L’IO CONTRO IL NOI: Ibrahimovic, il finto custode e la morte del Milan

Parlare di quel 24 maggio 1989 è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché le immagini di Barcellona sono scolpite nella mente di chiunque ami questi colori; difficile perché, per chi allora aveva solo quindici anni, significa rivivere un’epoca in cui tutto accadeva alla velocità della luce. Solo sette anni prima, nel 1982, piangevo per una retrocessione in Serie B che ritenevo ingiusta. Poi l’inferno della caduta, la risalita e, a sette anni esatti da quel baratro, il mio Milan si giocava la finale di Coppa dei Campioni. Per me, abituato a vedere trionfare gli altri, sembrava una dimensione irreale.

​Quella finale arrivava dopo un cammino epico, toccando Sofia, Belgrado, Brema, Madrid e Barcellona. Era la prima volta per me, ma anche per molti di quei ragazzi che erano i miei idoli assoluti: Tassotti, Evani, Maldini, Filippo e Giovanni Galli, Gullit, Van Basten, Virdis, Costacurta, Colombo, Rijkaard, Donadoni. Una formazione incredibile.
​Ricordo l’attesa snervante di quel pomeriggio, la tensione alle stelle. C’era la consapevolezza che potesse trattarsi di un evento unico, l’occasione per sbattere il trionfo in faccia a chi si pavoneggiava per lo scudetto dei record o a chi festeggiava a Napoli. La Gazzetta parlava di un esodo biblico: oltre novantamila milanisti in viaggio verso la Catalogna, un’onda rossonera pazzesca. C’era persino la paura dello sciopero TV in Spagna. Un misto di gioia e terrore nello stomaco.

​Poi, l’inizio della partita. E la tensione svanisce in un attimo: in campo c’è una sola squadra. Il Milan aggredisce lo Steaua Bucarest fin dal primo secondo. Al 15′ Gullit prende il palo, e un attimo dopo l’olandese con le trecce insacca a porta vuota. È l’1-0. Il mio urlo libera tutta l’eccitazione per una supremazia schiacciante. Al 27′ il raddoppio: cross di Tassotti e Marco Van Basten vola in cielo per il 2-0. Sobbalzo dalla sedia e abbraccio il televisore, volevo saltare al collo del mio idolo orange. In quel momento inizio a capire i racconti di mio padre sulla finale di Madrid di vent’anni prima. Allora era stato il suo eroe Prati, oggi erano i miei eroi a dominare.
​Al 39′ il tris: Ancelotti per Donadoni, tracciante per Gullit che controlla e fulmina il portiere di potenza. Un gol ogni dieci minuti. Nella ripresa, dopo appena sessanta secondi, Van Basten fa poker su assist di Rijkaard. 4-0. Fine dei giochi. Inizia la mia festa, sventolando quel bandierone rossonero che un anno prima aveva conquistato Napoli. Eravamo Campioni d’Europa. Quei ragazzi, per me, saranno per sempre gli Immortali.

​​Non avrei mai pensato che, esattamente trentasette anni dopo, avrei dovuto vivere da adulto la morte del mio Milan. Perché di questo si tratta, ed è giunto il momento di dirlo senza filtri: il mio AC Milan, il mio più grande amore, è ormai ridotto a cenere dopo essere stato ucciso, vilipeso, divorato, umiliato e ridicolizzato. Seguo questa squadra da più di quarant’anni: ho pianto a Cesena per la B, ho vissuto in diretta il furto di Verona nel 1990, ho sopportato l’intera Banter Era e molto altro. Ma un senso di impotenza totale e frustrazione rabbiosa come quello attuale non l’ho mai provato. A 52 anni il dolore non è per una partita andata male. Sono arrabbiatissimo perché mi è stato scippato il Milan dalle mani, dal cuore e dall’anima.

