Shamrock Rovers – Milan presentazione

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Shamrock Rovers-Milan, una partita senza apparenti insidie contro i biancoverdi d’Irlanda, espressione di un calcio che secondo il ranking UEFA è il 42esimo su 49. Rispettiamo tuttavia l’avversario anzitutto con una piccola presentazione.

Per quanto più avvezzi a vedere la Nazionale irlandese nei tornei continentali, piuttosto che quella di altri paesi, la Premier Division dell’Isola di Smeraldo è un torneo di livello tecnico e tattico molto basilare; per tenere un termine di paragone, il Lussemburgo con alcune squadre come Niedercorn e Dudelange, partecipe per ben due volte alla fase a gironi dell’Europa League negli ultimi anni, schiera squadre più preparate e tatticamente moderne.
Lo Shamrock, per quanto narrato come ‘la juventus’ d’Irlanda, non vince il campionato dal 2011 e si è affermato solo 3 volte dal 1986, venendo da allora oscurato sia dalle rivali cittadine che dal Dundalk. Espressione tradizionale della zona sud e portuale di Dublino, ha probabilmente il maggior seguito popolare anche grazie appunto allo shamrock, il trifoglio, che è simbolo d’Irlanda. Ma di questo poco ci interessa, perché il caldo pubblico del Tallaght stadium (anche se presumo avrebbero magari giocato all’Aviva contro il Milan) non ci sarà.
La squadra è una delle più presenti in Europa della sua nazione, seconda ai Bohemians, avendo disputato 76 partite e riuscendo a superare il turno in 9 occasioni, la più importante delle quali contro il Partizan nel 2011 accedendo poi alla fase a gironi dell’EL, prima squadra dell’EIRE ad arrivarci. Dell’anno precedente, 2010, l’unica sfida italiana dei biancoverdi, contro la juventus; 0-3 complessivo con doppietta di Amauri a Dublino e gol di Del Piero al ritorno, due sfide considerate positive dagli irlandesi almeno a detta del ‘superstite’ Alan Mannus, il portiere, che si aspettava molte più reti.
Per venirci a sfidare la formazione biancoverde ha sconfitto ai rigori i finlandesi dell’Ilves di Tampere, dopo il 2-2 dei tempi regolamentari. Gli irlandesi sono andati due volte in svantaggio, e hanno anche chiuso il 90esimo in 10 vs 11 resistendo nei supplementari agli assalti finnici.
La squadra guida attualmente la Premier Division con 8 punti di vantaggio sui Bohemians, i rossoneri di Dublino nord e grandi rivali cittadini. Con 24 gol fatti e 6 subiti in 11 partite, per i biancoverdi sembra essere l’anno buono per tornare campioni con ampio margine.

L’elemento di maggior talento della squadra è Jack Byrne, 24 anni, centrocampista box-to-box. Talento tecnico come se ne vedono raramente in Irlanda, cresciuto con molti problemi familiari e rimasto senza padre a 11 anni, a 15 si trasferì a Manchester sponda City dove nelle giovanili, sotto la guida di Patrick Vieira, emerse come uno dei migliori giocatori; fu capocannoniere della squadra nella Youth League ‘14/15 con 6 gol in 8 partite. Per lui subito rinnovo del contratto e prestito nel Cambuur, formazione di Eredivisie, con tanto di numero 10 e paragone con Wesley Sneijider per caratteristiche fisico/tecniche. Diciamo che anche in Olanda hanno questa brutta abitudine di pompare i giovani con paralleli scomodi. Un infortunio al ginocchio lo bloccò subito, e probabilmente ne pregiudicò in parte il livello fisico. Dall’Olanda tornò però con fiducia e un posto nel giro della Nazionale irlandese. Da lì, però, il declino: dopo due stagioni senza alcuna occasione di mettersi in mostra al Blackburn e Wigan, dove fu anche messo fuori rosa e si allenò per 6 mesi con le giovanili, ritrovò titolarità e successo all’Oldham (league one) ma per una singola stagione visto che fu poi escluso per problemi disciplinari nonostante le proteste dei tifosi. Bocciato anche al Kilmarnock, first division scozzese, Byrne tornò a casa allo Shamrock, nel 2019; ha vinto lo stesso anno il premio come miglior giocatore d’Irlanda e ritrovato anche la Nazionale. E’ oggi considerato il miglior giocatore del campionato irlandese. Perché dovremmo temere l’ex promessa del City? Perché sicuramente, al netto di tutto, è uno che sa inserirsi coi tempi giusti e soprattutto sa calciare molto bene anche da fermo.
Il resto della rosa è in linea con le ambizioni del club: alta classifica irlandese, quindi a spanne giocatori adatti al terzo livello del campionato inglese. Fra questi possono spiccare il numero 10 Aaron McEneff ex under-23 del Tottenham, il capitano Ronan Finn che viaggia sulle 250 presenze con il club e vorrà lasciare il segno in questa sfida storica, il centrale Roberto Lopes, nativo d’Irlanda ma nazionale Capoverdiano, pericoloso sui corner.
Lo Shamrock, come ha sottolineato Maldini, sarà in forma e ci affronterà con grinta e difesa; tatticamente si presenteranno cercando densità in difesa e ampiezza in manovra, sfruttando le corsie laterali, puntando ad allargarci per poi provare a sorprenderci con qualche combinazione veloce o tiro da fuori. Se non dovessimo trovare subito l’1-2 per sbrigare la pratica potremmo assistere ad un match colloso. Le insidie, comunque, a parte i luoghi comuni sul carattere battagliero degli irlandesi e altri romanticismi, non sembrano rilevanti.

