Spal-Milan: presentazione

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Non posso non partire, parlando di Spal-Milan, da ciò che mi lega con Ferrara. Una parte del sangue che scorre nelle mie vene è ferrarese, di quel limbo di terra che non è esattamente Emilia, ma certamente non Romagna, figlio del grande fiume e del suo Polesine, ma anche dell’Adriatico e delle sue anguille, un tempo paludoso e ancora oggi umido, ricco di zanzare ma con una terra generosa. Una terra – e la sua città – che si particolareggia per il buon cibo, le classiche coppie, il castello estense (uno dei pochi esempi di castelli all’interno delle mura), la salama da sugo, Girolamo Savonarola, i cappellacci di zucca, le biciclette. La città del giardino dei Finzi Contini, della lunga notte del 1943.

Una città che ama il calcio, che ha addirittura influenzato la prima Serie A del dopoguerra, se volessimo usare un’iperbole. La Società Polisportiva Ars et Labor, meglio conosciuta come Spal, nella Serie A degli anni ’60 era conosciuta come una “piccola terribile” che faceva del catenaccio il proprio Vangelo, del mettere in difficoltà le grandi la sua prerogativa. Negli anni il destino e le diverse proprietà succedutesi hanno portato però i biancazzurri non-proprio-emiliani-ma-nemmeno-romagnoli nelle serie inferiori, fino al fallimento. La rinascita della squadra simbolo di una città innamorata di questo sport è partita nel 2013, con la fusione con la Giacomense, che permise alla società di partire dalla Lega Pro Seconda Divisione. Dal 2013 in poi, come si suol dire, il resto è davvero storia. Le promozioni roboanti e insperate hanno riportato i ferraresi in Serie A, coronando non una favola, ma anni di lacrime, sangue e duro lavoro.

La Spal retrocederà? Possibile, ma l’entusiasmo ha rimesso al collo della statua di Girolamo Savonarola la sciarpa biancazzurra simbolo della squadra, ha riportato al Mazza il Milan, l’Inter, la Juventus, e ha fatto fare il percorso inverso ai ragazzi di mister Semplici. La Spal è ancora oggi una squadra rognosa, per quanto il calcio del 2018 sia molto diverso da quello di quasi sessant’anni fa. Il Milan è superiore agli 11 che vivono sotto l’ombra del castello estense, ma guai a sottovalutarli.

Oggi la partita sarà complicata, cerebrale, da giocare non con spavalderia, ma rispettando l’avversario che avremo di fronte. La condizione atletica e mentale dei rossoneri è confortante, per quanto non sia arrivata l’agognata quarta vittoria consecutiva. Poco importa, il percorso di oggi sarà propedeutico per il domani. La gestione Gattuso sta rimettendo la chiesa al centro del villaggio, per utilizzare un’espressione già utilizzata in passato da Rudi Garcia. Il Milan ha (incredibile a dirsi) una formazione titolare, dei punti di riferimento, pur continuando a mostrare lacune che Gattuso, con tutto il rispetto, la stima e il bene che ispira a tutti noi, non riuscirà a correggere. Il suo compito è e sarà (ed è sempre stato) quello di normalizzare una situazione fattasi ormai intollerabile. Sarebbe quasi ingiusto chiedergli qualcosa in più. Non è invece troppo chiedere i tre punti per questo pomeriggio, che dovranno arrivare a prescindere dall’affetto per Ferrara e la sua squadra.

Fabio

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.