​Il Milan è diventato una società spenta, svuotata, completamente distante dalla sua storia e dai suoi tifosi. Una discesa lenta, inesorabile, culminata nell’ennesima pagina grottesca della nostra storia recente: la sconfitta casalinga per 1-2 contro il Cagliari a San Siro. Perdere in quel modo, venendo surclassati in tutto nonostante il gol al primo minuto ci avesse spianato la strada, è stato il manifesto programmatico del nostro sfacelo. Una svalutazione totale della rosa, unita a un mercato invernale passivo, immobile e vigliacco, che ha certificato il fallimento di un’intera struttura sportiva.

​Le cause di questo disastro affondano le radici in precise scelte strategiche. Eppure, c’eravamo riusciti. Questo è il dolore più grande. Eravamo faticosamente venuti fuori da dieci anni di disperazione totale, di fallimenti e di crisi nera. Eravamo tornati a vincere il campionato e a vivere quelle elettrizzanti, magiche serate primaverili di Champions League, sorretti da un’unione totale e simbiotica tra i tifosi, la squadra, l’allenatore e la dirigenza. Avevamo tra le mani una rosa che andava soltanto migliorata, e avevamo dei leader veri come Paolo Maldini: gente dotata di anima, stile e con la storia del Milan che scorreva potente nel sangue. Bastava davvero poco per aprire un ciclo duraturo. Bastava spendere bene e un briciolo di più, inserire un allenatore di livello internazionale, acquistare un grande campione all’anno e continuare a valorizzare i giovani.

​Invece i signori del fondo hanno preferito smantellare scientificamente tutto. La verità è che il peccato originale è stato commesso quando venne cacciato Paolo Maldini, e non ho paura a dirlo e ne tanto meno di nominarlo. Da quel momento in avanti il Milan è stato progressivamente smontato pezzo dopo pezzo. Sono stati distrutti gli equilibri, il senso di appartenenza, la competenza calcistica e soprattutto il legame tra il club e il suo popolo. Hanno venduto istantaneamente Sandro Tonali, hanno messo la gestione tecnica in mano a dirigenti inadeguati e hanno riempito la rosa di calciatori disfunzionali strapagati a prezzi esorbitanti. Hanno letteralmente raso al suolo l’intero progetto tecnico e finanziario, distruggendo quella traiettoria virtuosa di crescita economica ed esposizione mediatica internazionale che era stata messa in piedi da dirigenti come Ivan Gazidis, Paolo Maldini e Frederic Massara.

Quella cacciata è stata la vera, tragica sliding door. Paolo, che pochi giorni dopo il trionfo tricolore dettava già le regole e le ambizioni per il futuro, è stato allontanato come un fastidio da chi non tollera la competenza e la grandezza morale.

​​I nodi, però, vengono sempre al pettine. E davanti al baratro del fallimento sportivo e all’eliminazione dalla Champions League per il secondo anno consecutivo, Gerry Cardinale ha dovuto prendere atto del disastro della sua stessa creatura. Consapevole dell’insostenibilità di quel teatrino aziendale che faceva ridere l’Italia, il numero uno di RedBird ha deciso di azzerare tutto con un colpo di spugna violentissimo. Un repulisti totale, tardivo ma inevitabile, che ha spazzato via l’intera catena di comando, anche se a parere mio avrebb dovuto iniziare da se stesso.
​Se ne va Giorgio Furlani, l’amministratore delegato robotico e algido, perfetto esecutore di un modello basato sul controllo ossessivo dei costi ma totalmente privo di anima calcistica. Insieme a lui, cade definitivamente il mito di Geoffrey Moncada. Ci era stato venduto per anni come lo “scout visionario”, il mago dei dati. Improvvisato Direttore Sportivo dall’oggi al domani senza le competenze necessarie, Moncada esce di scena lasciando dietro di sé macerie: milioni buttati per ingrassare i procuratori amici e un progetto “Milan Futuro” nato praticamente morto. Una struttura a sei teste che si è sciolta come neve al sole. E dentro questo tsunami societario finiscono inevitabilmente anche il brevissimo e fallimentare interregno tecnico di Massimiliano Allegri e Igli Tare. Allegri, crollato sotto il peso di un vuoto cosmico e di uno spogliatoio privo di motivazioni, e Tare, incapace di incidere in un contesto destabilizzato, pagano l’errore di aver accettato di far parte di questa farsa quotidiana. Se ne vanno da sconfitti, bruciati dall’ennesimo cortocircuito di questa gestione.

