
“Giocatore fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia, calcia bene con entrambi i piedi, fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco, sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore emergente. Superfluo aggiungere altro: E’ DA MILAN”.
Chi legge queste righe oggi avverte un brivido lungo la schiena. È il 5 novembre 1997 e questo testo non è un semplice appunto, ma il rapporto ufficiale che lo storico osservatore rossonero Italo Galbiati spedisce direttamente alla sede del Milan. Galbiati si trova sulle tribune del Camp Nou, testimone oculare di una notte che cambia per sempre la geografia del calcio europeo. In campo c’è il Barcellona, ma a dominare la scena è la Dinamo Kiev. Il protagonista assoluto della serata indossa la maglia numero 10 degli ucraini: è un ventunenne con lo sguardo di ghiaccio e i movimenti del killer d’area di rigore. Si chiama Andriy Shevchenko. Quella sera, la stella nascente dell’Est tramortisce i catalani con un sonoro 4-0, firmando una tripletta leggendaria che fa fare il giro del mondo al suo nome.
È esattamente in quella notte magica di Barcellona che il Milan si innamora follemente del ragazzo di Dvirkivščyna. Un colpo di fulmine destinato a trasformarsi in una delle storie d’amore più vincenti e passionali della storia del club.
La diplomazia del calciomercato, però, richiede tempo, pazienza e soprattutto il momento giusto per affondare il colpo. Devono passare quasi due anni prima che quel corteggiamento nato in Spagna trovi il suo compimento. Nella primavera del 1999, il presidente Silvio Berlusconi rompe gli indugi e dà il via libera definitivo ad Adriano Galliani e Ariedo Braida: l’obiettivo è strappare l’ucraino alla Dinamo Kiev a qualunque costo. Il Milan mette sul piatto una cifra astronomica per l’epoca, circa 25 milioni di dollari, anticipando tutti già nel mese di maggio, ben prima dell’apertura ufficiale della sessione estiva, pur di sbaragliare una concorrenza agguerritissima.
La sera del 15 giugno 1999, l’aereo con a bordo Andriy Shevchenko tocca la pista dell’aeroporto di Malpensa. L’istantanea di quel momento, riletta oggi, ha del surreale. Ad attendere il futuro Pallone d’Oro ci sono il direttore generale Ariedo Braida, un interprete, una manciata di giornalisti e pochissimi curiosi di passaggio. Intorno al suo arrivo non ci sono le folle oceaniche che si muovono per i top player sudamericani o italiani; c’è invece una discreta dose di scetticismo, mescolata a una fredda indifferenza. Per l’opinione pubblica dell’epoca, i calciatori provenienti dall’Est Europa sono spesso un’incognita, talenti algidi che faticano ad adattarsi alle marcature asfissianti e tattiche della Serie A.
Ma l’indifferenza della critica non sfiora minimamente la dirigenza di via Turati. Quando il Milan investe quella montagna di dollari, lo fa con la certezza granitica di chi conosce ogni singolo segreto del giocatore. Quello scout di Galbiati del 1997 è solo il primo foglio di un dossier lunghissimo.
A svelare i retroscena di quel corteggiamento silenzioso è lo stesso tecnico dello Scudetto del Centenario, Alberto Zaccheroni, che ricorda come il nome di Shevchenko circolasse a Milanello già da prima del suo arrivo: “L’idea di prenderlo c’era già da tempo, lo voleva Fabio Capello già un anno prima che arrivassi. Lo fecero seguire per molto tempo e poi un giorno Berlusconi mi chiamò per dirmi che a Wembley si giocava Dinamo Kiev-Arsenal. Mi chiede di fare una relazione sul ragazzo, mi mise a disposizione anche il suo aereo personale. Vidi un giocatore che copriva tutto il campo, che aveva qualità da attaccante, ma anche tanta corsa. Era un ragazzo che giocava per la squadra. Sulla relazione scrissi ‘Assolutamente da prendere’”.
Zaccheroni fotografa alla perfezione l’essenza di Andriy. Non è solo un finalizzatore d’area, ma un attaccante moderno, generoso, capace di pressare i difensori e di sacrificarsi in fase di non possesso, mantenendo una lucidità spaventosa davanti al portiere.
La storia successiva si incarica di spazzare via lo scetticismo iniziale di quella sera a Malpensa nel giro di pochissime settimane. Al suo debutto in campionato contro il Lecce, Shevchenko segna subito. Sarà solo l’inizio di una stagione d’esordio clamorosa, che lo vedrà laurearsi capocannoniere della Serie A con 24 reti, un’impresa mai riuscita prima a uno straniero al primo anno in Italia.
Quello sbarco in sordina del 15 giugno diventa l’alba del mito del Vento dell’Est. Con la maglia numero 7 sulle spalle, Shevchenko riscrive i record del club, diventando l’incubo della Juventus, il re indiscusso dei derby contro l’Inter e l’uomo che, nella notte di Manchester del 2003, spiazza Buffon dal dischetto per regalare al Milan la sua sesta Champions League.
Rileggere oggi la relazione di Galbiati e le parole di Zaccheroni non fa che confermare una grande verità del calcio: i campioni assoluti si riconoscono dal primo sguardo, dalla facilità con cui rendono semplici le giocate più complesse. E il Milan, in quella fine millennio, dimostra una lungimiranza straordinaria, andando a prendere il suo futuro re direttamente a casa sua, prima che il resto del mondo si accorgesse che quel ragazzo con la maglia della Dinamo Kiev era semplicemente destinato alla gloria eterna in maglia rossonera.
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