
“Nel 1990 lo avevamo quasi preso, ma l’avvocato Agnelli chiese a Berlusconi di lasciare alla Juventus almeno il giocatore, visto che in quegli anni il Milan aveva raccolto un gran numero di trofei. Poi, qualche anno dopo, siamo riusciti a comprarlo”.
Questa è una delle grandi verità del calciomercato italiano, un aneddoto iconico che Adriano Galliani ama raccontare ogni volta che si riavvolge il nastro della memoria e si pronuncia un nome che fa battere il cuore a chiunque ami il calcio: Roberto Baggio.
Dietro questa confessione nostalgica si nasconde uno dei più grandi “sliding doors” della storia del Milan. Il calcio, esattamente come la vita di tutti i giorni, è una complessa questione di tempismo. Bisogna avere la fortuna e la coincidenza astrale di trovarsi nel posto giusto, ma soprattutto nel momento giusto. Una regola aurea che, purtroppo, non si applica alla perfezione quando le strade del Divin Codino e del Diavolo finiscono finalmente per incrociarsi.
Per assistere alla fumata bianca bisogna aspettare l’estate del 1995. Roberto Baggio è, senza discussione alcuna, uno dei top player assoluti del calcio mondiale. Solo due anni prima, nel 1993, ha sollevato al cielo il Pallone d’oro e ha trascinato la Juventus a suon di gol e giocate celestiali. Eppure, a Torino l’aria si è fatta improvvisamente pesante. L’avvento di Marcello Lippi sulla panchina bianconera e la fragorosa esplosione del giovane Alessandro Del Piero incrinano definitivamente il feeling tra il numero 10 e la dirigenza juventina. Baggio non è più intoccabile, la Vecchia Signora è pronta a sacrificarlo.
I dirigenti rossoneri, sempre attentissimi alle opportunità d’oro che offre il mercato, fiutano l’affare del decennio. Capiscono che quello è il momento esatto per inserirsi, per sferrare l’attacco decisivo e regalare al popolo milanista quel genio che era sfuggito cinque anni prima. Segue una trafila classica del giornalismo estivo: smentite di rito, indiscrezioni sussurrate a mezzo stampa, clamori mediatici. Poi, il 6 luglio 1995, arriva l’ufficialità. Roberto Baggio passa al Milan per una cifra vicina ai 20 miliardi di lire, firmando un contratto da 2 miliardi delle vecchie lire all’anno. Sulla carta, è un matrimonio da sogno, l’unione tra la squadra più gloriosa del decennio e il calciatore più poetico d’Italia.
La realtà del campo, però, restituisce un’istantanea diversa, venata da una sottile malinconia. L’avventura di Baggio in rossonero lascia fin da subito un sapore di incompiuto, il retrogusto amaro di un qualcosa che avrebbe potuto essere leggendario e che invece si limita a essere “soltanto” normale. Il fantasista arriva a Milano in una fase delicata: il ciclo degli Invincibili di Fabio Capello sta vivendo una transizione profonda, l’intensità sta calando e gli ingranaggi non sono più fluidi come un tempo.
Nonostante le difficoltà strutturali, il primo anno si chiude con la conquista dello Scudetto. È il titolo numero quindici della storia milanista, ma Baggio non riesce mai a sentirsi pienamente integrato nel cuore del progetto tecnico. Un po’ per via di una serie di contrattempi fisici che ne frenano la continuità, un po’ per l’immensa concorrenza interna in un reparto offensivo stellare, il talento di Caldogno fatica a trovare la sua centralità assoluta. Spesso parte dalla panchina, spesso viene sostituito, faticando a esprimere quella leadership tecnica che lo ha reso unico al mondo.
Se il primo anno è complicato, il secondo capitolo si rivela persino peggiore. All’inizio della stagione 1996/97, il nuovo mister Óscar Tabárez prova a cambiare le carte in tavola. Il tecnico uruguaiano decide di metterlo al centro del suo progetto tattico, consegnandogli le chiavi della squadra. L’illusione, tuttavia, dura pochissimo. I risultati non arrivano, la panchina salta e la società richiama di corsa Arrigo Sacchi.
È l’inizio della fine dell’esperienza rossonera di Baggio. Il ritorno del tecnico di Fusignano fa riemergere istantaneamente i vecchi dissapori, le incomprensioni tattiche e le ruggini mai smaltite della spedizione mondiale di USA ’94. Il rapporto tra il rigido dogmatismo di Sacchi e la libertà creativa di Baggio è da sempre conflittuale, e a Milanello si consuma l’atto finale. Il minutaggio del fantasista crolla, l’entusiasmo si azzera e, dopo due sole stagioni e un totale di 67 presenze e 19 reti, l’avventura si chiude mestamente. Il Divin Codino saluta Milano per andare a rinascere a Bologna.
La parabola di Roberto Baggio al Milan resta così l’emblema di un campione immenso che, nonostante un bagaglio tecnico e umano sconfinato, non incontra mai l’ambiente e il contesto ideali per poter risplendere al massimo delle sue potenzialità. Ed è qui che torna a galla, prepotente, il rimpianto legato a quell’aneddoto del 1990 raccontato da Galliani.
Cosa sarebbe successo se l’Avvocato Agnelli non avesse chiesto quel favore a Berlusconi? Se Baggio fosse sbarcato a Milano nell’estate del 1990, nel pieno della sua giovinezza atletica e nel cuore pulsante del Milan degli olandesi e di Sacchi, la storia del calcio avrebbe preso una piega diversa. Con ogni probabilità, oggi racconteremmo un’epopea straripante, fatta di bacheche ancora più piene, di gol fantascientifici inseriti in una macchina teatrale perfetta, capace di segnare un’era. Ma il calcio non si fa con i “se”. Resta la bellezza visiva di aver visto, anche solo per un breve frammento di storia, la maglia numero 18 del Milan sulle spalle del calciatore più puro che l’Italia abbia mai cresciuto.
W Milan
Harlock
Seguiteci anche su













