Questione di motivazioni

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“Non potrai mai raggiungere un reale successo a meno che tu non ami ciò che stai facendo” (cit. Neil Carnagie o… Ibrahimovic?)

Traggo dal manuale “come motivare il proprio personale” pubblicato sul sito di una delle più prestigiose aziende a livello mondiale di ricerca e gestione del personale, gente che si presume ne sappia il giusto:

  • “Assumiti la responsabilità per quello che succede in azienda”
  • “Condividi gli obiettivi aziendali spiegando come questi coincidano con gli obiettivi personali”
  • “Non considerare i collaboratori come numeri ma come persone e trattali come tali”
  • coinvolgi il personale nelle decisioni”
  • “Mostra apprezzamento per il lavoro svolto”

Ci aggiungo di mio: “parla un linguaggio che possano capire. Nella loro lingua se possibile”…

Questo manager mi ricorda qualcuno… a voi no?

Nell’ufficio dell’AD, uno dei più pagati del settore preso apposta per via della cultura anglosassone di provenienza, totalmente “business oriented”,  i toni si stanno alzando. Le voci si sovrastano e la discussione diventa litigio. Urla, grida, e strepiti, accuse e contraccuse. Si sfiora la rissa. Poi, inevitabilmente, quando gli animi si scaldano e si passano i limiti dell’autocontrollo, parte il vaffanculo. Gli impiegati del piano nobile non possono fare a meno di sentire attraverso i muri. Un secondo di silenzio, il direttore commerciale esce trafelato sbattendo la porta con la stessa delicatezza con cui un proiettile da “155/70” abbatterebbe un muro di cemento armato come fosse carta velina, inveendo come un forsennato mentre gli parte il secondo vaffanculo nel caso gli spettatori non avessero ben capito quanto stesse capitando. Meglio non lasciare dubbi. Il tempo di un amen e la notizia si sparge per i corridoi dell’azienda, il pettegolezzo viaggia a velocità superluminare in barba a qualsiasi legge della fisica. Nelle aziende funziona così, peggio che una squadra di casalinghe disperate riunite per il tè del pomeriggio.

Le ipotesi si accavallano, le speculazioni si sprecano. “Ma che sarà successo?” si chiedono i dipendenti l’uno con l’altro. Come se non bastasse i collaboratori più stretti del Direttore commerciale spariscono come per incanto. Non hanno parlato, non hanno commentato, non danno direttive, ma sono spariti d’incanto, sprangati nei loro uffici, come topi ai quali si palesa improvvisamente una lince del Canada affamata come un paziente del Dr. Nowzaradan a dieta da un semestre. Nascosti nei loro buchi.

Esempio tipico di automotivazione. Più unico che raro

Il vostro collega, quello anziano, quello al quale vi rivolgete quando avete una trattativa complicata che non sapete come chiudere, quello che tira il gruppo, quello che ha avuto sempre i risultati migliori e che considerate naturalmente con la stessa deferenza che si riserva ad un capo anche se formalmente è un venditore come Voi, ha incontrato l’AD in un corridoio. Sicuro di sè stesso, e forte del suo status, lo ha bloccato e senza mezzi termini gli ha chiesto conto e ragione di quanto successo, visto che con il direttore commerciale ed i suoi collaboratori andava d’amore e d’accordo. Anzi, era tornato a dare una mano in quella azienda in crisi giusto perché lo avevano supplicato loro. Ne è nato un altro alterco davanti a tutti e non glie le ha mandate a dire. I colleghi lo guardano con fare interrogativo sperando di ricevere qualche spiegazione o qualche indicazione su cosa fare. Il tizio li guarda di traverso con lo sguardo truce e sbotta: “le cose si fanno con passione, o non si fanno affatto”. Si volta e se ne va senza aggiungere altro.  L’unico che si presenta è un capo area. Poveretto, pare che anche lui sarà giubilato in tempi brevi (si fa già il nome del sostituto…) ma, bravo o non bravo che sia, è almeno una brava persona e prova a dare una parvenza di normalità. Senza troppo successo peraltro, ma almeno ci prova, ci mette la faccia, seppure dettando qualche indicazione cervellotica, dettata più dall’isteria del momento che dal freddo ragionamento.

