
La settimana che va dal 3 al 10 gennaio 1988 la vivo in apnea, come mai prima di allora. La vittoria schiacciante contro il Napoli di Maradona, dominata e strameritata, mi proietta in una dimensione sconosciuta. Mi impossesso della gioia, dell’euforia e di un senso di idolatria pura per il mio nuovo eroe: Ruud Gullit, il gigante trecciuto che riempie il campo in attesa che il “Cigno” Van Basten riprenda a volare.
In quei giorni la Gazzetta dello Sport è l’unico pane quotidiano, insieme al mensile Forza Milan che però, per sua natura, non può soddisfare la mia fame di notizie fresche. L’attesa cresce a dismisura per la sfida successiva: la trasferta a Torino contro la Juventus, una classica del calcio italiano che, per noi milanisti, ha sempre il sapore della trasferta proibitiva.
Non vinciamo al Comunale dal lontano 1970, un’era geologica fa, quando i rossoneri si imposero per 2-0 con reti di Prati e Villa. In pratica, non sono ancora nato. In quello stadio, nei miei ricordi di tredicenne, ho visto solo sconfitte brucianti o, nel migliore dei casi, qualche pareggio sofferto. La Juventus rappresenta il “potere forte”, la squadra da battere, e la trasferta a Torino è sempre un esame di maturità.
Ma questa volta è diverso. Dentro di me lo sento. Voglio di più: voglio la vittoria per continuare a sognare l’incredibile, per dare un senso a quel Milan di Sacchi che sta rivoluzionando il calcio italiano.
Quella domenica pomeriggio, alle 14:30, mi chiudo in camera. Un rituale sacro. Accendo la radio, cerco e sintonizzo le frequenze per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. La voce che sento è quella inconfondibile del compianto Enrico Ameri, che descrive con pathos le azioni dallo stadio. L’attesa sale, l’ansia pure, ma la fiducia è totale. I miei ragazzi sono carichi, si sente nell’aria che qualcosa di grande sta per accadere.
Sacchi schiera l’undici “classico”, quello che recito a memoria come una poesia, un mantra che mi infonde sicurezza: Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Filippo Galli, Capitan Baresi, Donadoni, Ancelotti, Virdis, Gullit, Evani. Dall’uno all’undici, in rigoroso ordine numerico. Una formazione che entra nella leggenda.
Oltre all’eccitazione per avere la possibilità di vivere finalmente un Juventus-Milan da “protagonista”, seppur a distanza, sale anche una strana paura, quasi reverenziale. La Juventus rappresenta un’istituzione, un simbolo di potere e superiorità che, anche se ho solo 13 anni, inizio a intuire. La radio parla di migliaia di tifosi rossoneri al seguito della squadra, un vero e proprio esodo. L’entusiasmo è acceso, come il mio. C’è una passione che sta ricominciando a bollire sotto la cenere dopo anni di traversie, di serie B e di situazioni poco piacevoli. Il Milan è tornato a far parlare di sé.
Il primo tempo è un po’ sofferto. I ragazzi sembrano bloccati, forse intimoriti dal palcoscenico e dall’avversario blasonato. Il gioco è armonioso, bello da vedere, ma non sono spavaldi come una settimana prima al cospetto di Re Diego. E, per assurdo, è la Juventus ad andare vicina al gol con Ian Rush, il centravanti gallese. Dopo un insolito errore di Baresi, un gigante che raramente sbaglia, Rush si presenta davanti a Galli. Il portiere toscano è bravissimo a ipnotizzare l’attaccante bianconero con un’uscita coraggiosa. Non vi dico che sospiro di sollievo faccio, un nodo in gola che si scioglie all’improvviso.
