Grazie UEFA!

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Il titolo è volutamente provocatorio, ma fino a un certo punto. Nessuno può realmente esultare per l’esclusione della propria squadra del cuore dalle competizioni europee per un anno, va detto forte e chiaro. È un danno, neanche di lieve entità, per la nostra squadra e la nostra società. Un danno che potremmo pagare salatamente venendo costretti dagli eventi a un mercato low profile, se non addirittura a un deponziamento della rosa costruita con parecchi milioni appena 12 mesi fa. È un danno però che il Milan ha per certi versi anelato come un rabdomante va alla ricerca dell’acqua. Un danno per il quale non possiamo davvero incolpare il massimo organismo del calcio europeo.

Partiamo però da qui, dal Fair Play Finanziario. Nato da una mirabolante idea di Platini, il FPF aveva, tra gli altri, uno scopo preciso: quello di ripristinare un minimo di equilibrio nel panorama calcistico del Vecchio Continente. Domanda: il risultato è stato raggiunto? Risposta: no. Molto semplicemente, andiamo a vedere i vincenti della Champions League dal 1989/90 al 1999/2000: Milan, Stella Rossa, Barcellona, Marsiglia, Milan, Ajax, Juventus, Borussia Dortmund, Real Madrid, Manchester United, Real Madrid. Otto squadre diverse di sette Paesi diversi. E ora i vincitori dal 2007/08 al 2017/18: Manchester United, Barcellona, Inter, Barcellona, Chelsea, Bayern Monaco, Real Madrid, Barcellona, Real Madrid, Real Madrid, Real Madrid. Cinque squadre di quattro Paesi diversi. Un’uniformità che è risultato di due innegabili realtà: chi poteva spendere continua a spendere, chi non poteva spendere continua a non poter spendere. L’esatto opposto di ciò che si ricercava. Chiaro, siamo stati tutti, a seconda dei casi, pro o contro il FPF, ma bando alle ipocrisie: è, per parafrasare Fantozzi, una cagata pazzesca. Prima che “filosoficamente” (il proprietario di una squadra, se ha soldi, può spenderli come diavolo vuole, ammesso che vi siano coperture alle spese e garanzie che le sostengano… esattamente come funziona per tutti noi nella vita quotidiana), proprio materialmente.

Siamo d’accordo su un ulteriore punto: la sentenza arrivata due giorni fa è, oltre che scritta in un burocratese stretto più incomprensibile della lingua dei Klingon, iniqua. Non rispettiamo il break-even? Nessuno di noi avrà attentamente spulciato i conti di Paris Saint-Germain e Manchester City, ma non serve farlo per sapere che nei loro casi le spese sostenute non erano finanziate dai miseri fatturati delle proprietà antecedenti quelle sceiccate. E parliamo di spese certamente più sostanziose di quelle effettuate dalla fumosa proprietà cinese del Milan. A comportamenti “illeciti” ai sensi del FPF, in quei casi le punizioni sono state degli schiaffettini sulle mani, come si fa con un bambino birichino e monello. Nulla di più. Nel nostro caso è invece scattata la ghigliottina giacobina di Nyon. È quindi chiaro che tutto ciò ci dipinge come vittime del sistema. Giusto?

Sbagliato. Non siamo stati cristallini, non siamo stati sufficientemente competenti, non siamo stati abbastanza credibili. Non lo è stata una proprietà fumosa, assente, inesplorabile. A pioggia, non lo è stato l’amministratore delegato che professava calma ostentando più sicumera di Seedorf quando sculettava sul prato butterato di San Siro, non lo sono stati responsabile della comunicazione e community manager che hanno rappresentato “il braccio armato” della comunicazione social che prestava il fianco a chi sbeffeggiava chiunque arrogantemente facesse il proprio mestiere: porre domande e cercare risposte. Magari sbagliate, talvolta faziose, ma che avrebbero dovuto far drizzare le antenne ai tifosi che si sono invece fatti comprare dai Bonucci, dai Rodriguez, dai Conti, dai Kessié. A scanso di equivoci io faccio parte di questo insieme di persone, di chi per sognare ha voluto poggiare sui propri occhi profumate fette di prosciutto. Ma se da tifosi non è mai sbagliato voler sognare e sperare in qualcosa di meglio, da redattore del blog ho sbagliato – e chiedo naturalmente scusa – a voler concedere troppo tempo e fiducia a occhi chiusi. Negli anni ho sempre vigilato e denunciato atteggiamenti e scelte sbagliate della passata dirigenza, cosa che non si è ripetuta da un anno a questa parte.

E ora arriviamo al titolo del pezzo: grazie UEFA! Grazie perché, nonostante le storture e le iniquità, questa sentenza non è contro il Milan o i suoi tifosi, ma contro i “mercanti nel tempio” che hanno cercato, cercano e cercheranno di fare affari sulla pelle di società ultracentenarie e milioni di tifosi appassionati. Perché ora la nuova “corte dei miracoli” non ha più scuse o specchi su cui arrampicarsi. Perché è solo così che chi di dovere potrà guardare in faccia la realtà e trovare soluzioni. Perché è così che forse (forse, eh, non nutriamo troppa fiducia, ché spesso rischia di essere malriposta) ci si renderà conto che non basta sostituirsi o incolpare gli odiati predecessori per realizzare qualcosa di positivo. Men che meno mantenendo la stessa immutata e ingiustificabile arroganza. L’UEFA sarà stata ipocrita e ingiusta, ma il ragionamento è chiaro e per certi versi inappuntabile: se dai garanzie ti concediamo voluntary e settlement agreement, altrimenti no. Tradotto: lo sceicco Al Thani può spendere perché sappiamo chi è, cosa fa e quanti soldi e proprietà ha nelle proprie disponibilità, Yonghong Li no. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo al nostro presidente, prima di far fare al Milan la figura di Benigni in “Tu mi turbi” (“se ho bisogno di una melanzana devo andare dall’ortolano e devo avere un miliardo di melanzane a casa?”).

Ora però la misura è colma, perché un’esclusione dalle coppe europee, che la colpa sia solo degli attuali proprietari e dirigenti, esclusivamente dei precedenti, o di entrambi, è (quasi) inedita nella nostra storia. Adesso sì che le domande possono tornare a essere fatte, che i nodi possono finalmente intrecciarsi tra i denti del pettine. Chi è Yonghong Li? Chi è Han Li? Chi è Commisso? Quali sono i progetti di Elliot e dei già citati? Che fine ha fatto il mega progetto di quotazione in borsa? Che mercato abbiamo davanti? Che spiegazioni sono state date alla UEFA per cercare di ottenere il nullaosta per partecipare alla prossima Europa League? Il business plan presentato è davvero credibile? Chi ruota intorno alla società che amiamo, per cui spendiamo il nostro tempo e i nostri sudati stipendi sono persone credibili, competenti, meritevoli della nostra fiducia (che non è più a buon mercato, ma più cara degli onerosi interessi su un prestito)? Tutte questioni che meritano una risposta a prescindere da come finirà al Tas di Losanna e a prescindere se la probabile riammissione (proprio per via dell’iniquità di cui sopra) ci sarà o meno. E sia chiaro, per rispondere a queste semplici e dirette questioni non basterà scrivere un libello.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.