Io in questo Milan non mi riconosco più: cronaca di un’anima svenduta

​È giunto il momento che io lo dica senza più filtri, senza più ipocrisie, perché questa sensazione sta diventando insopportabile. Io, in questo Milan, non mi riconosco più.

E non è una sensazione di ieri, è un vuoto dentro di me che alberga da almeno tre anni. Per me, la storia si è fermata il giorno in cui è stato cacciato Paolo Maldini e, a stretto giro di posta, è stato venduto Sandro Tonali. Con loro se n’è andato l’ultimo briciolo di Milanismo vero, puro, quello che non si compra al calciomercato e non si calcola con un algoritmo.

​Lo confesso: a inizio stagione ho provato a lasciarmi trascinare dai risultati. Avevo tentato di convincermi che potevo tornare a essere il milanista di sempre, di riaccendere quella fiamma che ho ereditato da mio padre e che negli ultimi anni si è quasi del tutto estinta. Ci avevo provato davvero a recuperare quel senso di appartenenza, quel legame viscerale. Ma era un’illusione.

​Da quel 5 giugno nulla è più lo stesso. Ma quello che non posso dimenticare, e che mi fa rabbia, è il silenzio disgustoso, la passività indecente con cui l’ambiente e soprattutto il tifo hanno assistito all’umiliazione di Paolo Maldini.
Un’inerzia vile. Nessuno che abbia alzato mezzo dito, nessuno che abbia fatto una contestazione degna di questo nome.
​Mi guardo intorno e vedo un tifo annacquato, addomesticato, quasi narcotizzato. Una massa mansueta buona solo a fare da cornice, a riempire lo stadio e a battere le mani mentre questi usurpatori smontano, pezzo dopo pezzo, tutto ciò che il Milan è stato. Paolo potrà anche avere un carattere particolare, non sapere lavorare in team, ma Maldini è una dinastia sacra. È Cesare, è Paolo, è identità e nobiltà calcistica. Maldini non rappresenta soltanto la nostra storia: rappresenta un frammento immortale della storia del calcio mondiale. Calpestare lui è stato calpestare ognuno di noi.

​E ora, quelli che hanno cacciato Maldini con l’appoggio del tifo, come un macabro rituale che si ripete, stanno preparando il terreno per l’ennesimo sacrificio: Rafael Leao.
Vedo già la narrazione pronta, i tifosi pronti a scaricarlo, puntando il dito contro le sue prestazioni senza voler guardare la realtà dei fatti. La verità è che Rafa sta giocando fuori ruolo, costretto in compiti che non gli appartengono, e sta scendendo in campo nonostante gli infortuni, stringendo i denti in un momento in cui la squadra è tecnicamente scoppiata.

​Invece di proteggerlo, la società sembra quasi compiacersi di questo appannamento, utile a giustificare una cessione imminente per fare cassa. Vogliamo davvero scambiare l’estro imprevedibile di Rafa, l’unico che ancora ci fa alzare in piedi, con la mediocrità statistica di un Estupinan qualsiasi come successo con Theo? Se vendiamo Leao, in mano a chi andranno quei soldi? La storia recente di questa dirigenza sui sostituti è inquietante: una galleria di scommesse perse o giocatori incompiuti pagati a peso d’oro. Smontare il talento puro per cercare la “giusta metrica” è il suicidio definitivo di chi del calcio non ha capito la magia, ma vede solo fogli Excel.

​Siamo diventati schiavi della retorica dei “conti in ordine”. Ci raccontano che il bilancio è il nostro scudetto, che la sostenibilità è l’unica via. Ma qui sta il grande inganno: il Milan non è un’azienda metalmeccanica, è una società sportiva che vive di gloria. Esiste una differenza abissale tra gestire una società in modo sano e usarla come un fondo d’investimento dove il profitto conta più del risultato sportivo.
​Oggi ci accontentiamo delle briciole. Arriviamo secondi e quasi festeggiamo; consideriamo un traguardo la qualificazione in Champions come se fossimo una provinciale che ha fatto il miracolo. Questa mentalità da “ragionieri del pallone” ci sta uccidendo. Si investe il minimo indispensabile per restare a galla, senza mai tentare il salto di qualità. La mediocrità è diventata la nostra zona di comfort.

​Per questo sento che dentro di me qualcosa si è crinato in modo irreversibile. E più passa il tempo, più capisco che questa frattura non si ricomporrà mai. Non con questa società, non con questo ambiente e, purtroppo, nemmeno con questo tifo che ha perso il suo scatto d’orgoglio. Forse la ferita potrebbe richiudersi soltanto il giorno in cui questi dirigenti se ne andranno finalmente via. Solo allora si potranno rimettere insieme i cocci di un’identità devastata.

​La sconfitta inopinata di domenica sera con l’Udinese è solo l’ultimo sintomo di questa malattia. 4 sconfitte nelle ultime 7 partite: questa non è flessione, è crisi nera. La squadra è smarrita, scoppiata tecnicamente, fisicamente e mentalmente. Ed è palese che le vicende esterne stiano avvelenando il campo. Troppe voci, troppi silenzi: Allegri in Nazionale, incontri per il futuro andati male, Cardinale che annuncia rivoluzioni… e intanto nessuno che parli, nessuno che prenda posizione.

​In tutto questo, Allegri è il paradosso vivente. È superato per molte cose, lo sappiamo. Se avessimo una società seria, non lo vorrei sulla nostra panchina. Ma con questa società, con questi dirigenti silenti che non difendono mai la squadra né l’allenatore, lui è l’unico che quest’anno ci ha impedito di sprofondare all’ottavo posto come lo scorso anno. È l’unico parafulmine rimasto in un club che non sa cosa significhi mettere la parte sportiva al centro di tutto perchè non gli interessa.

​Se la “melma dirigenziale” rimane questa, siamo destinati all’oblio. Possiamo cambiare dieci allenatori, ma se non si torna a parlare di obiettivi reali e di appartenenza, resteremo una nobile decaduta che si specchia nei propri bilanci mentre gli altri alzano trofei. Una Champions giocata così sarà solo amara, perché per farla seriamente servirebbero 6-7 acquisti di spessore, non scommesse da algoritmo.

​Io non voglio un Milan che sia solo un brand. Io voglio il mio Milan. E quel Milan, oggi, non abita più qui.

W Milan

Harlock

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"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.