Ritratti – Mauro Tassotti

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Magico Tasso, per me numero 2 – Può un numero entrarti sotto pelle al punto di diventare una mania, un’ossessione, un segno del destino? Il “23” di Michael Jordan ha segnato un’epoca, ci hanno fatto perfino un film, così come il “10” che per molti ha una mistica irripetibile. La numerologia, lo studio della possibile relazione mistica tra i numeri e le caratteristiche o le azioni di oggetti fisici ed esseri viventi, era una pratica popolare presso i primi matematici come Pitagora ma è oggi è considerata una pseudoscienza. Nel caso di Mauro Tassotti un minimo di relazione con il due deve per forza esserci. Numero due sulla maglia è stato il secondo di Franco Baresi nella veste di capitano e poi vice allenatore di Ancelotti, Leonardo, Allegri, Seedorf e Pippo Inzaghi. Dopo una breve parentesi come osservatore del Milan decide di andare a fare il vice allenatore dell’amico Andrij Sevchenko nella nazionale ucraina. Un destino, anche se rimane il fatto che come “numero due”, sia in campo che in panchina, di soddisfazioni se ne è tolte parecchie.

Ancora Liedholm – Quando Mauro Tassotti, romano della borgata di San Basilio, inizia a giocare a pallone come professionista (siamo nel 1978 e la maglia è quella bianca e azzurra della Lazio) il concetto di zona è qualcosa di vago. Certo, il Milan di quel nobile prestato al calcio dal curioso accento svedese gioca con quel modulo ma rimane una cosa che i calciatori italiani devono conoscere solo quando vanno a giocare all’estero. Il calcio di quell’epoca è conservatore ed autarchico e si gioca “a uomo”; cosa che il nostro ragazzo di borgata interpreta come “attaccato all’uomo”. All’inizio della sua carriera il Tasso viene considerato un difensore ruvido e spigoloso e quella fama se la porta a Milano, è il 1980, dove viene ingigantita da un contrasto con Oriali che costa al nerazzurro alcuni punti di sutura al volto. Poi però arriva, anzi ritorna, sulla panchina del Milan Nils Liedholm e la vita del duro terzinaccio cambia completamente. Qui si entra in quella leggenda che tanto piace ai tifosi compreso il sottoscritto che prova a dare corpo alla propria passione per i suoi idoli di gioventù sapendo di fallire ma confidando nella clemenza dei lettori. Liddas prende da parte i riccioli di Mauro e, dopo l’allenamento, lo segue per ore in compagnia della palla. Nasce una storia d’amore che si interrompe solo con il ritiro di quello che viene universalmente considerato il miglior terzino destro della storia del Milan ed uno dei più forti della storia del calcio mondiale.

Trionfi sportivi… – Così quando sul pianeta Milanello atterra il genio visionario ed un po’ folle di Arrigo Sacchi è tutto pronto per la trasformazione definitiva di Mauro. La fase difensiva è stata sistemata da ragazzino, la fase tecnica l’ha messa a posto il Barone e quella atletica la completa Sacchi. Immaginate una gazzella di 177 centimetri per 72 chili di peso, duro come la roccia e con i piedi di un centrocampista. Un mostro, una sorta di Paolo Maldini della fascia destra. Non abbiamo visto nulla di simile nè prima, né dopo in quel ruolo; pensate ad un terzino destro e scoprirete che è più lento, meno tecnico o meno forte in marcatura di Maurino. Oppure tutte e tre le cose. Con quella squadra domina il calcio mondiale e la sua fascia di competenza. Certo, giocare con Baresi, Costacurta e Maldini aiuta; ma se vale per lui vale anche per gli altri tre che hanno potuto giocare con uno così. Per la fredda cronaca: 5 scudetti, 4 supercoppe italiane, 3 Champions League, 3 supercoppe europee e 2 coppe intercontinentali. Trionfi ai quali aggiungiamo volentieri 2 campionati di Serie B ed 1 Mitropa Cup perché noi tifosi del Milan (e Mauro lo è diventato) non dimentichiamo mai niente. Di sicuro non ci dimentichiamo le 429 presenze con la nostra maglia.

… e le mazzate della vita – Mauro Tassotti, borgataro di San Basilio e tifoso laziale diventa milanista per lavoro e milanese per amore. La moglie, Antonella, è di Città Studi e gli insegna a conoscere questa strana città che ha un suo fascino chiuso e nascosto ma che, se riesci ad entrare in sintonia con lei, non puoi non amare. Si innamorano, si sposano, hanno due figli e li crescono nella normalità di una giovane coppia. Vita mondana zero, solo tanta serenità. Fino a quando nel 1995 Fabio Capello si presenta in sala stampa e con gli occhi lucidi dichiara che Mauro Tassotti è ufficialmente infortunato. È tornato a casa ad occuparsi di Antonella cui hanno diagnosticato un tumore. Due anni dopo vince questo male di merda che se la porta via lasciando Mauro ed i suoi due bimbi nello sconforto. Quanto vale avere sollevato, da capitano, la Coppa dei Campioni ad Atene nel 1994? Un cazzo, un emerito cazzo. Lui la darebbe sicuramente indietro (e noi con lui) ma dicono che non si può, che tocca andare avanti. Mauro chiude con il calcio giocato e accetta la proposta della società di allenare la Primavera con la quale in quattro anni vince due volte il torneo di Viareggio.

Il vice perfetto – Si dice, nel giro di quelli che sanno, che la scelta del Tasso sia quella di rimanere a Milano per non allontanare i figli dalle loro certezze. Com’è, come non è quando il Milan caccia Zaccheroni chiede a lui ed a Cesare Maldini di portare la stagione a compimento e, pur con la carica di Direttore Tecnico, è in panchina con Cesarone quando devastiamo l’Inter nel derby più famoso della nostra storia. Su quella panchina la società gli chiede di restare anche con l’arrivo di Carlo Ancelotti in un sodalizio che porterà nella sua bacheca due Champions League, due Supercoppe UEFA, un Mondiale per club, un campionato, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Farà da secondo anche a Leonardo, Allegri (uno scudetto), Seedorf e Pippo Inzaghi. Ma ormai il suo Milan non esiste più sostituito da un Giannino imperante e all’arrivo di Mihailovic la società lo mette in disparte assegnandogli il ruolo di osservatore dei ragazzi della primavera sparsi in giro per l’Italia. Dura un anno e, ormai, i ragazzi sono grandi. Il contratto scadrebbe nel 2017 ma con un anno di anticipo Tasso dice basta e va in Ucraina con l’amico Sheva per dargli una mano con la nazionale ucraina. I trentasette anni consecutivi di rapporto con il Milan sono il record assoluto per la maglia rossonera e finiscono con una certa amarezza da parte di chi non ha mai chiesto nulla se non la possibilità di dimostrare di essere meglio di Allegri, Leonardo, Seedorf, Inzaghi, Mihailovic e Brocchi.

Io la risposta ce l’ho e non può che essere un grande “sì”; ma mi rendo conto che deve essere sicuramente influenzata dal giudizio pessimo che ho della dirigenza del Giannino e da tutte quelle volte che sui gradoni di San Siro (fin dalla loro versione senza i seggiolini di plastica) ho cantato a squarciagola:

Tasso, hai tutto un altro passo!

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.