Leao o non Leao, questo è il dilemma?

Non ho visto Milan-Torino perché impegnato al lavoro, e l’ultima immagine che ho negli occhi è l’uscita dal campo, contro la Lazio, di Rafa Leao. Non nascondo che ero abbastanza stizzito nel vedere la scena, ma mentre usciva malvolentieri mi chiedevo: è Leao il problema? Leao o non Leao, questo è il dilemma? Per dirla alla Shakespeare nel suo Amleto atto terzo.

Come sappiamo tutti il calcio che si respira tra i corridoi di via Aldo Rossi, è diventato un gioco di numeri, algoritmi e plusvalenze. In questo scenario gelido, Rafael Leao rappresenta l’ultima anomalia, l’ultima fiammata di un talento purissimo ma, per sua natura, profondamente divisivo. Leao è quel giocatore che può farti saltare sulla sedia per un dribbling impossibile e ti fa disperare per un rientro mancato. Ma oggi, intorno a lui, si sta giocando una partita molto più pericolosa di quella sul campo: una partita comunicativa che punta a trasformarlo nel capro espiatorio di tutti i mali rossoneri.

​Personalmente credo che stiamo chiedendo a Leao di essere ciò che non è e non sarà mai. Rafa ha qualità straordinarie, una cilindrata fisica e tecnica che pochi al mondo possiedono, ma paga una composizione della rosa che lo espone costantemente al giudizio negativo. Leao non è un centravanti e non lo sarà mai. Non ha la cattiveria sotto porta di un Inzaghi o la fisicità d’area di un Giroud. Soprattutto, non è un leader. Non ha quel carisma, quella capacità di trascinare i compagni con lo sguardo o con l’urlo che sposta gli equilibri psicologici di una gara.

​Noi tifosi, spesso accecati dalla speranza, gli chiediamo di caricarsi la squadra sulle spalle nei momenti di buio. Gli chiediamo di diventare il nuovo Ibrahimovic, ma Rafa non lo è. Chiedergli questo significa condannarlo al fallimento. Quando la squadra non gira, quando il modulo lo costringe a compiti che non gli appartengono, la sua svagatezza diventa irritante. Ma è un’irritazione figlia di un equivoco: stiamo pretendendo che un violino faccia il lavoro di un tamburo da guerra.

​L’aria che gira intorno a Leao è pesante e il copione sembra già scritto. Lo abbiamo già visto con Theo Hernandez, che fino a pochi mesi fa era dipinto come il “male del Milan”, un giocatore da epurare per ritrovare l’equilibrio. Oggi tocca a Leao. La sua reazione all’uscita dal campo contro la Lazio è stata certamente sbagliata, un errore di gioventù che fa il paio con certi atteggiamenti evitabili di Theo. E, sempre a mio avviso, queste sbavature sono musica per le orecchie di una società proiettata esclusivamente verso la dinamica finanziaria.
​Sembra di assistere a una strategia alla Ponzio Pilato: si fomenta la piazza, si lasciano trapelare indiscrezioni su colazioni saltate o svogliatezze varie, si alimenta la gogna mediatica finché il tifoso, esasperato, non urla: “Cedetelo!”. A quel punto, la dirigenza potrà lavarsene le mani e dire: “Lo abbiamo venduto perché lo volevate voi”. È un modo furbo per mascherare una scelta puramente economica dietro una presunta necessità ambientale. In questo vuoto di gestione, il ricordo di Paolo Maldini si fa assordante.

