Tra il campo e la scrivania: la vittoria contro il Lecce non cancella i dubbi di una gestione incompiuta

Dopo la brutta sconfitta con il Benfica di mercoledì scorso, un appuntamento dove la prima sfida in Europa League contro una delle nobili del calcio continentale, dopo un anno intero vissuto fuori dalle coppe, andava rispettata con ben altra attenzione per atteggiamento e preparazione rispetto a come è stata affrontata, il Milan e Rúben Amorim erano chiamati a un immediato e perentorio riscatto. Ai tempi di Adriano Galliani per una caduta del genere si sarebbe scatenato il finimondo a Milanello.
L’obiettivo era chiaro: superare la prova di campionato per affrontare la lunga sosta per le Nazionali con maggiore serenità, evitando di far precipitare l’intero ambiente rossonero nel consueto e logorante psico-dramma già a metà settembre. Vittoria doveva essere e vittoria è stata contro il Lecce, un successo scaccia-pensieri che regala tre punti fondamentali e garantisce la speranza di vivere una ventina di giorni nella maniera più tranquilla possibile. Ma per far sì che questo successo non rimanga un episodio isolato e per costruire un percorso davvero solido al rientro dalla pausa, a mio avviso Amorim deve prendere atto della realtà e comprendere alcune dinamiche chiarissime. Non servono rivoluzioni copernicane o alchimie da laboratorio: basterebbe applicare un po’ di sano pragmatismo per rimettere gli uomini giusti nelle condizioni ideali per rendere al meglio.
​A partire da Adrien Rabiot, che proprio contro il Lecce ha mostrato cosa significa giocare nella sua zolla naturale al fianco di Modrić, trasformando immediatamente il volto della squadra. Il francese deve stare lì, piantato nella linea mediana, per prendere per mano il centrocampo, garantire fisicità, impostare e accompagnare l’azione partendo da dietro. Continuare a inventarselo trequartista trenta metri più avanti significa soltanto depotenziarlo, privando al contempo la squadra di sostanza e qualità al centro del villaggio. D’altronde, bere un buon bicchiere di vino dentro una pentola invece che nel calice adatto non serve a nulla, se non a sciupare un piacere. La stessa coerenza tattica va pretesa per Diego Moreira, che a destra appare visibilmente limitato e costretto a giocate innaturali che ne frenano l’esplosività. Allo Strasburgo ha giocato, e bene, agendo a sinistra, ed è esattamente lungo quella corsia che si giustifica l’investimento fatto su di lui, senza bisogno di trasformarlo nell’ennesimo esperimento a piede invertito.
​C’è poi un tema di meritocrazia pura che riguarda Alpha Cissè: in questo momento un ragazzo in uno stato di grazia simile deve stare in campo dal primo minuto, senza guardare i nodi del curriculum, gli ingaggi pesanti o le gerarchie prestabilite. Se uno segna, trascina e porta punti, gioca. Io sono da sempre favorevole all’inserimento dei giovani, a maggior ragione in una rosa mal costruita e priva di grande talento come questa, dove l’età non può e non deve rappresentare un limite. Allo stesso tempo, però, mi permetto di segnalare che la gestione di Francesco Camarda rischia di non servire a nessuno, in primis al ragazzo. Gonçalo Ramos non potrà giocarle tutte, e regalare a Camarda soltanto qualche briciola negli ultimi cinque minuti a risultato acquisito non aiuta la sua maturazione. Se si crede davvero nel suo potenziale, servono spezzoni di partita ben più consistenti e coraggiosi. Un discorso analogo vale anche per Christian Comotto: anche qui staremo a vedere con molta attenzione come verrà gestito. Il talento va accompagnato con percorsi chiari e minuti veri sul campo, non con presenze di facciata pensate soltanto per fare statistica o compiacere la piazza. ​Al contrario, bisogna smettere di chiedere ad Alexis Saelemaekers compiti da rifinitore creativo tra le linee che semplicemente non appartengono al suo bagaglio tecnico. Il belga può regalare qualche bello spunto ogni tanto, come contro il Venezia, ma la sua collocazione naturale resta quella di quarto di centrocampo o di copertura, dove le sue doti di corsa, equilibrio e pressing diventano preziose a supporto di chi ha la responsabilità di metterla dentro.
​Infine, serve il coraggio di affrontare a viso aperto gli equivoci irrisolti di questa rosa, a partire da Ruben Loftus-Cheek e Pervis Estupiñán, due elementi che oggi rischiano di rivelarsi controproducenti per l’economia di squadra. Loftus-Cheek possiede un fisico e un bagaglio tecnico capaci di illudere chiunque, ma finisce troppo spesso per non entrare nei meccanismi collettivi, rallentando e sporcando la manovra. Allo stesso modo, le disattenzioni e i vuoti di continuità di Estupiñán sulla corsia mancina ci espongono a pericoli continui. Amorim farebbe bene a prendere decisioni nette su entrambi, accomodandoli in panchina senza troppi indugi.

