Roma-Milan: presentazione

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Abbiamo rimesso in carreggiata la stagione, ora dobbiamo scoprire chi siamo. In fila abbiamo una serie di partite che avrebbero fatto tremare i polsi al buon Milan ancelottiano, figurarsi a questa versione della rosa, che ha cominciato la stagione tra mille peripezie e solo nell’ultimo periodo ha ritrovato la retta via. Roma, Lazio, Derby e poi Arsenal in casa. Quattro impegni decisivi per la stagione.

Il lavoro di Gennaro Gattuso è stato molto buono. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che non ci volesse poi molto per migliorare il Milan di Montella, ma lui è riuscito a farlo. Ha dato sicurezza alla squadra, fissato un punto di riferimento dal punto di vista tattico, fatto ordine in uno spogliatoio poco unito. Probabilmente non avrà affrontato tutte le questioni, comprese le più spinose, ma la tattica adoperata è stata intelligente: a stagione in corso si può solo riparare, al resto ci pensiamo nell’eventuale futuro. In questo prossimo ciclo terribile, tuttavia, anche Gattuso dovrà fare un salto di qualità, soprattutto nella gestione delle forze della squadra e nella lettura delle partite.

Cominciamo con ordine: il primo avversario sul nostro cammino sarà la Roma di Di Francesco. Un inizio di stagione eccezionale per i giallorossi, poi la flessione, in concomitanza con la chiusura dell’anno. Le prestazioni della squadra sono calate proporzionalmente con il calo delle prestazioni dei suoi uomini chiave, segno di quanto la squadra, nonostante Di Francesco sia uno dei tecnici più (assurdamente, a mio modo di vedere) osannati del panorama italiano, sia sfaldata, disunita, un corpo senza una testa. La Roma dipende ancora oggi dai singoli, così come negli ultimi vent’anni è dipesa da Totti. È un conto però avere nel pittore del proprio destino “Il Pupone”, un giocatore che a prescindere dal credo calcistico non si può non definire “delizioso” un altro conto dipendere da Dzeko o Nainggolan. Questi sono i giocatori chiave, simbolo, della Roma di Di Francesco. L’incursore e lo staccatore, che da quando hanno avuto una flessione nel rendimento, hanno portato giù con sé il resto della squadra.

La Roma, che a scanso di equivoci rimane comunque molto temibile, manca poi di un uomo d’ordine davanti la difesa. Pellegrini e Strootman, ottimi elementi, non hanno la capacità di far girare il gioco, dare il tempo dei fraseggi, delle azioni. A questa Roma mancherebbe un giocatore come Pizarro, un nanetto dal baricentro basso che non perde il pallone nemmeno se vuole e che contemporaneamente è in grado di fare da metronomo. Questa assenza è maggiormente acuita dal fatto che nemmeno in difesa troviamo il cosiddetto “centrale dai piedi buoni” – alla Bonucci, per intenderci – in grado di sostituirsi ai centrocampisti per fare partire l’azione. La prima fonte di gioco giallorossa è, di fatto, Alisson (il portiere). Va bene tutto, però…

Il Milan di Gattuso ha più tecnica della Roma, e sopratutto più capacità di palleggio, di fraseggiare. All’Olimpico la squadra dovrà reggere all’impatto fisico ed emotivo con la partita e imporsi. Non imporre il proprio gioco, ma le proprie caratteristiche. Tenere il pallone, fare possesso palla. In questo modo a) la squadra si stancherebbe meno, b) rischierebbe meno, c) avrebbe più possibilità di far male. Le parole se le porterà via il vento e “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, ma questo dovrebbe essere a mio avviso il nostro modus operandi. Avere pazienza e far girare la palla, senza fretta. Dal punto di vista tattico sarà decisivo l’apporto dei due esterni offensivi – Suso e Bonaventura – in fase di non possesso, quando la superiorità numerica giallorossa a centrocampo sarà più evidente. Per il resto, la partita si gioca – come spesso capita – nella testa. Questo Milan senza speranze ha ora una possibilità su cento di poter fare di questa stagione un’annata positiva. Se riusciremo a farlo o meno, lo scopriremo entro metà marzo.

Fabio

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.