo si tocca. E fa malissimo.
W Milan
Harlock
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