Nella ripresa, però, torna in campo il “mio” Milan, quello che ho conosciuto una settimana prima. Bello, spigliato, che gioca a memoria, e il radiocronista fa fatica a commentare le azioni rossonere dalla velocità con cui si susseguono. Il Milan è letteralmente trasformato. Tassotti pennella un cross pregevole dalla destra, un invito a nozze per la testa di Gullit: Tacconi si supera con un colpo di reni incredibile. Il Tulipano si ferma, ammirato, e applaude il portiere avversario, un gesto da vero signore del calcio.
Ascoltare la radio mi costringe a un esercizio di immaginazione che oggi, con la televisione e lo streaming ovunque, non siamo più abituati a fare. Immagino le azioni, i volti, il boato del pubblico. Il pressing del Milan diventa finalmente asfissiante, collezioniamo calci d’angolo a ripetizione. Su uno di questi, ancora il “Tasso” al cross: Ruud è padrone dell’area, salta più in alto di tutti e stavolta non perdona. Il Milan è in vantaggio!
Al gol di Gullit esplodo di gioia. La mia mente è in un fermento immaginario impazzito. Lo sguardo corre veloce al mio poster in camera, che raffigura il gol di Hateley nel famoso derby di tre anni prima. Immagino il gol di Gullit esattamente così, con la stessa potenza e la stessa prepotenza. E con l’immaginazione non vado molto lontano, perché il simbolo rossonero sovrasta il povero Favero, che non ha nemmeno il tempo di saltare per contrastare Ruud. Dopo la prestazione monstre contro il Napoli, la Gullitmania è ufficialmente iniziata.
Però, inaspettatamente, proprio dopo il gol, affiora la paura di vincere. È una sensazione strana, quasi un blocco psicologico. Il Milan si ferma, forse i ragazzi sentono che quello può essere un momento storico, la svolta della stagione. Sentono la pressione. Al contrario, la Juve, che non ha più nulla da perdere, si getta in avanti con tutto il suo orgoglio. Prima Cabrini sfiora il pareggio con un tiro velenoso, poi Baresi salva sulla linea un colpo di testa di Bonini a portiere battuto. È l’apice della sofferenza. Al novantesimo, e dintorni, nuovamente Ian Rush si trova solo davanti a Giovanni Galli. Il portiere rossonero si oppone con successo, con una parata che vale un gol. Finisce così. Dopo quasi 18 anni, il Milan batte la Juve a domicilio.
Una sensazione che non ho mai provato prima, se non in parte nel 1985, quando battiamo la Juventus a San Siro in quella famosa partita vinta per 3-2 che racconterò un’altra volta. Ma uscire da Torino con i due punti, in casa degli Agnelli, è qualcosa di incredibilmente godurioso. Ho la netta sensazione che la squadra stia trasformando i nostri sogni in realtà.
Finita la partita, mi distendo sul letto. Devo riprendere fiato ed energie perché l’ho vissuta intensamente, quasi fossi in campo con loro. La mia mente non si ferma, continuo a immaginare i colpi di testa di Gullit, la faccia di Tacconi quando deve raccogliere il pallone in fondo alla rete. Proprio lui, quello che più o meno un anno prima ci prendeva in giro dicendo che gli elicotteri ci servivano per scappare dalla vergogna.
Provo a immaginare la curva piena di bandiere rossonere, un sogno che diventa realtà. Recuperate le energie, è ora di dare un volto alle mie fantasie: è ora di guardare Novantesimo Minuto. Spero che la sintesi della partita non sia oscurata da Napoli-Fiorentina, finita 4-0 per i partenopei, e poi finire con Domenica Sprint.
Ma soprattutto, il giorno dopo, posso finalmente cercare i miei compagni di scuola bianconeri e guardarli dritti negli occhi. È il momento del riscatto, per anni di prese in giro subite in silenzio.
Quelli a cui servono gli elicotteri per scappare sono proprio loro, perché il Diavolo è tornato, e sta segnando in maniera indelebile la mia adolescenza e quella di tutti i tifosi milanisti della mia generazione.
W Milan
Harlock
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