Riscoprire l’orgoglio

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In questi anni noi tifosi milanisti abbiamo dovuto attraversare diverse fasi di elaborazione del lutto. Solitamente quelle accreditate dai professionisti del settore sono sette: shock, negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione e speranza. Senza voler paragonare i risultati sportivi di una squadra alla perdita di una persona cara, perché stiamo parlando di due mondi (anzi, universi) differenti, in qualche modo questi stadi si possono sperimentare in diverse situazioni che ognuno di noi è suo malgrado costretto a vivere durante la propria esistenza. Anche in quella da tifoso. Da questo punto di vista i milanisti stanno diventando esperti di questo settore, dal momento che volenti o nolenti (nolenti, direi) nelle ultime stagioni abbiamo dovuto patire ogni tipo di sofferenza possibile e immaginabile, più o meno. Ognuno di noi, pur vivendo le stesse fasi del dolore, può tuttavia viverle diversamente, specie dal punto di vista temporale. C’è chi vive lo stadio x più velocemente, chi più lentamente, chi è più incline ad abbandonarsi al dolore, chi alla speranza. Per tutti però queste fasi sono fisse, impossibili da evitare, in qualche modo irrinunciabili. E l’ultima è sempre la stessa: la speranza.

Auspicare un futuro migliore per sé stessi e per chi amiamo è scontato. Insieme a questo, tuttavia, per reagire alle iniquità e allo sterco che la vita ci tira addosso è indispensabile l’orgoglio. Per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare con gli sforzi dettati dalla nostra forza di volontà. Più di resilienza, termine abusato e spesso usato impropriamente, mi piace parlare di tigna. La distanza tra i due concetti è infinitesimale, eppure c’è. Il concetto di resilienza è più passivo: resistere a ciò che ci capita, insomma. La tigna è invece la nostra forza di reagire, di mandare a quel paese il mondo e chiunque voglia metterci i bastoni tra le ruote. Una reazione attiva, che può essere scatenata solo dall’orgoglio e dalla consapevolezza delle capacità che ognuno di noi ha. Avere tigna è urlare un bel vaffanculo a chi pensa che non possiamo farcela, a chi spera che molliamo.

Il succo del discorso è quindi tutto qui: per quanto gli ultimi anni ci abbiano provato, dobbiamo riuscire a non dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Non si tratta di vuota ripetizione del palmares, di Atene, di Manchester, degli Scudetti e via discorrendo. Anche uno scimpanzé potrebbe farlo, basta andare su Wikipedia e snocciolare passivamente tutti i successi dei nostri centoventi anni di storia. Ciò che è davvero difficile, certo non per chi ha questi colori nel sangue, è ricordare dei dettagli, anche i più piccoli, che definiscono il nostro essere milanisti. Episodi apparentemente minuscoli e trascurabili, ma che per noi assumono un significato indelebile.

Per farvi capire ciò di cui sto parlando vi faccio un esempio. Nel 2002 il Milan, in piena lotta Champions, va a Piacenza a giocare una partita fondamentale per le proprie speranze europee: vincere è di fatto l’unico risultato disponibile, altri non sono ammessi. Nel primo tempo segna Serginho su rigore, ma si soffre parecchio contro una cosiddetta provinciale che può comunque contare su giocatori del calibro di Gautieri, Di Francesco e Hübner (quell’anno capocannoniere). Nel secondo tempo la difesa balla, gli emiliani sfiorano più volte il pareggio e Abbiati è chiamato agli straordinari. Nel momento di maggior difficoltà, Costacurta si fa male al ginocchio: il servizio di 90º Minuto dell’epoca parla di una distorsione con interessamento dei legamenti. Una sciagura, per una difesa che oltre che su di lui, almeno in quel frangente, poteva contare su Chamot, Laursen e Roque Junior, non certo fulmini di guerra. Billy esce dolorante assistito dai medici, ma il resto del match, nonostante il dolore, lo segue da bordo campo. Ghiaccio sul ginocchio e soffrire, più per il risultato in bilico che per il proprio infortunio, quasi come se sapesse che da quei tre punti sarebbe passato il nostro destino dei successivi cinque anni. Perché senza la vittoria di Piacenza sarebbe stato il Chievo a qualificarsi alla Champions dell’anno seguente, e noi non avremmo avuto lo Slovan Liberec, i due gironi, l’assist di Rui contro il Real, il tocco di Tomasson con l’Ajax, la parata di Abbiati su Martins e il rigore di Sheva. Il milanista Costacurta aveva già tutto chiaro, e pur in un momento per lui tanto complesso ha preferito rimanere vicino ai suoi compagni, anche in una partita di campionato come altre centinaia. Perché per questi colori si fa questo e altro, ma soprattutto perché non riusciamo ad abbandonarli mai.

Voi, invece, quale momento simile avete in mente? Quale ricordate con trasporto e quale definisce il vostro milanismo? Raccontatecelo, se volete.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.