
Raccontare Franco Baresi è difficile, i miei primi ricordi del Capitano sono lontani. Nel maggio del 1979 ho solo cinque anni. I miei ricordi di quel giorno sono legati alla voce di papà e al rumore della radiolina in cucina. Ricordo l’abbraccio fortissimo che mi dà al fischio finale: il Milan vince il suo decimo Scudetto, quello della Stella. Per papà quella stella è una vera e propria liberazione. Il 20 maggio del 1973 era a Verona durante la prima tappa del suo viaggio di nozze, sposato con mamma da sole ventiquattr’ore, e vivere la “Fatal Verona” gli era rimasta dentro come una spina nel cuore. Ma in quell’abbraccio, nei suoi occhi, vedo anche una punta di tristezza. Quella è l’ultima stagione di Gianni Rivera, il suo idolo di sempre che proprio quel giorno è sceso in campo con il microfono in mano per parlare ai tifosi e salvare la partita dello Scudetto prima di appendere gli scarpini al chiodo, mentre il “Paròn” Rocco se n’è andato da poco lasciando la società fragile. Eppure papà mi dice: “Vedi, di quel ragazzo con il numero 6 ci possiamo fidare come erede di Rivera”.
Sono ancora troppo piccolo per capire, ma quel ragazzo diventerà il mio compagno fedele per vent’anni. Ricordo quando papà mi porta per le prime volte a San Siro e io non ho occhi che per Lui. È già Campione del Mondo, ma resta con orgoglio il Capitano del mio Milan anche negli inferi della Serie B. Ricordo l’amarezza della sconfitta con la Cavese, ma ricordo soprattutto la grandissima cavalcata di quella stagione per tornare in alto. E Lui, Franco, è sempre lì, in campo con la sua maglia rossonera fuori dai pantaloncini. È il mio guerriero, il condottiero che mi accompagna nelle mie tante prime volte da tifoso: il colpo di testa epico di Hateley nel derby, la conquista dello Scudetto nel pomeriggio di Napoli del 1° maggio 1988 e quel viaggio europeo meraviglioso del 1989 culminato con l’invasione rossonera a Barcellona. Quel Milan, con lui Capitano, segna inequivocabilmente la mia infanzia e la mia adolescenza, conducendomi verso orizzonti calcistici inesplorati e mai sognati nemmeno dai miei amici juventini ed interisti.
Guardo lo schermo, riesamino le immagini di una vita e sento un vuoto immenso dentro il petto. In queste ore non perdiamo soltanto il più grande difensore della storia del calcio: perdiamo una parte della nostra esistenza, l’ancora di salvezza che ci insegna da sempre cosa significa amare questa maglia. Per me, per tutti noi, Franco Baresi non è un semplice giocatore del passato. Franco Baresi è il Milan. Se chiudo gli occhi, lo vedo ancora lì, al centro del campo, con la fascia ben stretta al braccio e quel mento alto che trasmette un’idea irraggiungibile di insuperabilità.
Ci sono storie che sembrano scritte da uno sceneggiatore con un senso drammatico del destino. La parabola del Capitano non è semplicemente la carriera di un fuoriclasse, ma un romanzo d’amore, di fedeltà e di rinascita che si fonde con la vita di ognuno di noi.
Per capire davvero la sua grandezza, bisogna scavare sotto l’armatura del leader ed esplorare il contrasto tra le sue due anime: da un lato il Piscinin, il ragazzo schivo e provato dai dolori della vita, dall’altro il gigante insuperabile che guida la squadra con un solo sguardo.
Tutto comincia con un rifiuto che ha il sapore del paradosso. A quattordici anni Franco si presenta a un provino per l’Inter, dove gioca già il fratello Beppe, ma la sentenza dei dirigenti nerazzurri è secca: devi crescere, magari torni il prossimo anno. Tra chi osserva la scena c’è un allenatore del settore giovanile interista, Italo Galbiati. Quando la stagione successiva Galbiati passa al Milan, non ha dimenticato quel ragazzo. Lo manda a chiamare e lo porta a Milanello. Franco gioca prima da terzino, poi passa a fare il libero. È bravissimo, ma la dirigenza rossonera tentenna perché è alto solo 1,64 metri e teme la figuraccia. Galbiati non si arrende, convince il club ad acquistarlo dall’Unione Sportiva Oratorio per un milione e mezzo di lire e stringe un patto d’onore informale: un milione in più per ogni centimetro oltre il metro e settanta. Franco arriverà a 1,76 metri, ma soprattutto diventerà un colosso di personalità.
Il debutto tra i grandi arriva il 23 aprile 1978 a Verona: il Milan vince 2-1 e quel diciassettenne gioca con una grinta tale da risultare il migliore in campo. L’anno dopo, Nils Liedholm lo promuove titolare fisso e Gianni Rivera si batte affinché anche il giovanissimo Franco riceva il premio vittoria di cinquanta milioni per lo Scudetto della Stella. Con quei soldi Baresi si compra la sua prima Golf grigia, ignaro del fatto che la vita stia per chiedergli un conto salatissimo.
