
Mi perdonerete se per una volta non scrivo di Milan, ma semplicemente di calcio (anche perché Milan e calcio, ultimamente, hanno la sembianza di due rette parallele, destinate a non incontrarsi mai).
Ma dopo aver visto il Como dal vivo a Marassi venerdì scorso e in TV ieri sera in Champions mi è venuta voglia di buttare giù due righe in libertà.
Dato che ormai le primavere alle mie spalle iniziano ad essere parecchie, mi capita spesso di fare dei raffronti tra i calciatori di oggi e quelli del passato, alla ricerca di analogie e somiglianze: ebbene, se dovessi paragonare Nico Paz a un calciatore italiano del passato, il nome che viene in mente in modo più naturale è quello di Roberto Mancini.
Questo accostamento nasce da specifiche caratteristiche tecniche e di lettura del gioco che accomunano il talento argentino all’ex fuoriclasse blucerchiato.
Innanzitutto la posizione di “Nove e mezzo”: esattamente come Mancini, Nico Paz non è un attaccante puro e non è un centrocampista classico, è quel profilo di trequartista moderno che ama svariare sulla trequarti, legando il centrocampo all’attacco e muovendosi con una classe che appartiene a un’altra epoca.
Poi eleganza e primo controllo: entrambi condividono una coordinazione innata e la capacità di orientare il corpo per saltare l’uomo già con il primo tocco, mantenendo la palla incollata al sinistro (nel caso di Paz) o al destro (Mancini)
Così come la visione di gioco “periferica”: Nico Paz dimostra una sensibilità straordinaria nel servire assist e nel vedere linee di passaggio prima degli altri, una dote che è stata il marchio di fabbrica di tutta la carriera di Mancini.
Il Mancio, soprattutto ad inizio carriera, rispetto a Nico era più 9 che 10, agiva molto più da seconda punta classica o “nove” d’appoggio accanto a Trevor Francis prima e Gianluca Vialli poi, aveva una presenza in area di rigore e un’indole realizzativa che Nico Paz, al momento, esprime meno, dato che l’argentino nasce e si muove prevalentemente da dieci puro o sottopunta moderno.
Tuttavia, l’analogia che scatta nella mente guardandoli è legata proprio a quell’estetica del gioco, alla loro arroganza tecnica: quella postura elegante, a testa alta, con cui Nico Paz riceve la palla a centrocampo e punta l’avversario sfida le leggi fisiche del calcio moderno, esattamente come faceva Mancini ai tempi, ed il modo in cui Paz manda in porta i compagni con filtranti che gli altri non vedono nemmeno dalla tribuna è lo stesso spartito che Mancini ha suonato per anni a Genova.

E allargando un pò la visione, per certi versi anche il progetto tecnico del Como (con i dovuti distinguo legati ai diversi contesti) mi ricorda quello della Samp di Mantovani: una squadra costruita con gradualità facendo crescere assieme tanti giovani di talento.
Il paragone tra il Como della famiglia Hartono e la Sampdoria di Paolo Mantovani coglie l’essenza di una filosofia societaria rara nel calcio moderno, pur con le ovvie differenze generazionali e di budget globali.
Quella Sampdoria nacque da un’idea precisa: comprare giovani di immenso talento, metterli nelle mani di maestri di calcio e lasciarli crescere insieme anno dopo anno, creando un blocco unico, quasi familiare.
Ci sono tre analogie fortissime che collegano i due progetti: la programmazione e la pazienza innanzitutto, Mantovani non pretese tutto e subito, costruì la squadra un pezzo alla volta; così anche il Como, pur disponendo di una proprietà ricchissima, ha scalato le categorie con una crescita graduale, investendo sulle strutture, sul centro sportivo e su un’idea di calcio a lungo termine guidata da Cesc Fàbregas.
Poi l’attrattiva dell’ambiente: Genova allora, come Como oggi, offriva un contesto ideale, città splendide, piazze calde ma che sanno rispettare la vita privata dei calciatori, dove si può lavorare senza le pressioni asfissianti di Milano o di Roma. Nico Paz, Diao o Baturina hanno scelto Como per il progetto e per l’ambiente, proprio come i giovani degli anni ’80 sceglievano la sponda blucerchiata.
Infine il “Maestro” in panchina come magnete: se la Sampdoria ebbe in Vujadin Boškov il perfetto gestore e psicologo, il Como ha in Cesc Fàbregas una figura mitologica per i giovani, ed il fatto che un campione del mondo ti chiami al telefono per spiegarti come vuole farti giocare ha lo stesso identico impatto di quando Mantovani affascinava i giocatori con la sua signorilità.
Ovviamente il calcio di oggi è molto più rapido e globalizzato, e trattenere i talenti a lungo come fece Mantovani con i “Gemelli del Gol” è la sfida più difficile per il Como attuale, ma sono convinto che presto o tardi i lariani, come quella Sampdoria, siano destinati a vincere, in Italia come in Europa.
Trovate delle differenze di progettualità con il Milan attuale?
Max
Seguiteci anche su












