Anatomia di una scelta

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Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalla vita, dallo sport, dalle esperienze vissute sulla nostra pelle, è che molto spesso, ad avere la meglio nelle situazioni più intricate, è chi riesce a mantenere la calma, la virtù dei forti, dei saggi. È anche vero che un gigante della canzone italiana cantava che “troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante”, motivo per cui rimanere eccessivamente sulla difensiva, temporeggiando, non è ad ogni modo consigliabile. La virtù dei forti, dicevamo. Quella che in tante pellicole, libri e serie tv ha aiutato i vari protagonisti a uscire puliti anche dalle situazioni più indistricabili. Prendere pause e del tempo per riflettere è uno dei consigli più gettonati anche nell’ambito del confronto dialettico, dell’arte dell’oratoria. Nella nostra situazione, la calma è raramente contemplata da noi tifosi, che per nostra stessa natura non abbiamo la necessità di temporeggiare, viviamo di istinti ed emozioni, in un percorso sulle montagne russe che alimenta a sua volta la nostra passione, tanto nei momenti belli, quanto in quelli brutti.

Esonero è stato, infine, uno dei pochi giunti dopo una vittoria. Ricordate quante volte negli anni di vacche grasse abbiamo rinfacciato ai dirimpettai il licenziamento di Gigi Simoni dopo un successo casalingo contro la Salernitana, nel 1998? Ecco, la situazione si è rovesciata, con stavolta il Milan nei panni della società nevrotica e confusa. La decisione presa dalla dirigenza rossonera, tuttavia, è stata a mio modo di vedere giusta. I motivi sono molti, alcuni dei quali sono stati trattati nel post di una settimana fa. In primis Giampaolo non ha mai avuto il coraggio di imporre le proprie idee: alle prime difficoltà ha di fatto abdicato alla guida tecnica della squadra, tornando a leggere e a far interpretare ai giocatori il copione di gioco sempre attuato negli anni passati. In secondo luogo, la stessa leadership caratteriale dell’abruzzese è andata via via affievolendosi, sempre che ci fosse stata: i giocatori, semplicemente, non lo seguivano più. In ultimo, non in ordine d’importanza, il gioco e i risultati non sono mai stata espressione fedele dei valori della rosa, certo non eccelsi, ma nemmeno drammaticamente inadeguati.

Presa la decisione, quale il sostituto? Nel post Genoa, la soluzione all’enigma ha con il passare delle ore assunto le sembianze di Pioli. È ora che torna utile il preambolo iniziale sul mantenere la calma, nel momento in cui riflettiamo su cosa ci dica questa nomina. Dei vari nomi fatti nei giorni e nelle settimane passate, quando il destino di Giampaolo sembrava già segnato, quello “forte” era quello di Spalletti. A decisione presa, è proprio all’ex Inter che la dirigenza si è rivolta, chiudendo, a quanto pare, un’intesa di massima. Ma… ma ecco l’intoppo, il mancato accordo del toscano con il suo ultimo club (i nerazzurri, appunto) riguardo la buonuscita. Il resto è storia. Le proteste del tifo milanista sono state veementi e comprensibili, ma se saranno giustificate lo vedremo solo sul campo. Ciò che interessa è la motivazione di questa decisione.

Spalletti o Pioli. Un tecnico affermato, di alto livello, ma non un vincente, contro un altro abituato più alla provincia che alle grandi squadre, ambienti che però, a differenza di Giampaolo, conosce. Spalletti sarebbe stato una buona presa, chiaro, ma il suo carattere sarebbe stato potenzialmente esplosivo, considerati anche quelli dei dirigenti con cui si sarebbe dovuto interfacciare. Pioli è forse più “mansueto”, se così si può dire, di certo meno adatto del concorrente a farsi rispettare in uno spogliatoio come quello rossonero. Anche stavolta però, nel 99% dei casi, questa scelta è stata presa guardando al portafoglio. Spalletti sarebbe costato circa 4,5 milioni di euro netti l’anno, troppo. Vero, la stagione non è ancora del tutto compromessa, ma si tratta di una spesa forse eccessiva per la situazione in cui ci troviamo. Il tecnico toscano sarebbe stato certo una scelta per l’immediato, ma anche un investimento per il futuro, perché a quelle cifre non può che essere così. E il Milan avrebbe dovuto prendere una scelta tanto importante, rivolta anche alla prossima stagione, in un momento di emergenza, senza dover riflettere troppo sulla decisione e senza avere troppe alternative. Pioli, dal canto suo, è una soluzione più conservativa, non un azzardo economico, ma nemmeno l’ultimo dei cretini, anche se noi tifosi (me compreso, sia chiaro) abbiamo vissuto malino la notizia del suo costante avvicinamento alla nostra panchina. L’anno di contratto a un milioncino netto darebbe poi alla dirigenza più tempo per riflettere sul futuro della guida tecnica, oltre che molte più alternative nel futuro. Perché chissà, a giugno potremmo poter scegliere non solo tra Spalletti, Garcia, Ranieri, Pioli e Mourinho. Nel frattempo si potrebbero liberare altri tecnici, come Pochettino, Ten Hag, Gallardo.

L’assumere un allenatore piuttosto che un altro perché sarebbe più facilmente sostituibile è di per sé sintomo di una programmazione lacunosa, ma nella nostra condizione è una scelta che ha della logica. In definitiva, certo, lo pensiamo quasi tutti, Spalletti è un allenatore migliore di Pioli, ma più vincolante, più – per così dire – definitivo. Con l’ex tecnico della Lazio ci orientiamo invece su una scelta più “liquida”, anche contraddittoria, ma sicuramente conveniente. Il rischio è piuttosto sportivo, oltre che caratteriale: che i nostri magnifici beniamini non siano portati a rispettarlo, come da ragazzi non rispettavamo il supplente di turno. Questo, però, lo scopriremo solo nelle prossime settimane. Ciò che invece è certo è che il popolo rossonero ha perso la fiducia nella squadra e in chi la gestisce, e con essa la pazienza per dare tempo a chiunque si sieda sulla nostra panchina. Quindi, di rimano, anche la calma. Comprensibile, ma oggi più che mai è necessario analizzare il perché di una scelta, un perché che non si può per ovvi motivi rivelare pubblicamente. E dobbiamo farlo non tanto a beneficio della squadra, ma nostro, per la nostra “salute mentale” e per la qualità del nostro rapporto con il Milan. Rimanere calmi, a prescindere dal cognome del nostro allenatore, perché non è consigliabile fare altro. E perché, soprattutto, rischiamo in caso contrario di somigliare troppo ai nostri cugini del periodo morattiano, una bella umiliazione. Sforziamoci di essere diversi.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.