Rotta per casa di Dio

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Giampaolo si è presentato alla stampa e al tifo rossonero pochissimi giorni fa. Che aspettative (le più realizzabili possibili, magari) avere per la stagione appena iniziata? Veniamo da anni in cui le scottature estive non hanno pesato solo sulla nostra pelle di pigri uomini che non sono avvezzi all’utilizzo della crema solare, ma anche sul nostro animo di tifosi rossoneri abbagliati da una luce del sole più simile invece a quella del chiaro di luna. Anni di mercati faraonici, con milioni spesi e speranze affidate ai Kessiè, Conti, André Silva e Rodriguez. Anni in cui abbiamo rubacchiato questo o quello juventino, nella convinzione che Bonucci avrebbe risolto i nostri problemi difensivi e di personalità o che il Pipita Higuain sarebbe stato la manna offensiva che tanto ci avrebbe fatto comodo, salvo poi svegliarci tutti sudati a ottobre/novembre, con i sogni già infranti sugli scogli impietosi della realtà.

Ciò che penso l’ho in parte già scritto nei post che di settimana in settimana si sono avvicendati su queste pagine. Uno o due mesi fa la mia posizione era chiara: a noi sarebbe servito un grande allenatore. Da Seedorf a Montella, da Brocchi a Gattuso, ci siamo riempiti di buoni mister, ma con una scarsa esperienza ad alti livelli, o comunque con una personalità troppo poco accentuata per poter affrontare al meglio le sfide che un ambiente come quello rossonero avrebbe richiesto. Giampaolo non è un allenatore di categoria superiore rispetto a quelli già citati, ci mancherebbe, ma la mia epifania è arrivata poco più di una settimana fa, forse a causa del vino bianco fresco che d’estate scende anche troppo bene giù dal gargarozzo: col Gianmaestro ci divertiremo.

Ho avuto la piacevolissima opportunità di fare questo discorso già una settimana fa durante il raduno del blog (a proposito, grazie a tutti per esserci stati: è un orgoglio per noi dello staff vedere come qualcosa che abbiamo creato con i nostri sforzi sia riuscito ad unire così tante persone): la nostra prossima stagione la vivrò un po’ come la canzone degli 883, “Rotta per casa di Dio”. Immagino la ricorderete, o almeno lo faranno chi, come me, è sulla trentina andante verso la quarantina (mio Dio, come si invecchia in fretta). Il brano, per chi non lo conoscesse, narra di quattro fessi che si preparano ad andare a una festa con tante belle figliuole: “Oh ragazzi, tranqui, questa è una botta sicura, basta che non ci perdiamo. Rotta per casa di Dio, stiamo volando alla festa. Rotta per casa di Dio, e siam già là con la testa. E le troveremo già sulla porta e poi, con il tacco alto e la gonna corta e noi con il groppo in gola e il cuore che batte le faremo ballare per tutta la notte”. La nostra casa di Dio è la Champions, il nostro tragitto per raggiungerla sono le partite di Campionato, basta non perdersi lungo la via. Il problema è che anche noi, come la compagnia di Pezzali, “siamo teste di cazzo noi! Basta uscire più di dieci chilometri che noi stronzi ci perdiamo”. E cos’è successo nelle ultime annate? Ecco…

Il tutto sta però in come si affrontano le difficoltà, e con chi le si fronteggiano. Ed è qui che entra in gioco l’ultima strofa della canzone. Perché come ho già avuto modo di dire, ciò che più mi pesa degli ultimi anni rossoneri è la noia. Il fatto che il canovaccio della nostra stagione è sempre stato lo stesso, con le speranze seguite da dubbi, i dubbi seguiti dalla disperazione e la disperazione che ha fatto strada ad altre speranze per la stagione successiva, in un eterno divenire mai davvero concretizzatosi. Io quest’anno mi voglio divertire, voglio qualcosa di diverso. Anche senza la dannata Champions, ok. Magari ci andremo il prossimo anno, o quello dopo ancora, o nel prossimo lustro. Io voglio trovare un Autogrill dove passare una bella serata, come in “Rotta per casa di Dio”: “Tutti con in mano birra e Camogli noi, senza fidanzate troie né mogli noi, quattro deficienti a fare cazzate come non succedeva da un pacco di tempo”. Mi piacerebbe vedere un Milan che prima dei risultati riguadagni lo spirito, perché solo così si possono gettare basi importanti per il futuro. E il nostro spirito, o almeno il mio, per carità, è quello del bel gioco e del divertimento, anche delle sconfitte in casa con le piccole, ma uno spirito sincero e votato a crescere davvero, anche tramite batoste, ma prese essendo sé stessi. Perché solo in questo caso potrebbero essere davvero utili.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.