
In questi giorni di sosta, con la Nazionale reduce da quattro partite dai risultati persino più positivi di quanto pensassi, e la gestione degli ultimi anni del nostro Milan, mi ha spinto a fare alcune riflessioni che desidero condividere con voi. Mi ritrovo a meditare sulla salute del nostro amato calcio e sulla situazione drammatica in cui versa; e per capire fino in fondo dove siamo finiti, non posso che partire da quello che è successo in estate…
Il vero, imperdonabile fallimento non risiede nell’aver tentato e fallito, ma nell’averne soffocato l’idea sul nascere, negando persino la possibilità di provarci. Quando si riavvolge il nastro dell’esperienza dirigenziale di Paolo Maldini, non soltanto tra le mura di Milanello ma nell’orizzonte più ampio di un calcio italiano drammaticamente arroccato su se stesso, emerge una verità che fa ancora sanguinare le ferite. Paolo non ha mai promesso miracoli a buon mercato, non si è mai presentato alla stampa vendendo fumo o proponendo ricette magiche per sistemare la Nazionale o il nostro movimento in un pugno di mesi. Al contrario, ha sempre parlato la lingua della verità, indicando la necessità di anni di lavoro duro, di pazienza, di visione a lungo termine e di una ricostruzione strutturale.
Ed è proprio qui che risiede il nodo cruciale di tutta la questione. Maldini ha capito prima e meglio di molti altri che il nostro sistema sportivo non può più permettersi il lusso di vivacchiare sulle rendite del passato, accontentandosi di risultati estemporanei, di convocazioni disperate dell’ultimo minuto o dei soliti, stanchi valzer di panchine a cui assistiamo ogni volta che la Nazionale o i grandi club franano sotto il peso dei propri limiti. Bisognava e bisogna tuttora intervenire molto prima, agendo sui vivai, sulla formazione tecnica e tattica degli allenatori, sull’insegnamento ai bambini e sulla cultura sportiva con cui facciamo crescere i giovani calciatori italiani.
Un lavoro enorme, colossale, scomodo e inevitabilmente lento. E forse proprio perché si trattava di un percorso che richiedeva tempo e visione, anziché scorciatoie e algoritmi ad uso e consumo dei bilanci, quel progetto non è mai partito davvero. Nel Milan prima e nei quadri federali poi, la figura di Paolo è risultata troppo ingombrante, troppo autonoma, troppo ancorata a valori di campo e di competenza per poter essere tollerata da un sistema guidato da manager con la calcolatrice in mano. Quando ha lasciato il club, invece di aprire un dibattito serio, viscerale e costruttivo sulle sue proposte, si è preferito liquidare tutto con le solite e stucche polemiche di facciata, liquidandolo come un nostalgico o un dirigente dal carattere troppo difficile.
Oggi, osservando la deriva del nostro calcio e la gestione quotidiana del Milan, il rammarico più viscerale non è tanto la curiosità scientifica di sapere come sarebbe andata a finire con lui al comando. Il vero dramma è non averlo mai potuto sapere. Perché mentre il palazzo del calcio continua affannosamente a cercare soluzioni rapide, toppe d’emergenza e formule aziendali che profumano di fumo e speculazione, il problema di fondo rimane esattamente dove Paolo lo aveva individuato: il calcio italiano e il Milan hanno un bisogno disperato di essere ricostruiti dalle fondamenta, mattone su mattone, partendo dagli uomini prima che dai fogli Excel. Maldini voleva cominciare proprio da lì, dalle radici del gioco, ed è un’occasione irripetibile che la proprietà rossonera e l’intero movimento hanno colpevolmente buttato al macero.
Guardando l’ennesima riorganizzazione societaria in Casa Milan, con la proliferazione di ruoli altisonanti e l’ingresso di nuovi “Chief” di cui fatichiamo a comprendere l’effettiva utilità sul prato verde, io avverto chiaramente la distanza siderale tra chi la storia la fa e chi pensa di poterne fare a meno. La sensazione raggelante che mi porto dentro è che dopo il trionfo dello scudetto del 2022 si sia scientemente scelto di smantellare un modello vincente basato sul senso d’appartenenza e sul fiuto per il talento reale, per sostituirlo con un laboratorio di finanza applicata allo sport. Ma il rettangolo di gioco ha una sua grammatica antica e spietata, che non perdona l’arroganza di chi crede che un grafico di rendimento o una proiezione d’incassi possano sostituire l’occhio clinico di un gigante del football.
Oggi ci troviamo ad inseguire, a dibattere se Rúben Amorim debba schierare i suoi uomini a tre o a quattro, se Adrien Rabiot debba fare il mediano o se i giovani come Camarda e Comotto debbano elemosinare manciate di secondi in campo a risultato già ampiamente compromesso. Ci si arrovella su questioni tattiche spicciole, ignorando che la vera voragine è al di sopra della testa dell’allenatore. Senza un punto di riferimento forte alla scrivania, senza un dirigente che conosca l’odore dell’erba e che sappia guardare negli occhi un calciatore quando la maglia comincia a pesare troppo, anche le idee tattiche più moderne rischiano di evaporare al primo soffio di vento contrario. E quando vedo il Como fare passi da gigante affiancando le proprie disponibilità economiche alle competenze di veri uomini di campo, il paragone con la deriva rossonera diventa ancora più impietoso.
Io mi chiedo con quale coraggio si continui a parlare di “progetto” quando ogni scelta sembra smentire quella del giorno prima. Maldini aveva tracciato una via chiara: sostenibilità vera, sì, ma abbinata alla cultura della vittoria e alla tutela dell’identità. Invece si è preferito la via del player trading indiscriminato, trasformando il Milan in una stazione di passaggio per giovani prospetti da valorizzare e rivendere al miglior offerente, senza preoccuparsi di costruire una spina dorsale solida e duratura. Non è così che si torna grandi in Europa, non è così che si rispetta un pubblico che ama veramente il Milan e che continua a riempire San Siro soltanto per amore di quei due colori e per la memoria di ciò che siamo stati.
Ecco perché il nome di Paolo Maldini continua a risuonare come una condanna inespressa ogni volta che le cose vanno storte. Non si tratta di semplice nostalgia o di un culto della personalità cieco e acritico; si tratta di prendere atto che l’unica visione credibile, moderna e al contempo rispettosa della tradizione rossonera ci è stata strappata via per meri calcoli di bottega. Quell’occasione perduta non è soltanto un rimpianto per il passato, ma la pietra tombale sulle ambizioni del nostro presente. E fino a quando chi governa il Milan non comprenderà che il valore di questa maglia risiede nei suoi uomini e non nei suoi bilanci, saremo destinati a guardare gli altri vincere, rimpiangendo il giorno in cui abbiamo cacciato dal tempio chi quel tempio lo aveva costruito con le proprie mani.
W Milan
Harlock
“Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero”
Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit….Grazie per avermi fatto milanista.
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