La solitudine del numero sette: la breve e amara guerra di Pippo Marchio

 

Certi strappi consumati nel passato del Milan conservano un sapore strano, sospeso tra il rimpianto per un’innovazione mai compresa fino in fondo e la certezza che certi strappi non potessero finire in modo diversi.
La parabola di Giuseppe Marchioro sulla panchina rossonera appartiene esattamente a questa categoria. Al di là di un’immagine pubblica non propriamente simpatica, segnata da un’indole spavaldamente sicura, da atteggiamenti a tratti presuntuosi e certamente dispotici, la sua figura merita una riflessione profonda. Qualcuno, con la lucidità che soltanto il passare dei decenni sa regalare, sostiene che la sua idea di calcio fosse semplicemente troppo avanti rispetto ai tempi.
Ed è una tesi in cui risiede un fondo di innegabile verità.

Il suo calcio fatto di pressing, ritmi forsennati, difesa a zona e movimenti coordinati senza palla anticipa le rivoluzioni successive, ma quando provi a calarlo d’autorità in una realtà consolidata come quella del Milan, il rischio del rigetto è altissimo. Soprattutto se pretendi che sia la storia a piegarsi al tuo verbo, e non il contrario.

​Fin quando ti trovi in una realtà di provincia come il Cesena, la strada appare in discesa. In Romagna, Marchioro compie un vero capolavoro sportivo guidando la squadra fino a una clamorosa qualificazione in Coppa UEFA. In quel contesto, dove l’entusiasmo della novità supera di gran lunga la pressione del risultato a ogni costo, tutti ti ascoltano pendendo letteralmente dalle tue labbra. I calciatori eseguono senza porsi troppe domande quello che dici, e inculcare idee tattiche innovative diventa una conseguenza naturale. Nel grande club metropolitano, invece, la materia prima ha una densità diversa. Le tradizioni storiche pesano, le dinamiche di spogliatoio seguono regole non scritte ma invalicabili, e vigono equilibri sottilissimi che qualsiasi tecnico intelligente sa di dover maneggiare con estrema cura. Il fatto stesso che, dopo l’esonero di Marchioro, il Milan decida di richiamare in panchina Nereo Rocco, compiendo un ritorno all’antico più antico possibile, sta a dimostrare quanto l’ambiente avesse bisogno di riaggrapparsi alle proprie certezze identitarie per non smarrirsi del tutto.

​Tutto questo Pippo Marchioro non lo capisce, o forse sceglie deliberatamente di sfidarlo. Non cerca minimamente di integrarsi nell’ambiente milanista; pretende, al contrario, che sia l’intero pianeta rossonero ad adeguarsi a lui, con la rigidità di chi si sente portatore di un dogma assoluto. Ogni santo giorno andava a combattere una sua personalissima battaglia contro tutto e tutti. Una guerra di posizione, faticosa, frustrante e ovviamente persa in partenza. La “Guerra di Pippo”, verrebbe da dire prendendo in prestito la poesia di De André.

​Nel volgere di pochissimo tempo gli girano le spalle tutti, senza eccezioni. Gli volta le spalle la società, preoccupata per un andamento anemico in campionato; gli voltano le spalle i giocatori, spiazzati da direttive tattiche che faticano a metabolizzare; gli volta le spalle il pubblico di San Siro, stanco di assistere a prestazioni prive di anima e d’identità. E gli voltano le spalle anche i giornalisti, gli stessi che durante il primo giorno di ritiro estivo si erano visti chiudere i cancelli in faccia e cacciare malamente dal campo d’allenamento. Quando decidi di fare la guerra alla stampa prima ancora che la stagione abbia inizio, stai soltanto firmando una cambiale che l’ambiente ti chiederà di pagare al primo momento di difficoltà.

​Alla fine, gli volta le spalle perfino la fortuna. La parabola si chiude nel modo più ironico e crudele possibile, proprio contro quel Cesena che ne aveva celebrato l’ascesa nel grande calcio. In un pomeriggio grigio a San Siro, contro una squadra che occupa l’ultimo posto in classifica con un piede già in Serie B, per ben due volte i legni della porta avversaria tremano respingendo le conclusioni rossonere. Manca quel golletto striminzito che probabilmente gli avrebbe concesso qualche altra settimana di vita. Ma appellarsi alla mala sorte è una consolazione troppo magra: se giochi in casa contro l’ultima della classe e non riesci a vincere, sei colpevole del tuo stesso destino. Il Cesena ne aveva decretato la grandezza, il Cesena ne firma la definitiva condanna.

​L’avventura di Marchioro al Milan dura appena quattro mesi. Centoventi giorni costellati da sole due vittorie in campionato, da un’incredibile e dolorosa eliminazione dalla Coppa UEFA e da una fragilità difensiva cronica, figlia di una squadra palesemente confusa in campo, che non sa bene cosa fare ed è stretta nella morsa tra la rigida applicazione della zona e la paura di sbagliare.
​Eppure, al di là dei numeri e della freddezza delle statistiche, c’è un’immagine simbolica che è diventata il manifesto indelebile di quei quattro mesi di passione. Perché Pippo Marchioro verrà per sempre ricordato dal popolo rossonero come l’allenatore che pretendeva di far giocare Gianni Rivera con il numero 7. Arrivare a Milano e pensare di prendere l’icona del club, il Pallone d’Oro, il numero 10 per antonomasia, per relegarlo a fare il tornante di destra con il numero sette sulla schiena, inseguendo il terzino avversario lungo la fascia, non è stata soltanto una scelta tattica discutibile: è stato un vero e proprio sacrilegio culturale. E questo, la gente del Milan, non poteva e non voleva proprio sopportarlo.

​Oggi, guardando a quella vicenda con gli occhi del presente, io credo che la storia di Marchioro lasci un insegnamento straordinariamente profondo. Non è stato tutto da buttare: l’allenatore arrivato dalla Romagna aveva idee moderne, intuizioni tattiche che avrebbero trovato fortuna anni dopo e un metodo di preparazione atletica che sarebbe servito a Rocco per conquistarne la Coppa Italia qualche mese più tardi. Ma la verità è che il calcio non è una scienza esatta che si applica in laboratorio ignorando il fattore umano. Io sono convinto che la grandezza di un tecnico non si misuri soltanto dalla bontà dei suoi schemi sulla lavagna, ma dalla capacità di comprendere l’anima della società che rappresenta e la sensibilità dei campioni che ha a disposizione. Quando un allenatore scambia il proprio ego per la missione della vita e pretende di cancellare la storia per riscriverla a sua immagine e somiglianza, la fine è già scritta. Un insegnamento di un’attualità disarmante, da tenere bene a mente anche oggi: Rúben Amorim mediti a fondo su questa lezione, perché per capire dove si rischia di cadere basta semplicemente leggere e rispettare la storia.

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