Milan-Chievo Verona: presentazione

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L’impresa era ardua, proibitiva, e come preventivato è andata male. La squadra però si è battuta, con uno spirito che poche altre volte si è visto in questa stagione. Il tutto senza considerare il ridicolo, assurdo rigore concesso all’Arsenal nonostante la simulazione di Welbeck. Insomma, è banale scomodare il classico “siamo usciti a testa alta”, ma è in qualche modo vero, al netto della sconfitta netta ma eccessiva (5-1) maturata nei 180 minuti contro l’Arsenal. Vediamo l’esperienza di San Siro e dell’Emirates come un necessario passo per la crescita della squadra, che in questo periodo ha sì finalmente cominciato a ingranare, ma che ha ancora moltissima strada da fare, specie per competere ad alti livelli in Europa.

Gli esempi di Chelsea, Manchester United, Paris Saint Germain e Manchester City sono lì a mostrare come anche investimenti ben superiori rispetto a quelli che il Milan ha fatto quest’estate non siano direttamente proporzionali a risultati immediati. Inoltre, spesso voler bruciare troppo velocemente le tappe può portare solo a sbagliare più facilmente. La partita di Londra – così come quella di Milano – a mio avviso non ci dovrebbe scoraggiare, solo farci intuire come dovrà tornare a essere il nostro futuro.

Sulla via di un futuro europeo ci sono però anche avversari come quello di oggi pomeriggio, il Chievo. Squadre certamente inferiori a questo Milan rinnovato e lanciato, ma che possono nascondere insidie inaspettate. Il nostro passato, come d’altronde anche quello di molte altre squadre, è fatto di partite contro cosiddette “piccole” trasformatesi in occasioni perdute. Lo stesso Chievo più volte nel passato ha dato filo da torcere al Milan. Nel 2002/2003, la stagione della Champions di Manchester, a Verona contro “i mussi” perdemmo per 3-2. L’anno successivo, quello dello Scudetto, solo Pirlo ci salvò all’ultimo respiro da una sconfitta in un momento decisivo della stagione. Insomma, guai a prendere sottogamba l’impegno, anche contro questa versione in crisi dei gialloblù di Maran.

Il Chievo è probabilmente la squadra più noiosa del calcio italiano: solito gioco, soliti nomi, una tifoseria tutt’altro che calda. Una società anonima, direbbe qualcuno; solida, secondo altri. Non ha subito il logorio della Serie A per sedici anni, se non in un paio di stagioni. Questa è una di quelle. Venticinque punti in ventisette partite, solo uno in più sulla Spal terzultima, quattro in meno rispetto al Genoa, prima squadra “relativamente tranquilla” in classifica. Troveremo davanti a noi undici giocatori che non hanno molto da perdere, con una difesa perforata e perforabile e un attacco che ha comunque delle buone individualità, ma del tutto inespresse. Il contropiede rimane la più temibile (o unica?) arma dei giocatori di Maran, che cercheranno di difendersi in 9 dietro la linea della palla, lasciando in avanti il pennellone Inglese utile a far salire la squadra facendo a spallate con Bonucci e Romagnoli. Dal loro punto di vista la miglior formazione possibile per questo compito.

CHIEVO VERONA (4-3-2-1): Sorrentino; Cacciatore, Bani, Dainelli, Gobbi; Castro, Radovanović, Hetemaj; Birsa, Giaccherini; Inglese.

Da parte nostra, la formazione rimane quella fissa, con Cutrone sempre vertice centrale dell’attacco. Uniche defezioni quelle di Calabria e Romagnoli, non convocati (e si spiega la non convocazione di Alessio da parte di Di Biagio, CT della Nazionale pro tempore). Al suo posto uno tra Zapata e Musacchio (favorito il primo). Poco da dire o da spiegare. I soliti undici che da oltre due mesi continuano a guadagnare fiducia, punto dopo punto.

MILAN (4-3-3): Donnarumma; Borini, Bonucci, Zapata, Rodríguez; Kessié, Biglia, Bonaventura; Suso, Cutrone, Çalhanoğlu.

Fabio

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.