​Ora, sulle macerie di via Aldo Rossi, si staglia la nuova linea di comando voluta da Cardinale: Giorgio Calvelli all’area finanziaria ed economica, e Zlatan Ibrahimovic promosso a capo assoluto dell’area sportiva.

​Ma qui casca l’asino, ed è qui che la rabbia si trasforma in profondo disgusto. Come si può avere fiducia in chi ha scientificamente contribuito a distruggere lo spogliatoio, telefonando direttamente ai calciatori per metterli contro Allegri nel momento più delicato e decisivo della stagione? Io questo fatto non lo posso dimenticare, e non lo dimenticherò mai. Quella di Ibrahimovic è stata semplicemente sete di potere, l’atto di una persona arrogante che ha tramato alle spalle della squadra, alimentando solo nervosismo e facendo guerre interne distruttive invece di proteggere il gruppo. Se questi sono i prodromi della ricostruzione, pensare di poter ricominciare con lui al comando è un’utopia pericolosa.
​Come si può dare credito a uno che sparisce per mesi interi e, quando deve prendersi le sue precise responsabilità, scappa a gambe levate? Domenica sera, dopo l’umiliazione storica contro il Cagliari, Ibra è fuggito invece di andare davanti a un microfono, metterci la faccia e chiedere scusa ai tifosi per la gestione ignobile che ha firmato lui, insieme a tutti gli altri. Ma adesso che sente odore di potere totale, adesso che la sedia di comando è libera, ecco che riappare magicamente per prendersi il palcoscenico.

​Viene il vomito al solo pensiero che Lui possa minimamente pensare di sostituire Paolo Maldini. Parliamo di valori, di stile, di dignità e di modi di fare totalmente opposti. Il Milanismo in Ibrahimovic non c’è, non c’è mai stato e mai ci sarà. Ricordiamocelo bene: nel 2006, nel momento del nostro massimo bisogno, andò all’Inter per pochi denari invece di venire da noi. Io non dimentico. È sempre e solo andato dove c’erano i soldi, la convenienza e il potere personale.
​Maldini è il Milan. Ibrahimovic un mercenario. Ai miei occhi una differenza enorme.

​Chi oggi pensa di poter decidere il futuro del club atteggiandosi a custode del milanismo, senza averne né la storia, né il peso, né l’amore autentico per questi colori, sta soltanto prendendo sfacciatamente in giro la tifoseria. E i tifosi veri, quelli che per il Milan non dormono la notte, lo hanno capito perfettamente. Il Milan oggi è vittima di troppi ego, di troppe ambizioni personali. In questa società non esiste più il “Noi”, esiste sempre e solo l’ “Io”, l’utilizzo del Milan come passerella e palcoscenico privato per il proprio tornaconto.

​Ma il Milan non appartiene a nessuno di loro. Non appartiene ai contabili di RedBird e non appartiene a chi gioca a fare il Re senza corona. Il Milan appartiene ai veri tifosi, a quella gente che sta soffrendo da morire e che più scrive, più sente la rabbia montare nello stomaco.
Ci hanno rubato la passione. Oggi di quel sogno dell’89 non restano che macerie fumanti e rabbia.

Sparite e liberate il Milan, prima che sia troppo tardi.

W Milan
Harlock

Seguiteci anche su

WhatsApp

Telegram

YouTube

"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.