Dentro la crisi

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Se non è crisi, poco ci manca. Ma anche, se il Milan fatica, le altre contendenti alla corsa Champions – Lazio a parte – di certo non sono messe meglio. I rossoneri non vincono dal 26 febbraio in casa con l’Atalanta (2-0), a cui hanno fatto seguito la sconfitta di Firenze, il pareggio a Londra in casa del Tottenham, il pareggio beffa contro la Salernitana e la sconfitta a Udine. Il Milan dà la sensazione di essere al momento una squadra estremamente fragile, che non può permettersi il minimo disequilibrio tattico, pena l’impossibilità di garantire una solidità difensiva. Al contempo, rimane offensivamente sterile, in estrema difficoltà a produrre gioco e a finalizzarlo. Insomma, i problemi non sono pochi e di non facile risoluzione.

È innegabile ormai che il mercato estivo, pur basandosi su logiche anche condivisibili, sia stato fallimentare. Tolto Thiaw, il cui impiego è stato comunque spinto da un cambio modulo, nessuno degli altri nuovi innesti ha dato il proprio contributo alla buona riuscita della stagione rossonera. Aster Vranckx continua a essere un oggetto misterioso che ha fatto vedere sprazzi interessanti ma che è stato impiegato con parsimonia certosina da Pioli. Di Adli nemmeno a parlarne, potrebbe essere protagonista di una puntata di “Chi l’ha visto”. De Ketelaere è ormai inequivocabilmente acerbo e impreparato per la realtà italiana, per quanto ammettere il fallimento cedendolo in estate, anche considerato l’investimento, potrebbe essere rischioso. Pobega ha avuto qualche chances in più, ma solo fino a quando si è utilizzato il 4231. Infine Origi, che ha passato più tempo in infermeria che a disposizione del mister. Una mattanza, insomma, soprattutto se confrontata la situazione rossonera con quella del Napoli, che persi i totem (per quanto a fine ciclo) Insigne, Mertens e Koulibaly ha saputo sostituirli con Kvaratskhelia, Kim e Raspadori, aggiungendo anche la ciliegina Simeone.

Non è tuttavia il solo mercato ad aver rovinato la stagione rossonera. Dal punto di vista psicologico ha pesato la delusione Mondiale sul rientro in Italia di Theo e Giroud, ma anche e soprattutto la situazione contrattuale sul rendimento di Leao, lontano parente del portoghese ammirato nel rush finale di un anno fa. Non c’entra il contratto, ma Tomori soffre delle stesse amnesie del numero 17, avendo perpetrato nel corso di questi mesi errori marchiani che mai gli avevamo visto commettere nei due anni precedenti. Se quindi i nuovi innesti hanno deluso, ancor più avvilente è stato il rendimento dei titolari. Aggiungiamo infine l’infortunio record di Maignan (Perin a parte fatico a ricordare un portiere che ha saltato più partite del nostro Mike) e l’evanescenza di Diaz, che paragonato a De Ketelaere sta senza dubbio brillando, ma rimane incostante e a (lunghi) tratti irritante. E poi… Bennacer. Poco c’è da dire sulle prestazioni dell’algerino, ma possiamo permettercele? La squadra ha di fatto vinto lo Scudetto inserendo Krunic dietro Giroud e puntando su Tonali e Kessié in mediana. Oggi, invece, il Milan rende meglio in solidità arretrata con Krunic al fianco dell’under21 italiano. Più che concentrarsi su Ismael, la domanda è: che futuro può avere una squadra che per non subire gol deve togliere il proprio metronomo per inserire un onesto mestierante? Se fosse l’Italia del 2002 daremmo la colpa a Trapattoni…

Pochi giorni fa parlavo dei sorteggi Champions con un collega interista, che mi diceva “ora gli schemi non servono più, conta solo il cuore”. A parte il concetto in sé, se dobbiamo basarci su questo allora siamo messi male. Raramente nella mia vita da appassionato di calcio ho visto una squadra giocare e convincere come il Napoli, ma anche avere la fame, la voglia, l’unione di intenti e la fratellanza dei partenopei. Sperare di sfangarla contro la truppa di Spalletti ha il sapore della preghiera recitata in chiesa, della vana speranza di superare un esame senza studiare. Il calcio è caos e disordine e illogicità, ma fino a un certo punto. Sotto l’iceberg della vittoria c’è tanto lavoro e dedizione, ma anche benessere psicologico e affiatamento. Oggi, onestamente, fatico anche solo a nutrire la classica e proverbiale speranziella. Dovremmo sperare in una specie di uragano o tramontana estiva che soffi e sparigli tutto in un modo tanto inatteso quanto insperato. Di certo, dovremo ancora lavorare tanto per dare continuità allo Scudetto dello scorso anno, che ha ormai sempre più il sapore del Tricolore di Zaccheroni. Un segnale? Vendere Leao, davvero, e rimetterci in gioco ancora una volta. Il lato positivo? Non partiamo da zero, ma abbiamo già dimostrato di poter stupire, prima di tutto noi stessi. Non siamo comunque così sconfitti da non poterci rialzare.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.