
C’è una frase che nel calcio si ripete fino allo sfinimento, quasi fosse un mantra religioso: “Il Derby è una partita a sé”. Lo diciamo per scaramanzia, per paura o per caricarci, ma la verità è che questa sfida vive di una metafisica propria. È il teatro dove le gerarchie saltano, dove la logica si arrende al cuore e dove, soprattutto, le motivazioni pesano più dei moduli. Ma c’è un altro aspetto che rende il Derby magico: la sua capacità di generare eroi inattesi.
Il prato di San Siro vede passare fuoriclasse assoluti, ma ha anche l’abitudine di eleggere “Re per una notte” giocatori che nessuno osa pronosticare. La storia del Milan ne è piena. C’è il 6-0 del 2001, dove quella notte è Gianni Comandini a prendersi la corona, spianando la strada con due gol che restano scolpiti nella leggenda. C’è Cosmin Contra, che sotto la gestione Terim ribalta letteralmente un Derby partito malissimo, regalando uno dei pochi raggi di sole di quella stagione. E c’è il graffio di Cristian Zapata nel Derby pasquale del 2017, un pareggio al fotofinish che vale quanto una vittoria.
Oggi, in questa galleria di protagonisti improvvisi, entra di diritto Pervis Estupiñán. Diciamocelo con franchezza: il ragazzo è uno dei più criticati della stagione. Arriva in estate per fare il titolare dopo Theo Hernandez, ma perde il posto per un ragazzo del settore giovanile. Sembra la classica parabola discendente, il destino di chi resta schiacciato dalla pressione di San Siro.
Invece, il calcio scrive sceneggiature incredibili. Pervis si prende la scena nel momento più importante e segna il gol partita proprio come fanno giganti del calibro di Kaká o Ronaldinho al loro debutto nella stracittadina. Un gol che non è solo una statistica, ma un riscatto personale e collettivo. Da “esubero” a uomo della provvidenza: è questo il bello dei colori rossoneri.
Mandato via Pioli, vincere i Derby sta diventando una piacevole abitudine a cui non ci si abitua mai. Quella di ieri sera è la seconda vittoria stagionale contro l’Inter, un altro 1-0 che certifica un cambio di passo mentale. Il Milan domina il primo tempo, giocando i migliori 45 minuti della stagione insieme a quelli contro il Napoli a inizio campionato. La squadra di Allegri mostra una struttura identica: pressione alta, aggressività offensiva e grande qualità nella costruzione del gioco, per poi passare a una difesa fatta di attenzione, concentrazione e anche un pizzico di fortuna. Il successo nel Derby, però, non vale solo tre punti. È molto di più. È una vittoria che di fatto mette la firma sulla qualificazione alla prossima Champions League, consolidando il secondo posto in classifica. Tuttavia, guardando i numeri, resta un po’ di rammarico. L’Inter subisce cinque sconfitte, mentre il Milan ne perde solo due in tutto il torneo. Eppure, i cugini hanno un largo vantaggio di 7 punti. È un distacco che pesa, figlio dei troppi pareggi accumulati contro le “piccole”.
Perché la verità è chiara: il Milan poteva giocarsi lo Scudetto fino all’ultima giornata.
Se non siamo lì a lottare per il titolo, è perché manca anche un “contorno” all’altezza. Non basta avere mettere in campo l’anima se poi, fuori dal rettangolo verde, la Società resta troppo spesso spettatrice. Manca la forza di proteggere la squadra e manca la voglia di scendere in trincea a combattere una battaglia sportiva contro tutto e tutti. La squadra, questo gruppo con i suoi pregi e difetti merita una dirigenza capace di supportarli, coltivando il sogno scudetto e accompagnando il Mister in questo percorso. Invece, assistiamo a trattative che diventano vere e proprie soap opera, come accade per André in questi giorni.
Un grande club si fa sentire quando è opportuno e non osserva in silenzio mentre episodi controversi tolgono punti preziosi. Oltre all’aspetto economico, serve una presenza sportiva costante, ma oggi non è il giorno dei processi, è il giorno dei sorrisi. Vincere un Derby significa camminare a testa alta per le strade di Milano. Significa aver ritrovato un’identità e una compattezza di gruppo che sembrano smarrite nei momenti più bui.
Ci godiamo questa splendida vittoria e proviamo guardare al futuro ma ahimè con poca fiducia, perché temo che sarà un’altra estate difficile.
Harlock
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