Delirio

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Non saprei come meglio definire la felicità dei nostri negli spogliatoi per essersi qualificati alle semifinali del più prestigioso torneo per club di calcio. Dai diciamocelo, chi a inizio stagione poteva mai immaginare un cammino del genere in champions? Sì, magari svaccato sulla mega terrazza di un attico vista mare stile tony stark con casse di dom perignon e un colpo di sole meglio della folgorazione di San Paolo può pure essere, ma per il resto è qualcosa di totalmente inaspettato a inizio stagione.
Il bello della champions è questo suo essere un concentrato di emozioni in poche partite, una delle due competizioni che i giocatori sentono in maniera viscerale insieme al mondiale. Non me ne vogliate ma credo che se chiedeste a qualunque calciatore di mettere in ordine di priorità mondiale, champions e scudetto (qualsiasi campionato) quest’ultimo sarebbe messo in fondo alla lista e per distacco.

Non avrei mai pensato di essere così euforico per una semifinale, indipendentemente dall’avversario, ma cos’è il calcio se non sognare? Non c’è razionalità da tifoso, sì ci provi e ogni tanto ci riesci pure ad esserlo ma la maggior parte delle volte è puro istinto, felicità, tristezza, euforia, depressione, incubo, sogno, sicurezza e cacarella tutto insieme. Sono lo stesso che ha scritto waterloo e oggi titola delirio, direi un ottimo riassunto degli umori che ci animano: in tutti e due c’è del vero, dell’esagerazione e delle minchiate. Tutta roba da tifoso.
Godiamoci questo cammino come se lo stan godendo mister e giocatori perché in fondo siamo partiti dai rigori di rio mare ave maria per poi vedere il ritorno in champions, uno scudetto e l’approdo alle semifinali con un Milan non certo zeppo di campioni, ma colmo di carattere.
Il carattere è la dote principale di questo gruppo di lavoro e se me lo concedete il primo colpo che ha scalfito le sicurezze del Napoli non è stato lo 0-4 a domicilio, ma qualcosa accaduto poco prima nell’intervallo con Maldini ad ammutolire Spalletti che da quel passaggio nel tunnel non si è più ripreso mandando fuori giri i suoi ottimi giocatori. Questione di carattere, questione di persone abituate a lottare per i traguardi maggiori anche quando sembrano lontanissimi se non impossibili.
Il piagnisteo a cui abbiamo assistito in queste settimane dopo lo 0-4 è stato una fonte inesauribile da cui abbeverarsi, non so voi ma io me la sono proprio goduta perché si percepiva lontano un miglio il terrore di chi ha brindato al nostro accoppiamento e stava per incontrare l’uccello padulo. Dal delirio rossonero ai deliri partenopei è stata un’autentica estasi culminata nel rigore parato da Mike Maignan. Voglio parlarne?

Mike Maignan è arrivato quasi in sordina e senza clamori, chiamato a non far rimpiangere un beniamino dei tifosi, uno cresciuto nel Milan e che si sperava potesse diventare il futuro capitano. In tanti, io per primo, vedevano in quell’evento la possibile fine di una politica da squadra di vertice perché se perdi il tuo figlioccio allora puoi perdere chiunque. Mai scelta fu più azzeccata, una vera sliding doors. Il Milan in questi anni ha cambiato pelle e uomini, ma senza Mike lo scudetto sarebbe rimasto un sogno nel cassetto così come il passaggio alle semifinali perché Donnarumma non vale Mike e non ha la sua leadership.
Maignan è un autentico campione e lo ha dimostrato anche parando il rigore al georgiano che ha mandato il napoli in blackout e dato ai nostri l’ennesima spinta per raggiungere l’obiettivo. Non siamo una squadra di campioni, ma lui lo è e l’esempio più lampante lo danno i difensori, ripeto i difensori, quando si rifugiano da lui perchè la palla scotta come se dietro non ci fosse la porta. Fateci caso ma spesso non gli danno palloni semplicissimi, ma lui ha una sicurezza innata: è Mike, il guardiano che i nostri colori si meritavano.
L’equipe però va oltre, anzi con la prima pagina di mercoledì ribalta la questione e ci ricorda cosa sia il Milan all’estero nonostante anni di torpore e mediocrità arrivando a definire il portierone e Giroud “Grands comme Milan”. Questa è ancora la nostra immagine in giro per l’europa e c’è da andarne orgogliosi.

Adesso ci aspettano settimane di fuoco al gusto di adrenalina e gaviscon, ma chi se ne frega noi ci siamo e ce la giochiamo.

Seal

Ricordo Baresi entrare in scivolata e poi l'ovazione del pubblico, da quel momento ho capito che fare il difensore era la cosa più bella del mondo. Ancora mi esalto quando vedo il mio idolo Alessandro Nesta incenerire Ferrara sulla linea di porta mentre credeva di essere a un passo dalla gloria. Se la parola arte fosse compresa appieno le scivolate del n.13 sarebbero ammirate in loop al MoMA di New York.