​Accanto alle questioni di campo, c’è un altro grande dubbio che mi assale se alzo lo sguardo verso la struttura del club. Da qualche giorno abbiamo un nuovo Chief non si sa bene di quale settore, l’ennesima casella riempita con un titolo altisonante pescato dal gergo aziendale moderno. Invece io mi chiedo: a livello tecnico o tattico, che poi è l’unica cosa che ci interessa davvero quando andiamo allo stadio o ci mettiamo davanti alla tv , un allenatore dalle idee così rigide come Amorim con chi si confronta quando c’è da analizzare la squadra? Con chi può fare un discorso tecnico viscerale, di quelli in cui ci si guarda negli occhi e si parla la lingua del pallone? Con figure come Almastadt, Cucurella, Garnier o con Cardinale stesso? Il rischio è quello di rimanere impantanati in una sovrastruttura pensata per ogni aspetto commerciale, ma lontana da ciò che succede dentro i novanta minuti sul prato verde. Guardo quello che sta facendo il Como e capisco che, in fondo, quel modello è esattamente ciò che Cardinale vorrebbe per il suo Milan. La differenza sostanziale, però, è che la proprietà del Como ha capito qualcosa di fondamentale che da noi sembra sfuggire: per raggiungere determinati traguardi serve gente competente, servono progetti seri condotti senza improvvisazione e, soprattutto, serve una visione sportiva profondamente diversa. Il Como non ha basato la sua crescita sul mero player trading o sulla speculazione; ha investito con un’idea chiara, affiancando alla disponibilità economica la competenza di uomini di calcio. Io sarei anche disposto ad armarmi di pazienza, ad accettare un percorso di crescita graduale e a veder salire la squadra un gradino alla volta, se solo vedessi fare le cose con logica, criterio e un senso compiuto. Invece, guardando la strada intrapresa da questa dirigenza, io un futuro in quello che stanno facendo proprio non riesco a vederlo.
​Io sarò pure all’antica e ammetto volentieri di non comprendere fino in fondo le dinamiche di questo calcio moderno, dove i dati sembrano contare più delle sensazioni e dove ogni allenatore viene subito dipinto come un gran maestro di tattica. Però una cosa la so con certezza: qui servono uomini di campo. È un principio elementare di buon senso: se io possiedo una fabbrica che produce scarpe, non mi sognerei mai di affidarne la gestione tecnica a chi fino al giorno prima si occupava di occhiali, per quanto brillante possa essere il suo profilo manageriale. Ognuno dovrebbe operare con le competenze specifiche del proprio settore.
​Eppure oggi viviamo nell’epoca dei ruoli altisonanti, dove si pensa che un grafico aziendale possa sostituire l’occhio clinico di chi il campo lo ha vissuto per una vita intera. E attenzione a fare i soliti paragoni con Arrigo Sacchi per giustificare questi percorsi: quarant’anni fa, dietro le idee del tecnico di Fusignano, c’era una società presente ogni giorno a Milanello e guidata da una visione sportiva chiarissima. C’erano dirigenti che conoscevano le dinamiche di uno spogliatoio, pronti a proteggere l’allenatore ma anche a richiamarlo con fermezza alle sue responsabilità. Senza quella competenza e quell’autorevolezza alle spalle, anche le idee più affascinanti rischiano di trasformarsi in complessi esperimenti fine a se stessi. Amorim faccia molta attenzione, perché il pubblico di San Siro chiede anzitutto chiarezza e concretezza.

Harlock

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.