Una mail interna arriva sui terminali di tutti i dipendenti: “Si comunica ai dipendenti la risoluzione del contratto con il direttore commerciale con effetto immediato. L’azienda ringrazia il suddetto…” e bla, bla, bla.

Bene… adesso immaginate di lavorare in questa azienda. Anzi, pensate di essere un venditore di quest’azienda, che tutti i giorni deve scendere in campo e lottare con clienti e concorrenti per chiudere trattative e commesse. Pensate che dovete presentarvi ai vostri interlocutori vendendo il nome e la qualità di questa azienda. Provate ad immaginare quali motivazioni potreste avere, come reagireste. Certo, siete pagati, anche bene, ma la motivazione non si compra nemmeno con stipendi e bonus. E’ umano ed ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi è capace di reagire e motivarsi da solo, chi non ce la fa anche se vorrebbe, chi crede di essere appetito dalla concorrenza per via delle sue qualità ed inizia a guardarsi intorno in cerca di una alternativa e nel frattempo cazzeggia alla bene e meglio, chi semplicemente credeva in quegli uomini e che adesso non sa nemmeno se l’anno prossimo avrà ancora un posto di lavoro in quella azienda o sarà licenziato, magari perché aveva uno stipendio più elevato della media ed a questo AD gli stipendi “costosi” non vanno proprio giù anche se la resa è più elevata del costo. Chi si sente smarrito e non sa cosa fare e tira sera per poter uscire da quel casino ed andare a casa a rilassarsi un attimo per non pensarci almeno fino al giorno dopo.

Ecco, questo è quanto è successo domenica e, prepariamoci, succederà ancora. A parte lo squallore di giocare in uno stadio senza pubblico, a parte le preoccupazioni da virus che hanno, e abbiamo, tutti (anche i calciatori sono esseri umani), è successo che una squadra è scesa in campo con motivazioni del tutto “normali” mentre l’altra è andata in campo allo sbando, con il morale sotto i tacchi e nessuna voglia di giocare. Figuriamoci lottare per portare a casa un risultato, ancor più, visto che pure un risultato positivo non avrebbe cambiato né la stagione né le fortune personali di ogni giocatore. E così è successo che abbiamo perso malamente contro una squadra di molto inferiore. Se Sanabria, un pedalatore bravino ma non certo un pallone d’oro, è sembrato a tratti incontenibile come il Maradona dei bei tempi vuol dire che ha giocato contro nessuno. Non vado oltre ed il fatto che questo campionato sarà probabilmente sospeso causa virus non cambia la sostanza.

Non li scuso, sono professionisti strapagati e dovrebbero sputare sangue a prescindere, non scuso nessuno per aver offerto l’ennesimo spettacolo indegno, ma, stavolta, non riesco nemmeno a pensare sia tutta colpa loro. Mi sono chiesto come reagirei se stessi vivendo una situazione simile e non ho saputo darmi una risposta.

PS: mentre scrivevo mi è arrivata una mail. L’ennesima comunicazione interna. Questa volta è il Presidentissimo, rossissimo e grandissimo, in persona che scrive. “Cari collaboratori, state tranquilli, i programmi sono in pieno sviluppo, il futuro ricco e luminoso e, posso confermarvi, che settimana prossima abbiamo un incontro risolutivo. La nuova sede si farà e sarà la più bella sede del mondo”. Ah beh… allora…

PPS: per la cronaca. Non condivido nemmeno chi affronta il suo capo con grida e strepiti perchè ha l’orgoglio ferito sbattendo la porta e lasciando tutti gli altri nella cacca. L’orgoglio personale è una bestia difficile da tenere a bada, lo capisco, ma un manager degno di questo nome prima di tutto si preoccupa dei suoi collaboratori, quelli che hanno avuto fiducia in lui e l’hanno seguito…

FORZA MILAN

Axel

Puoi cambiare tutto nella vita. La fidanzata, la moglie, l'amante, la casa, il lavoro, la macchina, la moto e qualsiasi altra cosa che ti viene in mente. Solo una cosa non potrai mai cambiare. La passione per questi due colori. "il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari". Grazie mamma che mi hai fatto milanista, il resto sono dettagli.