Ritratti – Gennaro Ivan Gattuso

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L’insostenibile difficoltà dell’essere milanisti – Che periodo, ragazzi! Essere milanisti oggi è una battaglia continua. Contro la stampa, contro gli altri tifosi e contro buona parte di (sedicenti) tifosi rossoneri che in realtà tutto tifano ma non il Milan ed anche contro le istituzioni in una diuturna difesa della maglia che spesso colpisce il sistema nervoso. A volte occorre evadere dalla realtà ed ecco che mi è venuto in mente di andare a spulciare nel nostro passato per evadere dalla nostra complessa realtà andando alla ricerca di quel minimo comune denominatore milanista che dovrebbe tenerci tutti insieme. Partiamo… dall’attualità! Buffo a dirsi ma nella scelta del primo personaggio virato in rossonero da raccontare mi sono imbattuto, in un giorno di febbre, nel faccione rossonero seduto sulla panchina del Milan. Già perché, assai prima di essere il nostro allenatore, Ringhio è uno dei nostri simboli a dispetto della giovane età.

Lui chi è – Gennaro Ivan Gattuso nasce a Corigliano Calabro il 9 gennaio del 1978. Come abbiamo visto nel bellissimo filmato montato dal Milan con gli auguri di alcuni suoi ex compagni di squadra ha infatti compiuto da poco il quarantesimo compleanno anche se, come dice Marcos Cafù, sembrano cinquanta. Si trasferisce presto dalla Calabria e dal ’90 al ’97 si fa tutta la trafila nelle giovanili del Perugia dove vince due scudetti con la squadra primavera. Vincere è un vocabolo che spesso si ritrova nella vita di Gennarino che porta a casa una messe di trofei. Prima di cominiare a parlare delle vittorie lo vediamo esordire con la maglia del Grifo in cadetteria ed in Serie A; per la precisione il 22 dicembre 1996 contro il Bologna, squadra che lo aveva rifiutato nel suo primo provino. A volte la vita…
Nel 1997 ecco la prima svolta della vita del giovane ragazzo calabrese. Scappa, non ci sono altre parole, dal ritiro del Perugia che si è opposto al suo trasferimento a parametro zero con la maglia del Glasgow Rangers. Quella di Glasgow è una tappa fondamentale nella vita del nostro attuale allenatore perché completa la propria formazione calcistica sotto Walter Smith (che il nostro eroe considera un secondo padre) e conosce quella che diventerà sua moglie. Inutile dire che in quel tipo di campionato Ringhio ci sguazza e lascia un ottimo ricordo di sé.  Nel 1998 in Scozia arriva Dirk Advocaat che lo fa giocare difensore (ammazza, che genio…); i due litigano e Gennaro fa nuovamente la valigia in direzione Salerno diventando il giocatore (allora) più pagato della storia della Salernitana. Retrocedono, ma indovinate chi diventa l’idolo della tifoseria locale?

rompigli il culo,
Gattuso rompigli il culo

Finalmente Milan – Il team manager della squadra campana è uno che con la maglia del Milan ha vinto lo scudetto della stella, Ruben Buriani. Professione de “il pannocchia” con la maglia rossonera? Correre, correre, correre e, se ce ne fosse ancora bisogno, correre. Forse il biondissimo ferrarese in quel ragazzo calabrese ci riconosce la sua capacità di mettere a servizio della squadra gambe e polmoni e lo caldeggia alla sua ex società. In via Turati non se lo fanno dire due volte e dopo poche partite è già amore incondizionato. Un amore fatto di tantissime vittorie perché con la nostra maglia il ragazzo di Corigliano si porta a casa 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe Itaiane e 2 scudetti, 2 Champions League, 2 Supercoppe Uefa ed 1 Coppa del Mondo per club. Ma, soprattutto, un amore fatto di corsa e sacrificio per la squadra e per la maglia che, se ci pensate bene, è sacrificio per i tifosi. “Rompigli il culo, Gattuso rompigli il culo” è il grido che prorompe dagli spalti tutte le volte che la squadra ha bisogno della sua carica e lui incita la folla. Lo abbiamo adorato; era, in quel Milan patinato di piedi buoni e bei ragazzi, uno di noi che entrava in campo e sputava sangue per la maglia. Non avesse vinto una mazza probabilmente oggi lo ameremmo lo stesso perché “Uno di noi, Gattuso uno di noi”.

