Ritratti – Juan Alberto “Pepe” Schiaffino

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Maracanazo – Nemmeno gli spartani alle Termopili. Quel sedici luglio a fronteggiare i circa duecentomila spettatori che riempiono il Maracanà ben oltre la sua capienza strutturale e logica ci sono centoventidue uruguaiani. Un centinaio di spettatori ed i ventidue coraggiosi che hanno deciso di sfidare un destino che li vuole perdenti. Fosse solo il destino… Da quando nel 1946 la FIFA ha assegnato il campionato mondiale al Brasile (impossibile assegnarlo ad una delle stremate nazioni europee) un intero popolo sta aspettando quel giorno. Non è propriamente la finale perché è stato previsto un girone finale “all’italiana” per assegnare il trofeo (cedi mai che in partita secca…) ma è la partita decisiva tra la prima del girone e la seconda. Jules Rimet dirà in seguito che per quella partita era stato previsto tutto, tranne la vittoria dell’Uruguay. Già, da mesi tira aria di storia annunciata, di risultato segnato. Ma la stessa cosa la pensava anche Serse I mentre guardava i trecento spartani che si apprestavano a difendere il piccolo lembo di terra sul quale doveva passare il suo possente esercito. Gli aneddoti si sprecano. Rimet ha preparato il discorso in portoghese e non ne ha uno in caso di vittoria dell’Uruguay; la banda musicale non ha lo spartito dell’inno della Celeste perché p ritenuto inutile; alcuni esponenti delle istituzioni uruguagie vanno dal capitano della squadra e gli dicono che “Va bene anche se ne prendete meno di tre”. Ci pensa il capitano Obdulio Varela che va a parlare con uno dei suoi.

Un piemontese testardo – Il quarantaquattro per cento della popolazione dell’Uruguay è di origine italiana, nel 1942 venne reso obbligatorio lo studio dell’italiano nelle scuole superiori, Giuseppe Garibaldi è stato comandante dell’armata di mare uruguagia. Ma l’italiano più famoso è Giovan Battista Crosa un piemontese di Pinerolo che ha fatto la sua fortuna nella zona che sarebbe poi diventata Montevideo, la capitale. Quel primo nucleo cittadino è un quartiere che ha mantenuto la propria denominazione, una corruzione spagnola del nome della cittadina piemontese che a Crosa aveva dato i natali: Peñarol. Lo stesso nome della squadra che ha dominato la storia del calcio bianco azzurro e scritto pagine importanti nella storia di quello sudamericano e mondiale. Il nome della squadra di Juan Alberto, detto Pepe, Schiaffino. Che non è di origine piemontese (il nonno, Alberto, è originario di Camogli) ma è testardo come lo può essere solo un piemontese. Quando Varela gli si avvicina e gli racconta quella dei tre gol “Pepe” non dice nulla ma entra in campo nella sua versione migliore. È. Senza ombra di dubbio uno dei tre giocatori più forti del pianeta insieme a Ferenc Puskas ed Alfredo Di Stefano ed in campo disegna calcio per i compagni. Quando i brasiliani segnano il gol dell’1-0 Varela va a prendere la palla in fondo alla rete e la mette sul disco del centro campo con l’aria di quello che dice “non è successo niente, giochiamo il nostro calcio”. Ghiggia per Schiaffino e Schiaffino per Ghiggia; 2 a 1 per la Celeste. È il Maracanazo.

La maglia della nazionale brasiliana – L’arbitro fischia la fine ed un intero paese muore. Metaforicamente ed in senso letterale. Secondo alcune fonti dentro lo stadio si registrano dieci infarti e due suicidi. I numeri definitivi sembrano attestarsi a trentaquattro suicidi e cinquantasei arresti cardiaci. Se ci fosse la possibilità di vedere i filmati a colori di quella partita vedreste una cosa curiosa, il Brasile gioca con una insolita maglia bianca con i profili blu. Insolita per noi perché quelli erano i colori della Selecao prima del disastro, il verdeoro viene scelto dopo il Maracanazo per segnare un taglio con il passato. Servirà Pelè, il migliore di tutti i tempi, per portare il Brasile fuori da quell’inferno. Al fischio finale si piange anche tra i vincitori. Sarà proprio il nostro Pepe a dire: “Sciogliemmo l’angoscia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, piangendo lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. A un certo punto provai pena per quello che stava accadendo”. Schiaffino si rivelerà una persona spigolosa per tutta la vita ma riesce a trovare l’umanità necessaria per partecipare al dolore degli avversari pur nella gioia immensa di avere vinto una partita così. Uomo vero.

