Jordan & Blissett – The Shark and Miss It

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Come scritto nel mio ultimo articolo, nella pausa estiva ritorno a fare quello che mi piace di più, ovvero raccontare la storia del Milan. Quindi per questi miei appuntamenti estivi, sotto l’ombrellone, cercherò di ripercorrere gli anni del Piccolo Diavolo lasciando l’attualità del Calcio mercato agli amici della redazione.

Quindi continuo il viaggio che avevo iniziato qualche tempo fa raccontando i primi anni ottanta rossoneri (vi lascio il link di chi volesse recuperare il mio articolo). Prima di raccontare la stagione 85/86, un’annata particolare iniziata bene e conclusa con un cambio dirigenziale che segnerà un’epoca, vediamo alcuni protagonisti dei primi anni del piccolo diavolo: Joe Jordan e Luther Blissett.

Molti hanno sentito il nome di Jordan riecheggiare distrattamente nella storia del nostro club, come il nome di un giocatore che per un paio di stagioni ha semplicemente vestito la casacca rossonera. Per molti, compreso io, invece è stato un autentico idolo, il mio primo poster appeso in camera sopra il letto. L’uomo che molti tifosi hanno amato sin dal primo giorno ed in lui hanno riposto le speranze di riscossa di un popolo ferito dalla prima retrocessione in serie B e non per meriti sportivi.
Il 3 agosto 1981 Joe Jordan arriva all’aeroporto di Linate, accolto da un migliaio di tifosi e da uno sventolio di bandiere rossonere, sciarpe e di incoraggiamento. Il giocatore scozzese sembra commosso e sorpreso per l’accoglienza calorosa. I tifosi gli mostrano uno striscione: “Welcome, Big Joe”.
L‘entusiasmo milanista diventa estasi, grazie al gol nel derby “estivo” di coppa Italia il 6 settembre del 1981. Le due squadre milanesi sono inserite, assieme a Spal e Verona, nello stesso girone, e proprio nell’ultima gara il derby è importante per definire il passaggio del turno.
Quando al 49’ Jordan porta in vantaggio (2-1) il Milan con una incornata prepotente, l’esultanza dei tifosi rossoneri fece letteralmente tremare San Siro: da troppo tempo il tifo milanista stava aspettando la riscossa nei confronti dei supponenti cugini nerazzurri anche se bisognerà aspettare ancora un po’ per la rivalsa definitiva. La rete di Bergomi all’89’ spegne i sogni rossoneri di qualificazione, ma quella sera il bomber scozzese, con la sua esultanza “terrificante”, è diventato l’idolo della tifoseria rossonera.

“Non mi aspettavo un Jordan così forte, si è rivelato un acquisto azzeccato. Può essere il goleador della serie A”. (G. Rivera)

Nessuno quella sera avrebbe potuto immaginare che dopo quell’inizio promettente la stagione del Milan si sarebbe trasformata, in un autentica agonia. Jordan in allenamento è uno che non si lamenta mai, si allena con estrema serietà e applicazione, cercando di seguire i dettami che Mister Radice. Ma quella squadra paleserà dei grossi limiti in attacco, praticamente è incapace di fare gol. Alla fine della stagione saranno solo 21 i gol segnati in tutto il campionato. Jordan è incapace e forse anche impossibilitato a dare il suo contributo, chiudendo la stagione con un bottino di appena 2 gol in 22 gare disputate. In questa tristezza generale però il centravanti rossonero sta per riuscire nell’impresa più grande: segnare all’ultima giornata uno dei gol che potevano valere una incredibile ed inaspettata salvezza. Il Milan è sotto di due gol dopo il primo tempo a Cesena, è proprio lo Squalo a dare inizio alla clamorosa rimonta da 0-2 a 3-2, gli altri gol sono di “Ciccio” Romano e di “Dustin” Antonelli con una incredibile cavalcata, che stava per permettere ai rossoneri di salvarsi dalla seconda B ai danni del Genoa. Un “regalo” del portiere napoletano Castellini nel finale, spalanca le porte al pareggio dei rossoblù ed alle lacrime milaniste, tra cui le mie. Non mi addentro nei dettagli di quel pomeriggio perché meriterebbe un articolo a parte e non è detto che non prenda il coraggio e un giorno lo racconto. Quattro giorni prima di quel maledetto 16 Maggio, il Milan si aggiudica la Mitropa Cup ed è proprio Jordan a segnare al 77’ minuto della gara decisiva contro il Vitkovice il gol che permette ai rossoneri di alzare il trofeo. Personalmente è un trofeo a cui ci tengo molto e che non ho mai ripudiato, anzi lo ricordo con molto affetto.
Il risveglio nel finale di stagione, convince la società rossonera, nel frattempo c’è stato il passaggio da Morazzoni a Farina, a confermare Jordan anche per il successivo campionato di serie B (1982/83). Il tecnico Ilario Castagner, decide di affiancare al giovane Serena i “vecchi” Jordan e Damiani per risalire subito nella massima serie, ed i fatti gli danno ragione. Un Jordan rinfrancato dall’entusiasmo del nuovo Mister e dalle nuove idee tattiche, dà il suo decisivo contributo alla causa, mettendo a segno 10 reti in campionato e 4 in Coppa Italia e assieme ad Aldo Serena è il miglior marcatore stagionale dei rossoneri. Joe non temeva il gioco duro della cadetteria, anzi forse gli ricordava il tipico gioco inglese e riesce ad esprimersi meglio che in Serie A, forse perché era più fisica e meno tecnica.
E la sera della sua ultima partita in rossonero a San Siro i tifosi lo omaggiano di un lungo applauso, e come iniziò la storia d’amore con i tifosi del Milan in quel lontano derby del 1981 non poteva che finire con un derby e precisamente nel derby del Mundialito ’83, questa volta il Milan vince 2-1 con una doppietta del giovane Aldo Serena.
Il nuovo Milan che si ripresentava in serie A anche per merito suo, decide che il “vecchio Joe” non rientra più nei piani tecnici della società, e così dopo appena due stagioni con 66 partite ufficiali e 20 gol si concluse l’avventura di Joe Jordan in rossonero.

