IO SE FOSSI DIO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un pezzo di un amico del Night, Lorenzo Maria Alvaro. Buona lettura

 

La stagione è finita.

Sono nove anni che il Milan è in mano a fondi di private equity, quattro dall’ingresso di Redbird. I social sono roventi di contenuti, regolamenti di conti, de profundis vari. Perché anche quest’anno il risultato non è all’altezza. Non delle aspettative ma tanto meno della storia. Purtroppo il dibattito esiste, se di dibattito si può parlare, solo proprio perché il piatto dei risultati sportivi piange.

Ma questo fallimento sportivo è solo l’ennesima prova che il modello gestionale e di governance del Milan è fallimentare, nel senso che è pensato per gli interessi degli azionisti e non dei tifosi. È pensato per la speculazione degli investitori (non il giusto rendimento finanziario di un investimento, la speculazione). Tradotto è ormai evidente e chiaro che Gerry Cardinale e Redbird, e tutti i loro uomini, sono a Milano per estrarre valore dal Milan, non generare valore per il Milan. Il risultato sportivo riflette semplicemente questo. Che sarebbe vero anche se il Milan fosse ancora in lotta per lo scudetto. Anzi, sarebbe vero anche se il Milan vincesse. Chi non l’ha capito è perché o non lo vuole capire o ha qualche motivo per fingere di non capirlo.

La stagione è finita anche se c’è ancora da capire in quale Europa la squadra sarà qualificata. E anche qui, vedere tanti commentatori, youtuber e opinionisti disperati per l’eventualità di una mancata Champions League fa tenerezza, anzi tristezza, non tanto per il fatto in sé, ma per il motivo: i soldi. Ormai la narrazione da fondo speculativo è diventata pensiero e si è fatta cultura. Anche chi ha capito non riesce a fare a meno di pensare che i ricavi della Coppa facciano ormai una qualche differenza.

In ogni caso, come ad ogni fine che si rispetti, ci deve essere un bilancio. E qui mi piacerebbe fare il “mio personalissimo giudizio universale” citando il Gaber di “Io se fossi Dio”.

Ma scenderei nello sporco gioco della bagarre social, degli opinionismi, delle teorie e dei vaticini. Un gioco che come unico risultato mi ha tolto il gusto di essere incazzato personalmente. Un comportamento che si potrebbe definire “risultatista” ma si dovrebbe definire “speculativo”. Perché quello che sta succedendo è che noi tifosi stiamo lentamente sempre più somigliando alla nostra società. Stiamo diventando tutti dei piccoli Furlani. In poche parole degli “io” e dei “mio”. In ultima analisi entrerei a far parte di questo scenario desolante di individualismi ipertrofici ed egomanie galoppanti. Questa gazzarra del “io l’avevo detto prima”. Quando, e questa è l’unica cosa evidente, ci sarebbe bisogno di più “noi”, di più milanismo e di più milanisti.

Gaber, con ironia cantava “Io se fossi Dio, e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi”. Oggi assistiamo attoniti a decine di novelli Ibrahimovic che si autoproclamano Dio, lo fanno senza ironia, e non provano imbarazzo o vergogna.

Sentiamo gridare alle sommosse, sentiamo enunciare ricette di salvezza. È tutto un fiorire di “si dovrebbe”, “dovreste”, “avreste dovuto”.

Se c’è una cosa che la nostra misera storia recente ci dovrebbe aver insegnato è che gli uomini soli al comando non vanno lontano. Anche quelli nascosti dietro a gruppi di lavoro integrati. Che si chiamino Cardinale, Furlani o Ibrahimovic. A noi servono, al massimo, capitani. Ma un capitano ha senso se è alla testa di un gruppo. E un capitano non può disprezzare i suoi compagni, non può affermare il suo solo punto di vista senza mai mettersi in discussione. È sempre un primus inter pares. Sennò è semplicemente un uomo solo. E quindi inutile.

