Ritratti – Ruud Gullit

4681

Le origini – Se nasci ad Amsterdam, sei originario del Suriname, cresci nello stesso quartiere di Frank Rijkaard e giochi a pallone con lui nel tempo libero andrai a giocare nelle giovanili del… Meer Boys. A dimostrazione che non sempre la sceneggiatura è chiara fin dal principio, come dicono i maestri Buffa e Tranquillo Ruud, Dil (in arte Gullit) alla squadra di Cruijff e Vn Basten non ci andrà nemmeno vicini. Dopo i “ragazzi del mare” verrà il DWS e poi il debutto nel calcio professionistico con l’Haarlem poco meno che diciottenne. Novantuno presenze per trentuno gol prima di passare al Feyenoord, la seconda squadra più titolata d’Olanda e una delle due squadre orange a non essere mai retrocessa nella serie cadetta. Rapporti con l’Ajax, pessimi; Cruijff, dopo avere rotto, male, con i lancieri sceglie di andare a giocare proprio lì per fare il massimo del danno. E visto che è Johann Cruijff pensa bene di vincere anche uno scudetto. E nel 1984 gioca, nel Mundialito, una partita speciale: un tempo con la squadra di Rotterdam ed uno con quella del Milan. Tutto si tiene…

Uomini contro, uomini particolari – Già, tutto si tiene. Chi è gioca nel Feyenoord che vince il campionato olandese e la coppa nazionale? Ovviamente Ruud Dil, in arte Gullit. Ottantacinque presenze e trentuno gol che, con quelli fatti con l’Haarlem, fa sessantadue. È ora di passare al PSV di Heindoven, Ajax? Chi era costui? Siccome, alla Cruijff, siamo uomini un po’ diversi dal resto del mondo passiamo a fare anche il difensore centrale. Due anni, due scudetti, sessantotto partite e quarantadue gol che lo impongono come fenomeno del calcio olandese ed europeo. Nel 1986 il PSV va a Barcellona a giocare il Trofeo Gamper, amichevole estiva di prestigio che viene passata in televisione dalle reti Mediaset perché ci partecipa anche Il Milan da poco passato sotto controllo di Silvio Berlusconi. Prendete un corazziere di un metro e novanta centimetri per ottantatré chili di stazza che gioca in difesa ma ha la progressione di un centometrista e calcia le punizioni come un trequartista. L’Italia affamata di calcio si divora questo fenomeno e Silvio Berlusconi, che vede il Gullit calciatore come tutti gli altri ma anche, nella sua veste di uomo di comunicazione il Gullit simbolo del nuovo Milan, apre il portafogli estraendone banconote per tredici miliardi e mezzo di lire.

Treccine – Così il “Tulipano nero” atterra a Milano. Resta da stabilire se sia lui ad atterrare sul pianeta Milan o, viceversa, noi sul suo. Alto, bello, con una forza fisica ai limiti della tracotanza diventa immediatamente l’idolo degli uomini milanisti e delle donne (e a Milano non è un eufemismo). Oggi quelle treccine, parlando di marketing, sarebbero una vera e propria miniera d’oro ma, già all’epoca, Milano si riempie di cappellini cui sono attaccati dei fili di lana nera che le imitano e la Lotto si separa da un miliardo di lire per avere il privilegio di fargli indossare il suo abbigliamento sportivo. Mai successo prima. Berlusconi, che sta dando ai suoi giocatori degli ordini molto precisi sull’abbigliamento e sulla vita privata, prova a chiedergli di tagliare i capelli. Ruud gli fa sapere, a mezzo stampa, che lui non ha i capelli, lui è i suoi capelli. Sono il suo modo di essere, di vivere, di fare musica. Ah già, dimenticavo! Tra le altre cose siamo anche cantanti di Reggae e facciamo dei concerti con i Revelation Time. Olè.

