Milan-Inter presentazione

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Sono passate poche ore dal sabato terribile dei tifosi napoletani – e in generale degli antijuventini. Nel giro di un pomeriggio il Napoli è passato da un possibile +3 sulla Juve a un probabilissimo -2, scialacquando quella che poteva essere, se non un’ipoteca allo Scudetto, quasi. Tralasciando le polemiche arbitrali su Var, rigori, calci d’angolo o espulsioni, la Juve ha una marcia in più rispetto al Napoli. Non la rosa – o almeno, non solo -, ma il suo essere la Juve. Quando la squadra scende in campo ha con sé i suoi trofei, le sue vittorie, il suo retaggio e la sua esperienza. Qualità, caratteristiche, che fanno la differenza.

In questi anni il Milan si è dimenticato di essere in possesso delle medesime prerogative dei bianconeri, da sfruttare durante gli incontri per mettere in chiaro a tutti, se mai ce ne fosse bisogno, chi siamo. In questi ultimi anni il nostro spirito è stato vessato e messo a durissima prova, ma non è andato perduto. Era solo nascosto molto bene, sotto qualche metro di neve, disillusione e incompetenza. La primavera però arriva sempre – prima o dopo -, e ha riportato alla luce ciò che era nascosto, celato e inutilizzato.

Il merito di quanto fatto nelle ultime settimane è certamente da rintracciare nei giocatori e nella dirigenza, ma per la stragrande maggioranza il fautore di questa rincorsa è il mister, Rino Gattuso. Se a livello tattico siamo comunque di fronte a un allenatore le cui esperienze precedenti sono state a Sion, Palermo e Pisa, la leggenda rossonera è umanamente la figura perfetta per gestire un gruppo sfaldato, senza identità. Un po’ sergente di ferro e un po’ papà, Gattuso è stato in grado di far rendere i suoi ragazzi per ciò che valgono (e anche un po’ oltre).

E oggi… Derby. Non credo ci sia la necessità di ritirare fuori la tiritera di quanto sia una partita imprevedibile che segue una logica tutta sua. Lascia anche il tempo che trova sottolineare ancora una volta come il confronto stracittadino di Milano sia unico, storico, affascinante. No. Per un pezzo simile potreste magari recuperare un mio articolo vecchio e datato, perché oggi mi interessa poco il lato romantico della partita. Oggi mi smuove solo l’idea di vincere, la possibilità di esultare come lo scorso 27 dicembre.

Nella casa del Milan si presenterà una squadra in uno stato di forma che definire pietoso è riduttivo. Tra le fila dei cugini tornerà però Mauro Icardi, uno dei principali bomber della A, che all’andata ci ha fatto “leggermente” male. Agli esterni i soliti Perisic e Candreva, le vere fonti creative nerazzurre, vivono da diverse settimane in uno stato di seria difficoltà: fermati loro, la partita può essere incanalata secondo parametri più congeniali ai ragazzi di Gattuso, più ragionati, meno basati sull’aspetto fisico. A completare il reparto dei tre giocatori offensivi alle spalle della punta troviamo Borja Valero, giocatore che farebbe certamente comodo a diverse squadre, ma che con il passare del tempo si sta trasformando sempre più in “uomo d’ordine”. I più arretrati Vecino e Gagliardini non assicurano invece abbastanza confidenza col pallone da essere utilizzati come fonti di gioco.

È proprio questo il punto debole che il Milan dovrebbe cercare di sfruttare, magari con un pressing offensivo e deciso finalizzato a riconquistare presto il pallone. Per il resto, dovremo far valere la cifra tecnica superiore, imponendo la nostra identità. Ulteriori consigli? Riflessioni particolari? Complicato farne, il Derby è una partita imprevedibile, che segue una logica tutta sua (visto? Alla fine si torna sempre lì, anche se non lo si vuole), e più che in altre occasioni l’episodio può essere decisivo. Solo questo, se devo essere sincero, mi preoccupa assai: Gattuso è un motivatore, un fratello, un padre, un generale. Spalletti è però superiore a imbrigliare l’avversario, più preparato, con maggiore esperienza nella lettura delle partite. Con tutto il rispetto per Rino e il lavoro svolto, a oggi il duello con l’omologo nerazzurro è appannaggio del secondo.

A parte ciò, tic-tac-tic-tac. Il tempo scorre e siamo ogni secondo che passa più vicini al match di stasera. Vada come vada quest’ultimo treno per la Champions, il monito è però uno: ricordiamo chi siamo. Portiamo con noi sul prato verde la nostra storia, la nostra tradizione. Appesantiamo la maglia con le medaglie che abbiamo vinto in anni di storia. Portiamo tutto, e giocheremo in 12.

Fabio

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.