Tecnica – “Il mio pallone d’oro è rubare più palloni possibile”. Parole e musica del nostro attuale allenatore, parole che non sono state vuote dichiarazioni tipo: “Saranno otto finali”. No, Gennaro ha fatto della forza fisica e dello spirito di sacrificio la propria cifra identificativa. Poca tecnica di base, anche se nel corso degli anni il suo apporto qualitativo aumenta in maniera importante, ma la capacità di recuperare quantità industriali di palloni. Fino all’arrivo di Ancelotti è la sua dote più importante, dopo “ringhio” sarà un marchio di fabbrica anche se realmente mai amato da Gennarino. La squadra di Ancelotti aveva un impianto offensivo mostruoso ma una propensione alla difesa, per così dire, complessa. Rivaldo, Sheva, Inzaghi, Pirlo, Seedorf, Rui Costa, Kakà non passeranno alla storia per la loro capacità di difendere; certo, erano bravissimi a difendere “collettivamente”, ad occupare le linee di passaggio ma il dinamismo non era certo la loro cifra. E qui entra in scena il nostro Rino che “paga la cauzione per tutti” (cit. Federico Buffa) inserendosi alla perfezione nel sistema che ci porterà a vincere tanto in Europa e nel mondo. Gli abbiamo perdonato quella mancanza di tecnica e tanto altro. Per esempio le mani al collo di Joe Jordan il quale non sarà stato una gloria rossonera come Rino ma è stato il simbolo di un Milan che era povero e sfigato ma ci credeva, un Milan “alla Gattuso”. Gli abbiamo perdonato tanto perché era un po’ come perdonare le nostre debolezze. Gli abbiamo perdonato tanto perchè dopo il primo allenamento di Rivaldo Gennaro gli si è avvicinato e ha detto: “Tu continua a fare queste robe qui che a correre ci penso io” e perchè ha detto “Quando vedo giocare Pirlo, quando lo vedo col pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere considerato davvero un calciatore”
Per concludere: ‎”Non andrei mai alla juventus e all’inter: per l’amore che ho per questa società e per questi colori. Non mi vogliono loro e non ci andrei io.”

A new hope – Me ne sono andato perché non stavo bene in uno spogliatoio che un tempo era molto più facile da gestire. Con il fatto di essermi ammalato agli occhi, non ho potuto essere sempre presente, ma la malattia mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista. Gli ultimi due o tre mesi ho notato cose mai viste in 13 anni di Milan Quando c’era un allenamento alle 9,30, in molti arrivavano appena dieci minuti prima e nessuno diceva nulla. Io arrivavo con tre quarti d’ora d’anticipo, magari per fare esercizi, massaggi o solo per prendere un caffè in tranquillità, secondo una cultura frutto di anni d’esperienza. Oppure quando c’era il pranzo all’una, certi arrivavano anche con 15 minuti di ritardo. Insomma c’era mancanza di rispetto delle regole”. Lo abbiamo adorato anche per frasi come questa. Penultimo capitano di una stirpe forse perduta per sempre è stato l’ultimo a provare a dare delle regole ad un ambiente che si stava sfaldando. Abbiati se ne va dicendo le stesse cose. E’il crepuscolo degli dei ma anche la speranza che si sia chiuso con lui un ciclo e che se ne apra uno simile sotto di lui.

Uso le parole di un altro per descrivere Gennaro Ivan Gattuso e quello che proviamo per lui: “Il suo cuore, il suo coraggio hanno contribuito a forgiare la leggenda del Milan. Di tipi così, in giro ne ho visti pochi” Ronaldo de Assis Moreira.

Rompigli il culo, Gattuso rompigli il culo…

Pier

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.