Il pettine

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Difficile parlare di calcio in un momento come questo. Parma e Spal vedono bloccato il loro ingresso in campo. Trattativa serrata tra Spadafora, che vuole fermare il campionato, e la Figc. Tutto all’ultimo minuto. Una cosa grottesca, surreale. Si gioca? Non si gioca? Bah! Dopo quasi un’ora arriva la decisione. Pollice alzato. Si inizia alle 13.45. Quindi scenderemo in campo anche noi alle 15. Credo, comunque, che questo campionato non si concluderà. Al di là di tutto, il fatto che alla fine si giochi mi rincuora un pochino. Una cosa stupida, lo so. Probabilmente, a livello epidermico , l’abitudine alla partita, mantenuta, seppur a porte chiuse, reca un po’ di sollievo. Una semplice questione psicologica. Io sono lombarda. Divieto di uscire dalla regione. E’ difficile parlare di calcio, dicevo. Ma forse è bene anche farlo. Però c’è un piccolo dettaglio. Abbiamo perso col Genoa, maledizione al secchio! Che voglia posso mai avere di scrivere? Nessuna!

Ti detesto.

Ivan, recapitata la bella letterina di licenziamento a Boban, è in tribuna. Bravo! Manco posso dirgli che l’unica cosa buona che passa per la sua testa è il pettine. Lo guardo in cagnesco, con un rancore che si potrebbe tagliare a fette. E molte di queste le porgerei ai suoi principali. Nella mia mente si affaccia il ricordo di una frase particolarmente appropriata alla situazione. Vorrei avere quattro mani. Due per prenderlo a schiaffi e due per applaudirmi, mentre lo faccio. Del risultato mi interessa poco. Abbiamo, purtroppo, problemi ben più grossi a livello societario. Ma una vittoria non guasterebbe, eh! Renderebbe un po’ più piacevole questa Domenica così brutta. Figuriamoci. Faccio appena in tempo a formulare questo pensiero e zac! Segna il Genoa. Sono proprio tempestiva. Sanabria sfrutta l’errore di Theo. Va sul fondo. Benna non lo chiude e lui mette palla indietro al centro. In area ce ne sono 4 dei nostri e il solo Pandev. Il vecchio Goran, trent’anni per gamba, infila in rete indisturbato. Io non capisco una cosa. Noi buttiamo dentro un sacco di palloni. Sono sempre preda dei difensori avversari, che li spazzano direttamente o li rimpallano quelle rare volte in cui i nostri attaccanti riescono a tirare. Non so se sia colpa di chi sbaglia i cross o di chi non sa posizionarsi nel modo giusto per riceverli. Fatto sta che le aree avversarie sembrano acque infestate da squali. La nostra? Un asilo Mariuccia. E anche Cassata fa festa, perforandoci da due passi appena prima dell’intervallo, al termine di un’azione peraltro molto bella. Torniamo negli spogliatoi con due gol sul groppone. Proprio i due che avremmo potuto fare noi con Ibra e Calha, che si sono trovati a tu per tu con Perin. Fa’n bagno, fa’.

A onor del vero, il primo tempo l’abbiamo giocato meglio della ripresa, alla faccia delle due sberle prese e del cazzottino rifilato al Genoa da Zlatan a 10 minuti dalla fine. Tutto sommato, sono anche abbastanza calma, dai. Non posso esimermi dal mandare a quel paese Ivan, quando lo inquadrano. Non so perché, sarà forse per via dei nostri nodi, ma oggi mi vengono in mente i pettini. Ehi, Ivan, dove hai messo la macchina? In un parcheggio a pettine? Non posso neanche pensare a ripigliarmi dalle mie frustrazioni con una bella gitarella, magari a Venezia. Comanda il Coronavirus. Come fa una, pure se di buon carattere, a non diventare un pochetto nervosa? Dopo tutto, se volessi essere paziente, mi farei ricoverare. Cerco di trovare rifugio nel porto dell’ironia, ma forse ho scelto una frase inopportuna, considerando il momento. Pazienza. Già, proprio quella che non ho. Eppure dovrò sfoderarne un briciolo stasera, visto che mi aspetta un Gobbi-Orrendi dalle complicate implicazioni familiari. La sconfitta con il Genoa non è certo il viatico migliore per affrontare la mesta serata. Forza Lazio! All’improvviso penso al generale Patton. Non si tratta di quello vero , bensì del nostro utente, che usa quel nick. Vuole convincermi a scrivere “km” e non “Km”. Figuriamoci. Racconto la cosa al mio Orrendo. Mica vero che lui si dichiara d’accordo con il generale? Inaudito! Visto il mio stato d’animo, non sono in vena di lunghe discussioni. Così taglio subito la testa al toro. “ Ricordati una cosa detta da un saggio.”, gli dico. “ Una donna che ha ragione ha ragione. Un uomo che ha ragione è un single.” E, dato anche che oggi è l’8 Marzo, l’argomentazione risulta esaustiva.

Mi mancherai, Zvone.

Cerco di scherzare, ma qui le cose vanno male a tutti i livelli, purtroppo. Milan, ti perdono. Su quale sillaba del verbo avete messo l’accento? Sulla penultima? E’ difficile, anche se non impossibile, perdonare tanti anni di sofferenze. I nodi, dell’opera di distruzione prima e della singolare vendita poi, sono venuti tutti al pettine, facendosi beffe di tante mie illusioni. Ma si può leggere pure la parola come sdrucciola. La sensazione che chi ci guida, chiunque egli sia, ci voglia perdere è inquietante. Le colpe dei giocatori ci sono, per carità. Guadagnano un sacco di soldi e dovrebbero impegnarsi alla morte, al di là delle loro capacità tecniche. Dov’è l’amor proprio? Giusto. Però noi siamo in una situazione di sbando societario. Nessuno sa bene dove andremo a parare. Il clima è pesante. E allora diventa complicato, a meno che non si sia dei campioni o delle persone dal carattere d’acciaio, dare il meglio, come fa chi sente di far parte di un progetto, di una squadra compatta che ha i suoi obiettivi. Più che di mancanza di volontà, di menefreghismo, può trattarsi di scoramento. In campo si vedono carenza di determinazione e confusione. Proprio come in Società. Il nostro manico, purtroppo, è quel che è e gli utensili, qualunque sia la loro foggia, cadono a terra. Grazie, Milan, per lo splendido regalo che hai fatto alle donne rossonere. Il calcio è un pettine che accarezza le chiome armoniose. E noi siamo calvi.

Chiara

Se risalgo il lungo fiume della mia vita fino alle sorgenti, ci trovo sempre il Milan. Il primo? Quello di Rocco e del giovane Rivera. Molti sono meteoropatici. Io sono Milanpatica.Vivo le gioie e i dolori con la stessa dirompente intensità. Perdutamente innamorata di questi colori, non credo che l’amore sia quieta e serena accettazione. Se mi sento tradita, esplodo! E sono parole di fuoco! Ma poi, nonostante i miei fieri propositi, mi ritrovo sempre lì, immersa in un luogo dell’anima chiamato Milan.