Europa – Meno poetico fu un altro futuro milanista, Alcides Ghiggia: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, Giovanni Paolo II ed io”. Gente dura gli uruguagi. Oggi, momento di massima espansione demografica, contano tre milioni di abitanti ma hanno prodotto due ori olimpici, due campionati mondiali, quindici Copa America. Se c’era qualcuno in grado di creare il Maracanazo non potevano essere che loro, i figli ed i nipoti di gente dura che abbandonava l’Europa per cercare fortuna a migliaia di chilometri di distanza. Ghiggia e Schiaffino il viaggio lo ripercorrono ma in tarda età. Bisogna aspettare un altro mondiale, quello svizzero del ’54, perché il Milan del neo presidente Rizzoli lo vada a prelevare direttamente nella sede del raduno della nazionale. Mondiale nel quale Pepe con la Celeste gioca la sua partita migliore, la semifinale contro l’Ungheria di Puskas, Ksibor e Hildeguti. Per molti, compreso Gianni Brera, la partita del secolo. Perde Schiaffino ma in campo quel giorno disegna calcio come i suoi connazionali disegnano tango: essenziale, armonico, preciso. Perfetto. I dirigenti del Peñarol sono certi di avere fatto un affare incassando cinquanta milioni per un trentenne, quelli del Milan sono quasi increduli, certi come sono di averli imbrogliati pagando così poco un fuoriclasse. Stavolta è mazurka 1 – tango 0.

Proprio quello che mancava – Intendiamoci. Il signore in oggetto è “sacramènt” come si dice a Milano. Esordisce mettendo nel contratto una clausola che gli permette di portare la moglie in ritiro con sé. È il primo calciatore a gestire i propri ingaggi come se fosse un imprenditore. Nei giorni di riposo prende la macchina, va in Svizzera e si occupa di speculazioni finanziarie don i cui proventi investe nel mercato immobiliare. Liedholm diceva che da Schiaffino era impossibile anche farsi offrire un solo caffè. Litigava con qualsiasi compagno (celebri i suoi screzi con “El Capitàn” Obdulio Varela) e pure con gli allenatori, compreso Gipo Viani, perché riteneva di poter fare comunque scelte migliori. Però il Milan è orfano delle geometrie di Gunnar Gren e Pepe quella palla la fa girare con una precisione ed un ritmo che non hanno eguali al mondo. In fin dei conti, pur se trentenne, è uno dei tre migliori calciatori del pianeta. Siamo sempre sull’orlo del mito ma ricordo, dopo un Milan Napoli, di avere chiesto a mio nonno se Diego Armando Maradona fosse più forte di Pelè. Nonno Walter mi guardò e, con l’aria di quelli che le hanno viste tutte, mi disse: “No. E nessuno dei due è forte come Schiaffino. Che era un po’ meno bravo di Di Stefano”. Quell’anno la nuova dirigenza rossonera aggiunge ad un telaio già forte Schiaffino e Maldini. Metteteci il Barone a menare le danze e capirete come a Nordhal non paresse vero di giocare ogni domenica con un tale zaino di fortuna. Ventisette gol per lui e scudetto per noi.

Come da tradizione sudamericana, ha scelto il suo erede

Parametro – Pur essendo nato come attaccante Pepe diventa un centrocampista di costruzione ed al Milan è il regista perfetto, tanto da diventare un parametro per il calcio italiano. Tre scudetti ed una Coppa Latina nella sua bacheca personale ed una sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid del suo grande antagonista Alfredo Di Stefano con la soddisfazione di avere brillato in quella partita più della stella madrilista. Quando, dopo 171 presenze e 60 gol, la dirigenza rossonera lo cede, ormai trentaseienne, alla Roma i tifosi insorgono. Per averlo i giallorossi ci girano cento milioni e, a dispetto della carta d’identità, Juan riesce a dargli una mano nella conquista di una Coppa delle Fiere, una sorta di Europa League dell’epoca. Gioca da libero perché la velocità è sempre minore ma la capacità di illuminare il gioco è invariata. Il calcio italiano a questo oriundo deve molto più che le poche partite con la nazionale così come il Milan gli deve molto di più dei trofei che ci ha aiutato a vincere. Insieme a Liedholm Pepe presenziò al provino di un ragazzino piemontese sul campo della primavera a Linate ed alla fine andò in sede a spiegare che quel ragazzino era meglio portarlo a casa nominando, come nella tradizione sudamericana il proprio erede. L’Alessandria però chiedeva molti soldi per quel talento che aveva impressionato perfino Silvio Piola e Gipo Viani fu costretto a giocare il jolly: “Presidente, quel giorno ad Alessandria c’era la nebbia e si faceva fatica a capire chi era Rivera e chi era Schiaffino.”
Perché Juan Alberto Schiaffino non era un fuoriclasse, era un giocatore cui parametrare tutti gli altri.

Pier

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.