
Esistono trasferte che, per chi ha il cuore allenato alla sofferenza, non sono mai “partite come le altre”. Cremona è una di queste. Mentre oggi esultiamo per tre punti che pesano come macigni nella corsa alla Champions League, la mia mente torna inevitabilmente a un pomeriggio di febbraio di quarantuno anni fa. Un tuffo nel passato che non è solo nostalgia, ma la radice stessa del nostro essere milanisti: saper vincere quando il cronometro sembra ormai diventato un nemico.
Per chi c’è, 1984-1985 la stagione rappresenta la lenta e faticosa risalita verso i palcoscenici che ci competono. Dopo un ottimo inizio, il Milan rallenta bruscamente, ma riprende pian piano la marcia grazie al recupero dei suoi infortunati eccellenti: Hateley in primis, ma anche Vinicio Verza, giocatore che alza decisamente il tasso tecnico della squadra.
Io, all’epoca, ho solo 11 anni. È l’età in cui il Milan non è più solo un gioco, ma una febbre vera. A Cremona inizia un filotto positivo che regala quattro vittorie consecutive e la qualificazione in Coppa Italia. Contro i grigiorossi la vittoria è piuttosto fortunosa: si gioca su un terreno pesante, un contesto nel quale si esaltano gli uomini da combattimento come Chicco Evani, Wilkins e Battistini, considerato anche che manca il Capitano Franco Baresi.
Quando il risultato sembra avviarsi verso uno 0-0 logico, ecco il colpo di scena. Il signor Bergamo ravvisa un fallo nella spinta di Montorfano su Virdis e concede un rigore a tempo scaduto. Agostino Di Bartolomei dal dischetto è una sentenza: la sua botta da fermo non lascia scampo a Borin. Quelli della Cremonese non ci stanno e Mondonico non le manda a dire, ma noi godiamo.
Per un attimo la lotta scudetto sembra riaprirsi contro il Verona, prima che il sipario cali a marzo. Ma lo spirito di quella vittoria mi resta incollato addosso.
Tornando ai giorni nostri, il Milan torna a Cremona con una dinamica che sembra uscita da una sceneggiatura già scritta. La vittoria di oggi pesa tantissimo e, proprio come nell’85, arriva attraverso un percorso tortuoso, una sofferenza oltre misura che mette a dura prova i nervi dei tifosi. Il Milan di Massimiliano Allegri si aggrappa al carattere, alle intuizioni del Mister e alla forza di chi ci crede fino all’ultimo secondo.
Ma non possiamo ignorare l’altra faccia della medaglia. C’è tristezza, perché questi ragazzi finora fanno qualcosa di molto buono, specialmente se paragonato all’anno scorso e in relazione a una rosa decisamente corta. Eppure, da inizio campionato, il Milan butta la bellezza di 16 punti con le piccole, fallendo puntualmente le gare in cui ci si aspetta il bottino pieno. La “grande squadra” non è quella che vince solo i big match, ma quella che vince le partite che deve vincere. Questa squadra, per diventare grande, ha bisogno di tempo per migliorare una mentalità spesso troppo altalenante e poco battagliera.
In questo contesto, il gol di Strahinja Pavlovic e il raddoppio nel recupero di Leao (innescato da un ottimo Nkunku) sono boccate d’ossigeno purissimo. Ma il fastidio resta. Ci dà rabbia vedere che ciò che ripetiamo da mesi alla fine si verifica: questa squadra aveva bisogno di un aiuto a gennaio.
Serve un difensore, un’alternativa sulle fasce, un attaccante che faccia davvero la differenza. Invece, nonostante i 35 milioni pronti per Mateta (forse per fare un favore a chissà chi), non arriva nessuno a parte Fullkrug, dato gratis e con un carico di inattività tale da non poter incidere in tempi stretti. La verità è che a questa società non interessa provare a vincere. A loro basta il bilancio a posto.
Siamo in piena zona Champions, l’obiettivo dichiarato. E qui sta il punto: siamo esattamente in quel guado senza ambizione, ma con i portafogli pieni dei soldi dell’Europa, che per loro è l’ideale. Siamo lì senza alcuna possibilità di vittoria finale, così che non si alzino le aspettative e non ci si aspettino investimenti particolari.
Perché loro sono questo: apparenza, marketing, maglie nuove che sfruttano ancora l’immagine di un Milan che fu, post social e foto glamour. Sono tutto quello che non è campo. La tristezza viene nel vedere che i ragazzi non ce la fanno proprio nel momento cruciale, mentre il fastidio nasce dalla consapevolezza che, ancora una volta, la delusione è solo la nostra. Noi che a 11 anni sognavamo con Di Bartolomei e che oggi chiediamo solo che il Milan torni a essere una cosa seria.
W Milan
Harlock
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