Il contrappasso del Milan: perchè la mediocrità fa più male a chi ha conosciuto la grandezza

Nonostante il campionato sia già iniziato e la vittoria per 2-1 sul campo del Torino abbia portato i primi tre punti in classifica, il sapore che resta in bocca non è del tutto dolce. Anche dopo un successo scaccia-pensieri in terra granata, ci si ritrova ancora a discutere di come completare una rosa finora rimasta palesemente incompiuta nelle mani del nuovo allenatore. Basterebbe questa immagine per scattare una fotografia fedele del momento: il pallone rotola già, ma i nodi della pianificazione societaria sono ben lontani dall’essere sciolti. Per capire come si sia arrivati a questo ennesimo vertice di mercato celebrato con colpevole ritardo, bisogna riavvolgere il nastro e guardare la sequenza degli eventi con lucidità.
Tutto comincia con il verdetto del campo e la sfumata qualificazione alla Champions League. La reazione di Gerry è immediata e drastica: azzeramento della catena di comando con l’esonero di dirigenza e staff tecnico. L’accusa è chiara, rivolta verso chi avrebbe impedito di operare liberamente, verso un gioco non abbastanza offensivo e verso calciatori ritenuti a fine ciclo. Successivamente, dopo ben venti giorni, viene annunciato Rúben Amorim come prima scelta, nonostante nelle settimane precedenti altri profili avessero confermato trattative in fase avanzata. Poco dopo, il presidente ufficializza il restyling dell’organizzazione societaria, definendola una scelta ponderata da tempo, pur avendo sondato fino all’ultimo momento figure d’area tedesca. Prescindendo dai retroscena e da quanti no abbiano portato a queste decisioni, la domanda resta una sola: come ci si può far andare bene una pianificazione della stagione che nasce con un ritardo strutturale così evidente?
Sul piano strettamente tecnico non giudico Amorim, ma c’è un elemento che mi sta piacendo in modo chiaro: l’intelligenza e l’umiltà con cui si è presentato. Sta dimostrando rispetto e profonda conoscenza della storia rossonera, toccando le corde giuste dell’ambiente. In un contesto in cui la struttura societaria alle spalle appare spesso fragile e poco presente, credo che l’atteggiamento dell’allenatore e la sua capacità di calarsi nel mondo Milan facciano tutta la differenza del mondo.
​Allo stesso modo, credo che il filo conduttore che sta provando a creare tra prima squadra, Milan Futuro e Primavera rappresenti il minimo indispensabile. Una sincronia tattica e metodologica tra le varie selezioni rossonere dovrebbe essere la norma, eppure negli ultimi anni purtroppo non è stata così scontata. Avere una logica tecnica continua in una società che vuole fare le cose per bene è la prima pietra fondamentale per costruire qualcosa di solido.

Ma veniamo al punto centrale della questione, ​per chi appartiene alla generazione cresciuta vedendo questo club alzare al cielo cinque Champions League, la realtà presente assomiglia a un gigantesco contrappasso. Il Milan non era soltanto una squadra forte: era un’istituzione capace di incutere soggezione psicologica ancora prima di scendere in campo. Gli avversari sapevano di affrontare un telaio perfetto, costruito per vincere, capace di pesare nei palazzi del calcio, nelle istituzioni e nel panorama internazionale. Si è stati educati alla grandezza e per questo si fa tremendamente fatica ad abituarsi a parametri che un tempo sarebbero stati considerati di ripiego. Si è conosciuto un Milan per il quale arrivare secondo rappresentava un fallimento, mentre oggi ci si ritrova a discutere per mesi di bilanci, sostenibilità, giocatori da piazzare e mercati bloccati. Il problema non è perdere, perché i cicli finiscono e pretenderne la durata eterna sarebbe infantile. Il problema è non riconoscersi più. È aver visto cosa significasse essere il Milan e assistere oggi a una società che cambia continuamente uomini, strutture e filosofie senza mai ritrovare quella continuità che ne costituiva la vera forza.
​Si comprende l’esigenza guardando indietro, ma bisogna vivere guardando avanti. È proprio qui che comincia la vera condanna del tifoso rossonero: il passato si conosce bene ed è solido, fatto di nomi come Berlusconi, Galliani, Sacchi, Capello, Ancelotti, Baresi e Maldini. Il futuro, invece, è una pagina bianca su cui da troppo tempo si vedono scrivere promesse regolarmente cancellate la stagione successiva. Pretendere di ritrovare identico quel Milan sarebbe un errore, perché il calcio moderno è cambiato e le dimensioni finanziarie impongono altre regole. Questo però non significa che il Milan debba rinunciare a essere grande, ma che debba trovare un modo moderno per esserlo.
Si nota spesso un’incomprensione di fondo sul calciomercato attuale, figlia di un’analisi superficiale. A mio avviso il mercato non si giudica contando le figurine, la quantità degli acquisti o facendo la corsa a chi spende di più. Credo che moltissime volte i colpi da svariati milioni di euro non servano a risolvere le cose, ma diventino solo uno specchietto per le allodole utile a nascondere i reali problemi della squadra. La soluzione non sta nella spesa folle, ma negli acquisti mirati e inseriti nel contesto giusto, che vadano davvero a colmare le varie lacune e che siano strettamente funzionali a ciò che chiede il nuovo tecnico. E poi c’è un aspetto fondamentale a cui siamo sempre stati abituati: prima del calciatore si guarda l’uomo. La composizione del gruppo e la solidità dello spogliatoio sono le fondamenta indispensabili per ottenere qualsiasi risultato, il primo mattone su cui costruire ogni successo.
​Il parametro corretto per giudicare un mercato è quindi uno solo: il rapporto tra i problemi di partenza di una squadra e la capacità della società di risolverli. Una squadra che aveva due lacune e le ha colmate con gli uomini giusti ha lavorato bene. Una squadra che necessitava di intervenire in quattro o cinque reparti e ne ha sistemati soltanto due resta incompleta, a prescindere dal valore o dal prezzo dei singoli innesti. Gli arrivi di Gonçalo Ramos, Mario Gila e Moreira, sono operazioni importanti e condivisibili, ma la rosa aveva e continua ad avere necessità molto più ampie. Servono un altro difensore centrale adatto ai principi di Amorim, un esterno sinistro di livello, un trequartista capace di dare qualità e fantasia alla manovra e, soprattutto, lo sfoltimento di una rosa appesantita da troppi elementi non funzionali. Le dirette concorrenti stanno progressivamente completando i propri quadri, mentre il Milan, pur con i primi tre punti in tasca presi a Torino, continua a convivere con le medesime carenze strutturali evidenziate già a fine campionato.
Non si sa quanto durerà questo momento. Non si sa se serviranno due, cinque o dieci anni prima di rivedere un progetto lineare e solido, e nessuno può garantire che la strada tornerà presto a essere quella giusta. Si sa però una cosa: aver conosciuto la vetta rende la mediocrità impossibile da scambiare per normalità. È questo il vero prezzo da pagare per chi c’era: sapere esattamente quanto si è lontani da ciò che il Milan dovrebbe essere, e continuare comunque a guardare avanti, con la speranza che la storia torni prima o poi a incrociare il presente.

W Milan
Harlock

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.