Poi c’è il campo – Le prime due stagioni di Ruud sono incredibili. In campo ti accorgi che ha un eccesso di forza fisica che deve dissipare in qualche modo e lo fa demolendo gli avversari. E’ uno dei figli del calcio totale di Rinus Michels e sa giocare praticamente ovunque in campo. Sacchi lo piazza in attacco dove fa coppia con Virdis durante l’infortunio di Van Basten e i due fanno un macello da primato. Ruud costringe gli avversari a inseguirlo per il campo creando dei vuoti impressionanti nelle difese a uomo dell’epoca e il baffo ci si infila che è una bellezza, (per la cronaca, capocannoniere). Poi per il rush finale arriva il cigno fiorettista e dominiamo il Napoli di Maradona uscendo tra gli applausi. Guardate il gol del derby di ritorno contro l’Inter, è l’epitome del suo calcio e di quello di Arrigo Sacchi. Maldini si fa quaranta metri di corsa in uno spazio enorme che gli hanno creato i compagni, crossa in mezzo dove Gullit controlla e appoggia per Evani che da esterno sinistro sta tagliando in mezzo all’area. Appoggio per Gullit che dal lato corto dell’area piccola tira una mazzata al pallone che si infila sotto la traversa. Il tutto ad una velocità che per l’epoca è semplicemente impensabile. Oppure il gol del 2 a 1 al San Paolo; non gli riesce il dribbling sulla destra quindi punta l’uomo, si allunga il pallone e lo salta secco come non ci fosse. Il cross, morbido e preciso, arriva sulla testa di Pietro Paolo che la schiaccia alle spalle di Garella. O, ancora, il terzo di quella partita quando in progressione si divora un uomo e appoggia in mezzo all’area dove il Cigno la mette dentro.

Anche oggi vinciamo facile – Il secondo anno la sinfonia è la stessa, cambia solo la location. Campione d’Italia, il Milan si trasferisce al piano superiore andando a deliziare l’Europa del pallone. La semifinale con il Real Madrid è un inno al calcio, al sacchismo. Al tulipano nero ed al cigno si è aggiunto anche Uragano Frankie. Il più piccolo è Van Basten, un metro e ottantotto per 80 chili; quello con meno classe è Frank, il dominatore del centrocampo europeo per un triennio. Fate voi, non si vedeva nulla di simile dal “Gre-No-Li”. I ruoli non sono gli stessi ma Gullit ha lo stesso impatto fisico di Nordhal, Van Basten la stessa classe di Gren  e Rijkaard le stesse geometrie di Liedholm. Il Milan va in Paradiso e al Bernabeu, dove pochi mesi prima l’Inter ne aveva prese cinque, domina in lungo ed in largo. La partita finisce 1 a 1 ma è un puro caso. I giocatori del Real finiscono in fuorigioco decine di volte, Van Basten segna un gol sensazionale in volo d’angelo e al novantesimo Maldini e Tassotti vanno via in progressione. Il saldo arriva a San Siro dove segnamo cinque gol passeggiando. Guardate Gullit e Rijkaard che saltano di testa sui cross, gli avversari se li mangiano. È proprio Ruud a darci la definizione migliore del suo calcio; una domenica, poco prima del fischio di inizio va verso la panchina e dice a Sacchi: “Tranquillo Mister, vinciamo anche oggi. Nel tunnel li ho fissati uno per uno. Nessuno ha avuto il coraggio di guardarmi negli occhi”.

Certi amori, finiscono – Con noi vince tutto. Tre scudetti, tre Supercoppe Italiane, due Supercoppe Europee, due Coppe Intercontinentali e due Coppe dei Campioni. In mezzo un pallone d’oro, che dedica a Nelson Mandela, ed un europeo con la maglia dell’Olanda in una squadra splendida quanto quella del ’74 e del ’78 ma anche vincente. Poi però qualcosa si rompe. Va alla Sampdoria dove gioca da difensore e, tanto per non perdere il vizio, vince una Coppa Italia poi torna ma se ne va di nuovo senza una spiegazione. Il Milan lo libera senza battere ciglio perché a uno così, se lo ami veramente, gli fai fare quello che vuole. Va a Londa, sponda Chelsea, dove vince una FA Cup come allenatore e giocatore. Una delle tante cose un po’ sui generis di un ragazzo un po’ sui generis. Però il tempo della magia è finito, quella l’ha lasciata tutta sul prato di San Siro e sui campi dove ha difeso i nostri colori diventando uno degli incredibili ambasciatori che ha portato il nostro nome in ogni angolo del mondo contribuendo a farlo diventare simbolo di bel gioco, divertimento e vittoria. Tra le mille stranezze che mi sono capitate nella vita c’è anche quella di avere passato, a inizio anni novanta, due estati successive in un paese del Golfo Persico. Non ho mai sentito la mancanza del mio Milan perché il quotidiano nazionale locale aveva tre pagine di sport in lingua inglese: una sul seguitissimo sport nazionale, il cricket (bene ma non benissimo), una sui grandi eventi dello sport mondiale ed una sul campionato di calcio italiano. Un terzo della pagina era dedicato al mio Milan. Ho provato, senza successo ma con molto orgoglio, a spiegare ad un appassionato di calcio del posto come si cantava in inglese:
Spacca il palo,
la traversa,
Gullit Gol, Gullit gol!
Tulipano nero,
tulipano nero,
Facci un gol, facci un gol!

Pier

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.