E se da un lato c’è chi grida alla rivolta dal calduccio di casa propria e senza avere legioni, in questo assurdo “armiamoci e partite”, in cui lo scopo sarebbe affamare economicamente la bestia per cacciarla, dall’altra si oppone il pensiero debole dei pavidi. Quelli che “speriamo speculino il più velocemente possibile e facciano per bene i propri comodi, così se ne andranno prima”. Eppure sono nove anni. Eppure sono quattro anni. Immaginate se Churchill invece del suo celebre “combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle piste d’atterraggio, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline, noi non ci arrenderemo mai” avesse diramato via Radio Londra un discorso di realpolitik ed educato buon senso dicendo che “d’altra parte Hitler è troppo forte, conviene che diventiamo tutti nazisti e speriamo che gli venga un infarto”. Che vergogna. Che pusillanimi.

In ogni caso, tutti, quale che sia la posizione, danno per scontato che un fondo di private equity sia di breve termine. E se così non fosse? Qualcuno sa davvero perché questi signori siano così interessati al Milan? E se per loro il Milan, nonostante una performance economica deludente, fosse leva per altri affari abbastanza remunerativi da giustificarne le perdite?
No, oggi, senza avere tutto il quadro, si possono fare solo congetture. E le congetture che ieri erano plausibili si stanno dimostrando fallaci. Otto anni. Quattro anni.

La verità è che entrambe queste posizioni sono ottuse, perché partono da assunti ideologici. A dirlo non sono io, ma due professori universitari che, con Gianmarco Tognazzi, abbiamo intervistato su “Il Muretto” (rubrica su YouTube). Si chiamano Paolo Venturi e Mario Calderini. Per i curricula potete cercare su Google. Per entrambi, questi americani non se ne andranno via a breve. E probabilmente quello che arriverà dopo sarà anche peggio. A pensarla come loro anche un imprenditore sociale come Andrea Rapaccini (sempre Google vi aiuterà). Se due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze fanno una prova.

“Quindi che fare?” si staranno chiedendo i pochi che sono arrivati fino qui. Calma. Questa è l’epoca del pensiero fast food (qualcuno lo definirebbe de-pensiero) e delle soluzioni semplici. Oggi invece che pensare si preferisce parlare, dare opinioni, ricette, nomi. Finiamola.

Non esistono nella vita soluzioni semplici e la verità è che non è detto che ci sia un modo per salvare il Milan. Almeno non con le ricette tradizionali, quelle con cui i tifosi milanisti hanno già cacciato un presidente nella loro storia, negli anni ’70 (andate a cercarvi la storia di Albino Buticchi).

Oggi non c’è una curva, non ci sono capitani, non c’è un popolo. Ci sono solo una miriade di individualismi che, nella migliore delle ipotesi, hanno altro cui pensare e nella peggiore perseguono il loro misero interesse.

Probabilmente la risposta sta in strumenti più raffinati ed evoluti.

Arriverà il momento delle proposte. Adesso è il momento di capire, ognuno per sé, qualcosa di più importante: se dovesse arrivare il momento dello scontro, quale che sia lo strumento e la proposta, saremo disposti a mettere da parte il nostro personale protagonismo e metterci a disposizione della comunità milanista? Non solo i tifosi comuni. Ma anche gli opinion leader, gli youtuber, i contents creator. Sarete in grado di abbandonare la poltroncina ergonomica davanti alla telecamera, uscire di casa e dare una mano, sporcandovi le mani, senza riflettori e follower plaudenti? Probabilmente il futuro del Milan passa, in larga parte, dalla risposta a questa domanda.

P.S. Non ho parlato dei giornalisti perché, citando sempre Gaber, «ho parlato di noi, comuni mortali. Quegli altri non li capisco. Mi spaventano, non mi sembrano uguali».

 

Lorenzo Maria Alvaro

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Community rossonera, da sempre in prima linea contro l'AC Giannino 1986. Sempre all'attacco. Un sito di curvaioli (La Repubblica). Un buco nero del web (Mauro Suma)