
Il prato di San Siro si trasforma spesso in un tribunale a cielo aperto, dove la nostalgia per un amore passato viene giudicata senza appello dalla spietata legge del campo. Quel 2 aprile 2011 la scala del calcio non è semplicemente un impianto sportivo, ma un vulcano emotivo pronto a esplodere per il derby più teso, spietato e decisivo dell’intera stagione.
Il Milan guidato da Massimiliano Allegri occupa il vertice della classifica, ma si presenta all’appuntamento con il fiato corto dopo l’inopinata battuta d’arresto del Barbera contro il Palermo. L’Inter, campione d’Italia e d’Europa in carica con il tricolore cucito sul petto, avverte il momento di difficoltà dei rossoneri e sbarca alla stracittadina convinta di piazzare il sorpasso definitivo. I rossoneri devono rinunciare alla propria stella Zlatan Ibrahimovic, fermato da una pesante squalifica dopo la reazione nel match contro il Bari e costretto a seguire la sfida dalla tribuna. Allegri ridisegna l’attacco affidandosi al talento tutto brasiliano di Robinho e Alexandre Pato, ma il vero uomo al centro della scena siede sulla panchina avversaria: Leonardo Nascimento de Araujo.
Per comprendere la temperatura bollente di quella notte bisogna riavvolgere il nastro fino al 1997, quando Leonardo sbarca in rossonero conquistando l’intero ambiente per l’eleganza raffinata e la classe dentro e fuori dal campo. Un idillio lungo anni che prosegue prima nelle vesti di dirigente visionario, suo il capolavoro d’ingegno per portare a Milano un giovanissimo Kakà a cifre contenute, e infine nel ruolo di allenatore nella stagione precedente. Quel legame viscerale si incrina tuttavia a causa di insanabili divergenze tattiche con il presidente Silvio Berlusconi. Il carisma di Leonardo è tale che, nell’ultima giornata di campionato contro la Juventus, il pubblico si schiera quasi interamente dalla sua parte contro la proprietà, dimenticando per un attimo le otto finali europee e le cinque Champions League conquistate nell’era Berlusconi.
Ferito da una contestazione ritenuta ingenerosa, il presidente risponde a fine estate regalandosi proprio Zlatan Ibrahimovic per riprendersi il tricolore, mentre Leonardo tace, lancia qualche stoccata sulla vanità presidenziale e sembra uscire di scena con l’aureola del gentiluomo incompreso. Poi, alla vigilia di Natale del 2010, si consuma una ferita profonda che spiazza un’intera tifoseria. A soli sei mesi dal tributo d’amore del popolo rossonero, il brasiliano compie la scelta più spiazzante: accetta la panchina dell’Inter, rinnegando il passato per inseguire quello che definisce incautamente un sogno professionale.
Il giorno del derby la risposta della Curva Sud si rivela un capolavoro di spietata ironia. Sugli spalti compare una scenografia monumentale che riproduce “L’Ultima Cena” con la figura di Giuda in evidenza, e il fatto che l’affresco originale porti la firma di Leonardo Da Vinci appare come un perfido e beffardo scherzo del destino. Al fischio d’inizio l’atmosfera incandescente trascina la squadra di Massimiliano Allegri: nemmeno sessanta secondi e la gara si sblocca, con Alexandre Pato che raccoglie un pallone vagante in area e trafigge la porta nerazzurra scatenando l’urlo dei tifosi.
La partita scorre vibrante e ricca di capovolgimenti di fronte, con un grandissimo Christian Abbiati che blinda il risultato grazie a interventi prodigiosi, prima che lo scatenato Pato provochi l’espulsione del difensore Chivu e firmi di testa la rete del raddoppio. L’apoteosi si compie nei minuti finali, quando il subentrato Antonio Cassano si procura e trasforma il rigore del tre a zero definitivo, ipotecando in maniera virtuosa il diciannovesimo scudetto della storia rossonera. Nel tripudio di bandiere rossonere e cori irrisori che si levano dagli spalti, il grande ex sconfitto guadagna la via degli spogliatoi con la maschera inespressiva di chi ha visto crollare ogni illusione.
Io ricordo quella notte come una delle dimostrazioni più lampanti di come il calcio sappia regolare i conti con la coerenza e la memoria. Nel nostro mondo rossonero i professionisti vanno e vengono, ma il rispetto per la storia e per i colori non è un abito che si può cambiare a uso e consumo della propria ambizione. Veder crollare le certezze di Leonardo sotto i colpi di Pato e la coreografia della Curva Sud non è stata soltanto una vittoria fondamentale verso lo scudetto, ma la giusta chiusura di un cerchio. Chi sceglie di voltare le spalle alla propria gente finisce inevitabilmente per fare i conti con la legge implacabile del campo
W Milan
Harlock
“Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero”
Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit….Grazie per avermi fatto milanista.
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