Genoa-Milan presentazione

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Siamo in una situazione di estremo imbarazzo. Negli ultimi anni spesso e volentieri il nostro claudicante Milan ha vissuto situazioni di difficoltà oggettiva. Non a caso sono arrivati esoneri come se piovesse, da Allegri a Mihajlovic, da Montella fino a Inzaghi. Molte sono state le scommesse, anche piuttosto ardite, prese in queste lunghissime stagioni, tanto in campo, quanto in panchina. Giampaolo è una di queste. Dallo scetticismo all’ottimismo irrazionale (da cui io stesso, a un certo punto, sono stato colpito), tutti noi abbiamo però avuto subito chiara un’evidenza: l’ex allenatore della Samp avrebbe dovuto scommettere su se stesso, magari sbagliare, certo, ma con la sua testa. Il suo essere una sorta di “guru” della provincia ci ha portato a pensare che lo avrebbe fatto, che il suo estremismo non sarebbe stato sacrificato sull’altare della conservazione coatta del posto di lavoro. Ci sbagliavamo, ormai è evidente. Dal modulo in poi (quel 4312 accantonato quasi immediatamente, quando dopo la prestazione incolore di Cesena è arrivata la sconfitta di Udine), Giampaolo ha cercato soluzioni per tamponare una crisi di gioco e risultati – e soprattutto di gol – che lo avrebbe portato a essere rimosso dalla panchina rossonera, la grande occasione della sua vita. Con ogni probabilità il risultato tanto temuto sarà lo stesso, con la differenza che l’abruzzese ci arriverà senza nemmeno essere fedele alla sua storia, al suo lavoro, alle sue capacità. Molto triste.

Evidenza, questa, di un ulteriore concetto ormai palese: il Milan, o almeno questo Milan, ti mangia vivo. Lo spogliatoio, l’ambiente, le incertezze e le inesperienze societarie, unite all’insipienza dei vari mister (questa situazione ricorda ad esempio il Montella che decise di sbolognare il preparatore atletico nella speranza di smuovere qualcosa… in suo favore, naturalmente), rende estremamente complicato far rendere dei giocatori che, dal canto loro, sono tutto sommato dei debosciati. Suso, uno fra tutti, vive di rendita da anni, padrone della mattonella di destra da cui non si vuole smuovere e inoltre capacissimo di sabotare qualsiasi mutamento tattico che lo possa anche solo lontanamente allontanare dall’unica zona di campo in cui la sua presenza è quasi giustificata. E pur con tutto l’astio che possiamo nutrire per Suso, testimoniato dai meritatissimi fischi alla sua uscita dal campo contro la Fiorentina, la passerella di domenica scorsa è stata indecorosa. Sia chiaro, non perché non meritasse il dileggio dei paganti, che bene hanno fatto a non lasciarsi sfuggire l’occasione, e nemmeno perché in questi anni ha “tirato la carretta”, perché in fin dei conti lo ha fatto a scorno delle prestazioni di squadra, ma perché Giampaolo ha vigliaccamente voluto utilizzare lo spagnolo come parafulmine per salvare, o almeno provare a farlo, la sua figura. Togliere l’odiato Suso per far sfogare il tifo sullo spagnolo e non su se stesso, il responsabile tecnico della squadra. Il numero 8, lo ripeto ancora una volta a scanso di equivoci, meritava i fischi, anzi, avrebbe meritato la panchina e la tribuna da diverso tempo. Peccato che proprio Giampaolo lo ha sempre coccolato, protetto, viziato e “valorizzato”, per quanto potesse farlo. E lo ha rinnegato nel modo peggiore, come un allenatore non dovrebbe fare. Questa è un’altra, l’ennesima dimostrazione di come l’attuale guida tecnica sia inappropriata per gestire un gruppo già fragile e disfunzionale di suo.

Ad ogni modo, il toto allenatori è già partito, con tanti tifosi che reclamano questo o quell’altro professionista. Dal mio punto di vista dobbiamo accettare un fatto: al Milan, oggi, non si può mettere in piedi nessun tipo di progetto. Milanello è un terreno tossico, da bonificare prima di poter edificarci sopra una nuova casa, bella e resistente alle intemperie. Uno degli errori più grossolani commessi in questi anni è proprio questo, l’arroganza e la vanità dei vari Mirabelli, Fassone, Maldini, Leonardo e Boban che li ha portati a voler essere i costruttori del nuovo Milan vincente. Farlo non è possibile, senza prima intraprendere un percorso laborioso di rinnovamento da affidare non a santoni, ma a chi sa essere pragmatico e soprattutto fare scelte tanto necessarie quanto complesse e impopolari. Un allenatore con gli attributi, pelo sullo stomaco ed esperienza; non uno su cui puntare a medio/lungo termine, ma un usato sicuro a cui affidare una transizione che possa rimettere in carreggiata la squadra. Il nome a cui penso, e a cui onestamente mi sarei affidato anche in estate, è quello di Claudio Ranieri. Mi rendo conto sia una soluzione molto poco affascinante, ma è solida, di certo più di Giampaolo, Gattuso o Shevchenko, nonché meno rischiosa dei fumantini Spalletti e Allegri. Affidando le chiavi di Milanello al tecnico romano fino alla fine della stagione 2020/2021 il Milan farebbe a parer mio una scelta oculata, intelligente, perfino controcorrente rispetto alla tendenza passata. Giusta, nondimeno. Ranieri è un uomo di calcio a cui non gliela si dà a bere, bravo a tagliare, ma anche a valorizzare, a scegliere in maniera meritocratica chi utilizzare, quando e come, ma soprattutto capace di interfacciarsi senza sudditanza alla dirigenza. Una sorta di papà a volte severo e a volte bonario, figura essenziale per un gruppo di immaturi che non può non essere guidato. E ora potete pure darmi del fesso. Pronti, via!

Infine, qualche riga sul match di oggi, tra le due squadre, insieme alla Samp, peggiori della A fino a questo momento. Anche Andreazzoli rischia il posto, e si giocherà la panchina verosimilmente con questo 11: Radu; Romero, Zapata, Criscito; Ghiglione, Schone, Radovanovic, Lerager, Pajac; Pinamonti, Kouamé. Nel Milan Giampaolo rimescola nuovamente le carte con le possibili esclusioni di Suso e Kessiè: Donnarumma; Calabria, Duarte, Romagnoli, Hernandez; Krunic, Bennacer, Calhanoglu; Paquetà; Leao, Piatek. Vedremo se la purga servirà o se dopo la sosta ci ritroveremo con un altro, l’ennesimo allenatore di questi anni tristi sulla nostra panchina.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.