​Paolo aveva capito una cosa fondamentale, che va al di là della tattica e dei fogli Excel. Forse perché è padre di due ragazzi che vivono i tempi di oggi, Maldini sapeva che a 25 o 27 anni questi calciatori sono ancora dei “ragazzi” in un mondo di pressioni enormi. Il calcio di oggi parla di asset, Maldini parlava di uomini. Lui sapeva che con questi ragazzi bisogna dialogare, chiedere come va a casa, se i bambini dormono, se la moglie è felice. Bisogna saperli ascoltare, farli aprire anche con le buone, parlare di banalità quotidiane prima di pretendere che corrano per novanta minuti. Era il “Metodo Milan” che per decenni è stato portato avanti da figure come Silvano Ramaccioni nei tempi d’oro: una gestione paterna, un parafulmine che proteggeva il talento dalle intemperie esterne. Oggi, quella sensibilità è sparita. Chi siede oggi in poltrona è capace di fare questo? O sanno solo leggere i grafici di un foglio Excel?

​Oltre l’aspetto umano, che ritengo fondamentale, c’è anche quello tecnico. Se vendiamo Leao per fare cassa, in mano a chi andranno quei soldi? La storia recente della nostra dirigenza sui sostituti è inquietante. Abbiamo visto partire pilastri come Tonali, Giroud o lo stesso Theo senza che venissero mai rimpiazzati con profili di pari livello o prospettiva certa. Il rischio concreto è quello di veder arrivare l’ennesima scommessa incompiuta. Si ritornerà a parlare di profili come Harder, un ragazzo che ha segnato due gol in stagione, o ancora profili come Mateta o Boniface, o il nuovo “non acquisto” Andrè. Perché le nostre trattative sono sempre un cinema.

Senza Leao, il Milan rischia di scivolare in un anonimato tecnico fatto di onesti mestieranti e scommesse dell’algoritmo che non esploderanno mai. Vogliamo davvero scambiare l’estro imprevedibile di Rafa con la mediocrità statistica di un Estupinan qualsiasi?
​I ragazzi di oggi hanno bisogno di una guida, di un leader carismatico, di un punto di riferimento che non sia un tablet. L’algoritmo può dirti quanti chilometri corre un giocatore, ma non può dirti cosa ha nel cuore o perché quel giorno ha lo sguardo assente. Il Milan di oggi sembra aver barattato l’anima con la precisione del dato, dimenticando che il calcio è uno sport emozionale. Distruggere Leao per giustificarne la cessione non è fare il bene del Milan. È un atto di cannibalismo comunicativo che serve solo a far quadrare i conti.

Giusto criticare le prestazioni, giusto pretendere professionalità, ma attenzione a non cadere nella trappola di chi vuole convincerci che il nostro miglior talento sia il nostro peggior problema.
​Dobbiamo restare vicini alla squadra e aprire gli occhi sulle strategie di chi, al vertice, sembra pensare a tutto tranne che alla gloria sportiva.

Il bene del Milan viene prima di ogni plusvalenza.

E il bene del Milan, oggi, passa per la protezione dei suoi talenti, non per la loro vendita.

Poi ritorno a sentire discorsi sullo scudetto, tabelle, argomenti che facevamo anche prima di Lazio-Milan e sono sogni di noi tifosi, vecchi romantici. Onestamente non credo allo scudetto, non abbiamo la forza tecnica e mentale per fare un qualcosa del genere. Se la prossima estate programmassero e portassero avanti un qualcosa di più sensato, allora potrei crederci. Finché non vedrò un approccio più normale, mi sa che per noi sarà dura.

​Peccato, perché quest’anno bastavano un centravanti normodotato, un difensore centrale e un terzino sinistro decente. Non demonizziamo uno dei migliori giocatori che abbiamo. Perché, come diceva Paolo, i giocatori forti non vanno venduti, vanno aggiunti altri altrettanto forti.

​Meditate, gente.
W Milan
Harlock

P.S.: volevo ringraziarvi per i complimenti che mi avete fatto per i ritratti rossoneri. Grazie davvero a tutti, avrei voluto avere il tempo di rispondervi ma purtroppo il tempo è sempre troppo poco. Se avete la piattaforma Facebook e soprattutto avete voglia, li ho una pagina Facebook che si chiama Nostalgia rossonera, li do libero sfogo alla mia voglia di storia, di calcio che non esiste più. Grazie ancora e a sabato con un nuovo appuntamento storico.

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.