“Shark kicks again for us”

“Io Blissett me lo vidi arrivare all’improvviso senza sapere che sarebbe arrivato. Avrei voluto tenere Serena, perché l’anno precedente avevamo fatto tanti goal e avendo una squadra che arrivava 20 volte sul fondo mi serviva un giocatore così. Invece Farina non lo volle riscattare dall’Inter e arrivò Blissett”. (I. Castagner)

Il colpo di mercato in quella lontana estate del 1983 lo esegue l’allora Presidente Giussy Farina, quando, per festeggiare il secondo ritorno in serie A, decise di ingaggiare Luther Blissett come erede dello “squalo” scozzese Joe Jordan.
Il centravanti inglese è un attaccante con un discreto score, perché segna la bellezza di 95 reti in 245 presenze. Però i tifosi inglesi abituati ad andare al Vicarage Road, lo stadio del Watford, non amano moltissimo Blissett, tanto da che gli hanno coniato il soprannome “miss it“.
In quegli anni c’è voglia di novità, e fame di ritornare a calcare palcoscenici più prestigiosi dopo aver frequentato i campi di periferia in serie B e aver vissuto anni difficili. L’arrivo del centravanti inglese è accompagnato da dichiarazioni importanti da parte del bomber e anche al quanto avventate rileggendole a posteriori, ma tanta era la voglia di ricominciare che nessuno ci diede importanza. Alla Gazzetta dello Sport rilascia una intervista in esclusiva e il giorno dopo la rosea gli dedica la prima pagina con una delle sue dichiarazioni: “Milan, senti Blissett: Farò più gol di Platini!”.
Ma l’impatto con il calcio italiano, molto più tecnico e tattico di quello inglese dell’epoca, dice ben altro, ovvero di un giocatore che appare da subito un pesce fuor d’acqua con la maglia rossonera sulle spalle. Questo appare evidente fin dalle prime gare d’agosto di Coppa Italia, in cui il giocatore inglese non riesce mai ad andare a segno.
Luther, si presenta al pubblico di San Siro segnando all’esordio casalingo nel successo per 4-2 contro il Verona.
Alla fine i suoi gol sono solo sei, di cui 5 in campionato, ma soprattutto è elevato il numero di occasioni gol fallite dal calciatore inglese, alcune anche in maniera incomprensibile e aggiungerei comica.
Il pubblico rossonero lo attende a lungo, cerca d’incoraggiarlo in ogni occasione e perdonandogli anche l’imperdonabile. In fondo Luther fa molta tenerezza.
Ma un bel giorno la pazienza finisce anche per i casciavit, perché si può sopportare o perdonare quasi tutto, ma un attaccante milanista che nel derby con l’Inter non riesce a segnare da pochi metri quando in porta non c’è più neanche il portiere è difficile da sopportare.
Mi ricordo ancora le immagini dalla mitica trasmissione di novantesimo minuto, mio immancabile appuntamento domenicale, che immortala Castagner che manda a quel paese in pubblico il giocatore britannico, dopo l’occasione da gol sciupata dal giocatore inglese.

“Blissett non si ambientò mai. L’immagine che ho di lui è quella di un giocatore affacciato alla finestra che guardava verso i campi di gioco con area triste. Si sentiva come un uccellino in gabbia, non vedeva l’ora di tornare a casa”. (I. Castagner)

 A parte gli aneddoti sarcastici la risposta alla difficoltà di Blissett c’è la fornisce il buon Ilario da Vittorio Veneto e nonostante l’affetto iniziale del pubblico, Lutero non è mai riuscito ad ambientarsi. Il carattere, il clima milanese, la lingua, infatti non si ricorda di lui neanche una parola detta in italiano, fatto sta che per un anno intero, insieme alla moglie Veronica, sembra un pesce fuor d’acqua nella realtà italiana sociale e pallonara.
L’unico momento in cui il centravanti inglese riesce a sciogliere la tensione è alla fine del campionato, quando ormai in odore di essere rimandato in patria, ebbe un moto di orgoglio segnando due reti consecutive nelle ultime tre giornate.
Probabilmente il merito è stato del carattere paterno di Italo Galbiati che da qualche settimana ha sostituito Ilario Castagner, cacciato dal presidente Farina perché reo di aver già firmato per la stagione seguente con l’Inter.
E così dopo una sola stagione, 39 gare ufficiali termina l’avventura di Lutero con la nostra maglia. Il Milan chiude con un deludente 8° posto finale, fuori dalle Coppe europee, e a fine anno il Milan decide di rispedirlo a casa.
Gli attaccanti che arrivano dopo di lui non lo fanno rimpiangere per niente, anche perché è difficile fare peggio, ma tutto sommato gli abbiamo voluto bene.
E pazienza per i tanti goal sbagliati, che facevano disperare non poco i tifosi rossoneri, ma quegli errori in fondo lo hanno consegnato alla leggenda rossonera.

W Milan

Harlock

"Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero" Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit....Grazie per avermi fatto milanista.