
Certi voli a mezza altezza sfidano le leggi della fisica e rimangono impressi per sempre nel cuore di chi ama il calcio. Un salto nel vuoto, le braccia spalancate a dominare il cielo di San Siro e un gigante che sovrasta nettamente il grande “traditore” Fulvio Collovati.
Nell’autunno del 1984, l’autore di quel gol leggendario che regala il derby al Milan dopo sei lunghi anni di sofferenze non è un fuoriclasse milionario, ma un giovane attaccante inglese arrivato dal Portsmouth quasi nel silenzio generale. Il suo nome è Mark Hateley, per tutti ormai semplicemente “Attila”. Quella stagione sotto la presidenza di Giussy Farina e con il ritorno in panchina del “Barone” Nils Liedholm sembra destinata a trasformarsi in una favola perfetta, trascinata dalla generosità e dallo strapotere fisico del nuovo beniamino rossonero.
L’impatto di Hateley con il campionato italiano è travolgente fin dalle prime battute. L’inglese sforna un assist e un gol al debutto contro l’Udinese, firma una splendida doppietta contro la Cremonese e scarica in rete una bomba di rara potenza contro la Roma vicecampione d’Europa. Tra incornate perentorie e giocate di pura potenza, Attila trascina il popolo rossonero fino al capolavoro del derby di fine ottobre, consacrandosi come l’eroe indistruttibile di San Siro.
Ma il calcio sa essere incredibilmente spietato nel momento di massimo splendore. Due settimane esatte dopo la gioia immensa della stracittadina, sul campo del Torino, Mark Hateley ricade male dopo l’ennesimo stacco aereo e il suo menisco cede di schianto. L’infortunio piomba come una lama affilata sul mondo rossonero, lasciando la squadra senza la sua colonna portante. Seguono tre partite buie e senza reti contro Avellino, Sampdoria e Verona, mentre il popolo milanista vive un’attesa quasi messianica, contando i giorni che lo separano dal rientro del suo gigante biondo.
Il momento della verità arriva finalmente in un freddo pomeriggio di dicembre contro l’Atalanta. San Siro è avvolto da una tipica nebbiolina lombarda dal sapore britannico, che rende l’atmosfera quasi spettrale e magica al tempo stesso. Nel settore ospiti gli ultras bergamaschi scatenano una delle torciate più pirotecniche mai viste, ma tutti gli sguardi dello stadio sono catturati dalla Curva Sud rossonera, che accoglie il rientro di Hateley srotolando uno striscione carico d’amore puro: «Oggi un angelo ritorna a volare, noi con lui. La fiaba continua».
Quando la partita comincia, la realtà del campo si rivela però molto meno fiabesca del previsto.
L’allenatore dell’Atalanta Nedo Sonetti gli incolla addosso Carmine Gentile, un marcatore ruvido, d’altri tempi, che non gli concede nemmeno un centimetro d’aria. Nonostante le tossine dell’infortunio e una gabbia asfissiante attorno, la semplice presenza di Attila basta a riaccendere la manovra del Milan. Nel primo tempo i rossoneri dominano e volano sul doppio vantaggio con Sergio Battistini e con Pietro Paolo Virdis, abilissimo a sfruttare proprio una sponda aerea perfetta dell’inglese.
Nella ripresa, tuttavia, la magia comincia a incrinarsi. Il fisico di Mark Hateley accusa la fatica dopo la lunga sosta e l’Atalanta prende coraggio, accorciando le distanze con lo svedese Glenn Strömberg. L’intero stadio trattiene il fiato aspettando la zampata liberatoria del suo eroe, ma la brillantezza dei giorni del derby sembra svanita nel nebbioso cielo di Milano. Stremato, l’inglese lascia il campo a cinque minuti dalla fine tra gli applausi commossi del pubblico.
È proprio in quel momento che la domenica si trasforma in una beffa atroce. Negli ultimi secondi di gara, proprio il marcatore Carmine Gentile trova un tiro non irresistibile che batte Giuliano Terraneo e regala all’Atalanta l’inaspettato 2-2 definitivo, firmando il suo primo e unico gol in Serie A. Quel pomeriggio nebbioso contro la formazione bergamasca segna l’inconsapevole punto di svolta. È l’inizio di quel lento processo di “normalizzazione” che porterà Hateley a segnare solo altre due reti in campionato, faticando a ritrovare la continuità dei primi mesi anche nelle stagioni successive.
Eppure, nonostante la favola si sia incrinata proprio in quel gelido pomeriggio di dicembre, per chi era sugli spalti Mark Hateley non è mai diventato un calciatore qualunque. Nemmeno la nebbiolina di San Siro o la beffa di quella rimonta possono cancellare il ricordo di una passione travolgente. Quel rientro sospeso tra amore e amaro rimarrà per sempre il simbolo di una fede che trascende i numeri, dove un eroe umano è diventato, anche solo per un istante, immortale.
Io conservo ancora negli occhi e nel cuore quella figura di Attila che svetta nel cielo nebbioso di Milano. Per me, la grandezza di un giocatore non si misura soltanto nei trofei alzati o nelle statistiche nude e crude, ma nella capacità di far sognare un popolo quando ne ha più bisogno. Mark Hateley non sarà stato il centravanti più continuo della nostra storia, ma quel suo volo su Collovati e la generosità incontaminata con cui ha indossato la maglia rossonera restano pagine di pura poesia. Un pezzo di infanzia e di Milan autentico che nessuna amarezza e nessun infortunio potranno mai scalfire.
W Milan
Harlock
“Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero”
Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit….Grazie per avermi fatto milanista.
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