
Certi ricordi d’infanzia hanno la capacità di imprimersi nella memoria come una fotografia sbiadita dal tempo ma dai contorni nitidissimi. Chi ha vissuto gli anni della Stella conserva spesso un flash primordiale, un’immagine quasi mitologica: un portiere dai baffi neri e lo sguardo fiero, cinto in una maglia gialla solcata da sottili righe nere lungo la manica, che spicca il volo tra i pali della porta rossonera. Un’icona di un calcio autentico. Stiamo parlando di uno dei più grandi estremi difensori che la storia del calcio italiano abbia mai conosciuto: Enrico Albertosi.
Nativo di Pontremoli, Albertosi ha incarnato l’essenza stessa del numero uno d’altri tempi: agile, reattivo, carismatico e dotato di un estro fuori dal comune, a tratti persino eccessivo. Sul prato verde ha saputo trascinare ed esaltare il popolo rossonero grazie a un coraggio da leone, a un proverbiale colpo di reni, a una lettura impeccabile del piazzamento e a una spettacolarità nelle parate capace di infiammare gli spalti.
Il suo arrivo a Milano si consuma dopo un decennio vissuto da protagonista con la Fiorentina, impreziosito dalla conquista di due Coppe Italia e di una Coppa delle Coppe, e a margine delle sei stagioni in terra sarda culminate con lo storico e irripetibile scudetto del Cagliari. Quando il presidente rossonero Albino Buticchi decide di portarlo al Milan, definendo lo scambio con Villiam Vecchi, “Ricky” ha già compiuto 35 anni. Per gran parte dell’ambiente e per molti addetti ai lavori si tratta dell’ingaggio di un veterano ormai incanalato lungo il viale del tramonto. All’apparenza sembra una pazzia dettata dalla disperazione; sul campo, invece, il tempo trasforma quell’operazione di mercato in un autentico capolavoro.
Albertosi si presenta a Milanello con un fisico integro e soprattutto l’entusiasmo intatto di un ragazzino. Con la maglia del Diavolo addosso inizia per lui una seconda giovinezza, un’estensione di carriera vissuta ad altissimi livelli che lo porterà a difendere i pali fino all’incredibile soglia dei quarant’anni.
Non sono stagioni semplici per la storia del Milan. Eppure, proprio dentro le tempeste più buie, Ricky sa esaltarsi, trasformandosi nel punto di riferimento saldo a cui aggrapparsi nei momenti di smarrimento. Dopo un biennio avaro di grandi gioie, Albertosi veste i panni del salvatore nella travagliata stagione 1976/77. Con la squadra impantanata nelle sabbie mobili e costretta a cambiare guida da Marchioro al ritorno del “Paròn” Nereo Rocco, le sue parate prodigiose evitano l’incubo della retrocessione in Serie B. Non solo: superata la grande paura, è proprio il talento del portiere toscano a spingere il Milan verso la conquista della Coppa Italia, alzata al cielo nella finale unica di San Siro vinta per 2-0 contro l’Inter.
Il capitolo più bello e glorioso della sua parabola rossonera, tuttavia, deve ancora essere scritto. La carriera di Albertosi si arricchisce dell’alloro più atteso e poetico: la conquista della tanto agognata Stella. Nel campionato 1978/79 è lui il baluardo invalicabile della formazione guidata dal “Barone” Nils Liedholm, una squadra capace di scompaginare i pronostici e laurearsi campionessa d’Italia per la decima volta. In quel gruppo perfetto, Ricky veste i panni del Grande Vecchio: guida la linea difensiva a suon di urla, carisma e consigli, proteggendo due ragazzi destinati alla grandezza come Franco Baresi e Fulvio Collovati.
In quell’anno di grazia Ricky è una certezza assoluta. Non concede una sola sbavatura e si regala il lusso di neutralizzare due calci di rigore decisivi nei momenti nevralgici della stagione. Il primo lo respinge ad Antognoni nella sfida di Firenze, permettendo al Milan di espugnare la città di Dante e incassare due punti pesantissimi; il secondo lo ipnotizza ad Altobelli nel celebre derby terminato 2-2. La sua prodezza nella stracittadina evita il tracollo e dà il via all’esaltante rimonta firmata dalla doppietta dell’avvocato Walter De Vecchi. Senza quella mano protesa a deviare il penalty di Altobelli, con ogni probabilità, quella storia non si sarebbe mai compiuta.
Alla fine di quella stagione straordinaria gli addetti ai lavori lo considerarono tra i migliori del Milan, se non il migliore.
Le vicende extra-calcistiche che ne segneranno il finale di carriera le lascio volentieri ad altri. A me interessa esclusivamente il giudizio del campo, l’unico rettangolo verde dove le parole lasciano lo spazio ai fatti e alle leggende. Per me Enrico Albertosi resta, senza ombra di dubbio, uno dei più straordinari e insuperabili interpreti del ruolo che abbiano mai indossato la maglia del Milan.
Un gigante tra i pali che merita di essere ricordato solo per la sua infinita classe.
W Milan
Harlock
“Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero”
Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit….Grazie per avermi fatto milanista.
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