Nostalgia del futuro

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Mancano pochi minuti, ormai. È finita, siamo spacciati esattamente come lo sarà la Juventus fra 16 anni e come lo siamo stati sempre noi 8 anni fa, ancora contro i ragazzi terribili dell’Ajax. Altri, naturalmente, rispetto agli Ibrahimovic, Chivu, Van Der Vaart, Van Der Meyde, Pienaar e Sneijder di oggi. Perché ogni 10 o massimo 15 anni c’è sempre una generazione di ragazzi terribili dell’Ajax che mette a ferro e fuoco l’Europa come Attila. Manca poco e io esco dalla sala tv del circolo sottufficiali del Villaggio Azzurro dell’Aeronautica di Villafranca di Verona. Al mio fianco Michele e Francesco. Solo Aldo ha scelto di rimanere dov’eravamo noi fino a pochi minuti prima, stoica sentinella della sconfitta. La mente corre all’anno prima, alla stessa sala tv dove avevamo bestemmiato contro Byron Moreno, e ad altre partite perse o pareggiate di quegli anni, viste tra una Coca-Cola, un Magnum alle mandorle e una partita a biliardo due contro due. Poco prima di accendere il motorino sentiamo un urlo uscire dall’interno del circolo: Aldo corre verso di noi trafelato, rosso in volto e con il gel che non riesce più a tenere fermi i ciuffi dei capelli. Corre veloce e ci raggiunge saltando i cinque gradini dell’ingresso con un salto alla Bierhoff. Conoscete tutti la notizia che ci ha portato, e potete immaginare la nostra reazione, dopo essere corsi di nuovo dentro tra l’inebetito e l’eccitato a controllare coi nostri occhi che sì, fosse davvero come aveva detto lui, che non ci stava tirando scemi.

Tre anni dopo il coraggio di vedere i minuti finali della partita l’abbiamo avuto tutti. Qualche pizza, qualche birra e la tensione di dover battere una squadra arcigna e talentuosa come il Lione, mentre l’Inter a Villarreal affonda sotto i colpi di classe di Riquelme e lo stacco di Arruabarrena. Avremmo patito lo stesso destino dei cugini, se non fosse stato per Inzaghi, ancora una volta deus ex machina delle notti di Champions. Lo stesso avviene l’anno successivo, tra Monaco e Atene, con l’intermezzo griffato Kakà della doppia sfida contro lo United.

Emozioni simili hanno un unico filo conduttore: la vittoria. Perché è inutile girarci intorno, è bello sentirsi i più forti, ed è totalizzante condividere questa sensazione con altre persone. Per vivere un’emozione simile domenica scorsa sono andato al Bentegodi, dove l’Hellas ha strapazzato 3-0 il Cittadella guadagnandosi la promozione in A. E a fine partita ho pensato a Battiato, che canta “mi piace osservare i miei concittadini specie nei giorni di festa, con bandiere fuori dalle macchine all’uscita dello stadio”. Vogliamo vincere non perché siamo viziati, non perché abbiamo vissuto l’epopea berlusconiana. I tifosi più “anziani” amano farsi belli ripetendo che quelli più giovani sono stati abituati bene: la verità è che tutti noi amiamo il Milan, ma ci divertiamo di più quando vince. Preferiamo vincere che perdere o pareggiare, preferiamo la Champions alla UEFA, la Scudetto alla Coppa Italia. Lo so che sono considerazioni scioccamente banali, ma è questo quello che davvero mi manca: l’ambizione e la possibilità di vincere, o almeno poterci provare.

Tutto questo per dire cosa? Che mi rattrista, quasi imbarazza, ciò che il Milan è oggi. Mi dispiace essere così diffidente nei confronti di Giampaolo, e spero sinceramente si riveli il nuovo Sacchi, ma nel Milan che abbiamo in mente noi sarebbe stato l’allenatore in seconda. Certo, quel Milan vive solo nelle nostre teste, non certo nella realtà dei fatti, ma mi fa incazzare il fatto che non si possa nemmeno provare ad avere qualcosa in più, che non possiamo sognare, che abbiamo sprecato tanto tempo. Comprendo i tifosi più realisti del re, quelli che “ora non possiamo fare più di tanto, abbiamo i paletti del FFP, eccetera, eccetera, eccetera”, e come ho scritto una settimana fa la ragione dà loro ragione. Ma il calcio è un affare di cuore, non di ragione, e una squadra dev’essere gestita prima con quello, che con la calcolatrice. Mi rendo conto ci sia ben poca logica in questo mio pezzo, che molte delle cose che ho scritto possono essere smentite dai fatti, ma non posso farci nulla. È così che mi sento, e credo che sia la stessa cosa che provano tanti di voi. Prima o poi passerà, e allora noi saremo ancora qui ad aspettare di vivere serate come il 23 aprile 2003. Stavolta, però, rimanendo davanti alla tv fino alla fine.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.