La gestione Elliott

Per fare anche un’introduzione alla stagione in generale, il Milan sta facendo bene ciò che può fare. Le varie anime in società hanno mediato le loro posizioni e si sono trovate d’accordo, in un momento di crisi, per confermarsi a vicenda. La continuità di metodi e persone da di per sé un’impressione di maggior forza. Basterebbe questo ad essere soddisfatti sempre che si sia capaci di accontentarsi.
Il vero progetto di Elliott, al di là della retorica e delle manie di grandezza, ovvero risanare i conti e ripartire da giocatori giovani di belle speranze è in pieno atto e si intravede anche la possibilità di ottenere qualcosa di più che un quinto/sesto posto fra polemiche. Questo perché la squadra è già competitiva e il contesto abbastanza immobile e incerto potrebbe favorire una nostra improvvisa ripresa.
C’è poco da dire perché ci ha pensato Max a spiegare tutto. Elliott non ha fatto chissà che: ha spento e riacceso il Milan un paio di volte e scaricato un paio di aggiornamenti, poi dopo aver speso parecchio per alcuni programmi che non hanno portato a nulla ha fondamentalmente pensato di disinstallare tutto e cambiare persino sistema operativo. Ma alcuni fattori esterni hanno evitato di dover compiere questa scelta drastica e dato modo, grazie anche alla minore pressione di ripartire a giugno ad una dozzina di punti dal bersaglio grosso e dunque senza impegni, di capire che probabilmente per gli scopi attuali non serviva fare così. Bastava spegnere e riaccendere, ancora.

Ho poco da aggiungere anche a quanto scritto da Johnson qualche settimana fa: la mano di una direzione sportiva che sa come muoversi sul terreno della negoziazione è evidente, l’occhio è sempre al bilancio, ed è giusto così. Si percepisce rispetto al passato la presenza di un gruppo di lavoro con meno personalismi e più teste; non è una differenza da poco.
La Direzione Sportiva non lavora purtroppo solo per il club, col cuore. Lavora per la proprietà, fra interessi ben precisi e paletti. Due anni fa quando Paolo Maldini tornava al Milan fra gli entusiasmi, a certificare con la sua presenza generiche ambizioni di gloria per un Milan ‘vincente’, non ci saremmo immaginati d’avere oggi una rosa d’età media poco superiore ai 23 anni e in particolare un parco seconde linee che sfiora i 20 anni. E, secondo me, nemmeno lui. Ma la proprietà questo ha voluto, e questo sta ottenendo. Si parla spesso di come “Elliott ha cambiato idea”, ma chiaro che anche Maldini ha dovuto cambiarla. Diversamente sarebbe a spasso, come il suo amico Boban. Questo secondo me è segno di intelligenza, professionalità e motivazione vera e integra, non solo di facciata.
Se la campagna acquisti portata avanti quest’anno, che ad oggi (ma vedrete che si aggiungerà altro) per quanto coerente con il progetto tecnico e le esigenze della squadra si riduce a Kalulu, Diaz e Tonali, più i giovani Roback, Bjorklund e la promozione di Maldini jr e Colombo, non avesse il volto di Maldini, ma anche solo quello del fidato Massara (senza rivangare Rangnick) non ci sarebbe alcuna fiducia. Oggi invece c’è un clima sereno, di sicurezza da parte di tutti e questo lo si deve alla presenza di Maldini oltre che Ibra, capaci di polarizzare le attenzioni mediatiche e tenere tranquillo il gruppo, che forse (ma lo vedremo) ha lavorato come non mai in quest’estate casalinga. E questo è più importante del mercato.
Ve lo dico qua e là da un po’: perché agitarsi? Perché criticare? I ragazzi si sono guadagnati sul campo la nostra pazienza. I risultati che contano saranno quelli di maggio. I nuovi arrivi sono giocatori con talento e futuro, pieni di fiducia fra l’altro.
Cerchiamo di esserlo anche noi, una volta tanto.

Larry

 

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.