La vera tempesta si abbatte tra il 1980 e il 1983. Per Franco sono anni devastanti, segnati da drammi personali terribili: una gravissima malattia, una setticemia che lo colpisce prima dei Mondiali del 1982, e la scomparsa improvvisa del padre, travolto da un’auto proprio davanti all’oratorio dove il piccolo Franco aveva tirato i primi calci al pallone. Nell’estate del 1982, con l’Italia campione del Mondo e il Milan in cadetteria, Fulvio Collovati saluta Milanello, mentre Baresi decide di restare. Rifiuta tantissime offerte, compresa quella dell’Inter del fratello Beppe, e sceglie di scendere negli inferi della Serie B per riportare in alto i nostri colori. È lì che nasce il patto di sangue con la tifoseria rossonera, che vede in quel ragazzo silenzioso un baluardo umano e morale prima ancora che tecnico.
Con l’arrivo di Silvio Berlusconi nel 1986 e l’avvento di Arrigo Sacchi, il Milan si trasforma nella squadra più forte del pianeta, ma il motore di quella macchina da guerra resta sempre la difesa guidata dal numero 6. Sacchi stravolge il calcio passando alla difesa a quattro in linea e Baresi diventa il difensore centrale per eccellenza nel panorama mondiale.
In fase di non possesso cerca sempre l’anticipo o il contrasto lontano dalla porta, convertendo l’azione difensiva nell’inizio della manovra d’attacco, accompagnato dal suo marchio di fabbrica: quel braccio alzato al cielo a chiamare il fuorigioco che diventa il terrore di ogni attaccante del pianeta. In fase di possesso è l’ultimo difensore ma anche il primo regista, capace di strappare palla al limite della propria area e ripartire a testa alta palla al piede.
Restano memorabili le parole dell’Avvocato Gianni Agnelli quando lo paragona a Scirea, dicendo che Scirea è più elegante e Baresi qualche botta la dà, ma come guida la difesa e talvolta addirittura la squadra non la guida nessuno. E Frank Rijkaard riassume perfettamente il suo carisma ricordando che Franco è sempre il suo capitano, a cui basta lo sguardo senza bisogno di molte parole.
Questa sua soglia del dolore sovrumana, questa sua epica capacità di andare oltre ogni limite fisico per la maglia, trova il suo manifesto rossonero nel derby del 19 novembre 1989. La partita è accesa ed equilibrata per tutto il primo tempo, ma nei primi minuti della ripresa, durante un durissimo scontro in area di rigore, il centravanti dell’Inter Jürgen Klinsmann colpisce fortuitamente Baresi con una scarpata decisa, provocando la frattura dell’ulna. Nonostante il dolore lancinante e l’osso spezzato, Baresi rifiuta categoricamente il cambio per non lasciare la squadra priva del suo punto di riferimento nel momento cruciale della gara. Stringe i denti e resta in campo per quasi tutto il secondo tempo, permettendo al Milan di mantenere la porta inviolata e guidandolo a un trionfo storico che consacra la sua figura di Capitano coraggioso nell’immaginario collettivo. Un’impresa che fa il paio con quanto farà anni dopo in maglia azzurra nella finale dei Mondiali del 17 luglio 1994 a Pasadena contro il Brasile, giocata appena 23 giorni dopo un intervento al menisco: 120 minuti eroici sopra il dolore fino alle lacrime finali, simbolo di un leader che dà letteralmente tutto ciò che ha.
Il percorso sul campo si chiude il 1° giugno 1997 a San Siro in un Milan-Cagliari dal sapore malinconico. Al novantesimo minuto Baresi saluta i suoi tifosi insieme al compagno di mille battaglie Mauro Tassotti, sfilando la fascia dal braccio per l’ultima volta dopo 19 stagioni e 719 partite giocate sempre al massimo. Per la prima volta nella storia del calcio italiano, il club decide di ritirare per sempre la maglia numero 6, trasformandola in un’opera d’arte intoccabile che non potrà mai più avere repliche.
Quando nel 1999 i tifosi rossoneri lo votano come Milanista del Secolo, mettendolo davanti a leggende del calibro di Rivera, Nordahl, Liedholm, Van Basten e Maldini, si chiude il cerchio. Franco Baresi ci insegna la lezione più bella e profonda: si può finire a terra, si può toccare il fondo nel fango della Serie B o nel dolore della vita privata, ma con la dignità, il carattere e la lealtà ci si può rialzare fino a toccare il cielo.
Ora che Franco compie il suo ultimo viaggio, mi ritrovo a pensare a quella frase che papà mi disse nel maggio del 1979. Avevi ragione tu, papà: di quel ragazzo con il numero 6 ci siamo potuti fidare per sempre. Uomini si nasce, Capitani si diventa: e Franco Baresi resterà il nostro Capitano per l’eternità.
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